mi vivono dentro agli occhi
i mestieri del sogno
con rami di lontananza
e palchi d’ombra

in questo regno di panchine
dove il tempo aggiusta rumori d’arcobaleno
e ne fa limite :

è il mio mondo, che vive
agli argini del fosso
e canta la mia immensità decaduta
come il soffio tra la polvere

e quando a ogni lacrimare d’assenza
mi scuote vita dentro al petto
gli alberi in riferimento
mi sporcano le mani d’inchiostro

così in due mensole d’astinenza
sono finestre le presenze in circuito,
agitate e decadute come la porta :

in quest’eternità di volti
la voce dei lampioni
mi costringe di rupi ogni passo

 

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