Una città qualunque dell’America Latina.
Il sole dai tetti comincia a colorare le case dimostrando ancora una volta che la luce esiste: è lì, sempre pronta all’uso.
La città si sveglia col rumore di migliaia di auto che infettano le arterie come un virus, tentacoli di civiltà che soffocano i pochi sospiri che ancora vi abitano.
Muri e vie sono tentacoli di civiltà che soffocano i pochi sospiri che ancora vi abitano e plasmano quel corpo incancrenito, disteso sul al mare alla ricerca di un po’ di sale per ripulire tutto il marciume che lo invade. Un corpo abituato a vivere nel fumo nero, roco e senza illusioni dove i muscoli arrancano, estremità strappate alle possibilità, trame immobili di un giornale sgualcito buttato ai bordi della strada.
Sembra uno stagno scosso dai macigni della ricchezza, in cui i mulinelli si diradano verso l’esterno rilasciando, man mano che l’intensità si tramuta in rassegnazione, dolore e povertà.
Il centro cittadino è vissuto come un santuario di preghiera per il dio denaro e la periferia la sua cloaca : appendice appestata dagli scarti del genere umano.
Il cartello che accoglie i turisti non avvisa che l’inferno è a pochi passi, saluta soltanto, distrattamente, ma non ha colpe, vorrebbe veramente augurare benvenuti : questa è la mia città fatta di sogni e tranquillità. Ma qualcuno ha deciso che la vita non è per tutti, alcuni non hanno bisogno d’amore possono tranquillamente penzolare dai rami della vergogna.
In questo agglomerato di povertà i giorni vivono attaccati a qualche bottiglia di colla che promette giochi ai bambini o nella solitudine di una collina fatta d’immondizia e brutalità.
E non è facile essere bambini se addirittura le cose più semplici hanno un sapore di rinuncia e delusione. Anche andare a scuola, giocare e mangiare sono attività che non tutti hanno la possibilità di accedervi. È una giostra senza cavalli, solo la musica sostiene che sia in movimento.
In tutto questo loro sono gli esseri più indifesi, violentati e poi abbandonati, merce per organi in vendita e sequestri, anime limpide buone solo per far soldi, usati come grimaldelli per scardinare le casseforti della buona società, innocenti note di una musica scritta con lacrime di sogni infranti, catapultati in qualche angolo buio, legati ai letti di pianto tra lenzuola imbrattate di violenza e di dolore.
Esmeralda era una di loro -già nel nome portava la luce di due occhi sorridenti- una bimba come tanti.
Andava a scuola quel giorno, il luogo dove imparare a conoscere realtà diverse dalla sua.

E ci andava volentieri, non fosse altro che per dimenticare.
Quelle poche ore tra i banchi rappresentavano la vita tanto desiderata : incontrare altri bambini coi quali sentirsi una di loro. A casa i suoi tredici anni bastavano per definirsi donna. Invece quei momenti la facevano volare come un gabbiano tra le nuvole, immaginava di cogliere i fiori che vi abitavano : i sogni di una bambina.
Quel giorno anche la solita strada era diversa, non c’era traccia del cagnolino che la salutava scodinzolando tra le sue gambe, anche il sole non aveva il coraggio del solito slancio, quasi a vergognarsi di accendere la luce su quello che sarebbe accaduto a breve.
I suoi occhi non capirono quell’uomo, si spensero. Come a voler chiudere l’interruttore, eliminare quella scena prima ancora che potesse realizzarsi. Il suo corpo diventò così leggero da non sentirne neanche il peso, si trovò sbattuta nel cofano di una macchina.
Il buio di metallo divenne la sua casa per un tempo indefinito che lei trascorse ripetendo con un filo di voce tutti i nomi che conosceva quasi a implorare aiuto ai legittimi proprietari.
Da quel giorno il rumore del mondo divenne il suono ritmato della rete sulla quale venne scaraventata. Rete che cigolava a ogni sua lacrima. Imparò a parlare con la bambina che era stata, ormai l’unica sua amica, la teneva in vita come una bambola con la quale tornare a giocare.
I giorni trascorrevano vuoti, la paura sulla porta e i passi di quell’uomo -nelle orecchie tese a non sentirli- che scandivano il passare del tempo.
Come tanti fogli ancora da scrivere i momenti erano appesi alla volontà di un orco.
Furono giorni in attesa, un’attesa senza scampo. La stanza di fianco alla sua viveva di voci e di telefonate e le parole che ogni tanto afferrava al silenzio promettevano soldi in cambio di un pezzo del suo corpo.
Le fecero una puntura, il chirurgo era arrivato : una piccola operazione e via di ritorno alla sua tranquilla vita di sempre. Nessun rimorso per quella macelleria, in tanti ci avrebbero guadagnato.
Ma qualcosa andò storto, non riuscirono a fermare tutto quel sangue.
Il corpicino di Esmeralda fu trovato tra i rifiuti dov’era nato, raggomitolato nella stessa posizione del suo primo giorno : la morte aveva avuto più compassione della vita.
La città nel suo mestiere di madre sanguinolenta conoscerà la sosta di un’altra macchina.
Quel tipo di merce avrà sempre molta richiesta.
Non basterà l’immondizia a scoraggiare gli acquirenti.

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