in questa città scheggiata dalle tangenziali
la vita assomiglia al vuoto,
all’altitudine impalpabile dei palazzi :
appena una pellicola di nudità
che racconta il suo film d’asfalto
(nei colori metropolitani
e i troppi silenzi per farne parte)

mi dico che è una manciata di vicoli
buttata lì, di sbieco al bavero di un lampione
mentre la guardo nel suo tremore di radice
come fosse terra, guardiana di un sospiro
e non so chiedere ragione per i versi di selce
in vetta al mattone di fronte la stazione :

a queste latitudini il cammino è una figura di sale
intorno a graffiti e siringhe,
attraversa i volti vecchi come l’orizzonte
con qualche ombra di voce lungo la statale

solo i confini non possiedono ricordi
oltrepassano incolumi l’acqua del crepuscolo
confondendosi ai viali disseminati di giungla,
nei tanti fantasmi stretti alla pioggia

a pagare il biglietto del mondo
un quadro di lapidi, un guado indifferente
nascosto nell’edera del passo :

a non sapere del giorno
si corrompe la luce, in un maledetto panorama di stelle

 

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