Un’altra fermata. L’ultima.

Piove.
Un pomeriggio qualunque sotto un cielo di giornata.
Le case abbracciano il piccolo paese con mani protese, intorno ai petali d’alberi cercano il corpo della collina in cui affondare.
La vita è ferma insieme all’abbandono delle persone, troppo avvizzite per resistere alla pioggia.
Enzo cammina, i pensieri in tasca, la strada negli occhi : lungo l’orizzonte un filo d’erba raccoglie un po’ di sole per la sera.
Come ogni giorno i pensieri di Enzo corrono, senza sosta, spinti da una possibilità che non riesce a frenare, e mentre soccombe in quella corsa disperata, osserva ogni pietra, ogni traccia…i negozi carichi di donne, i bar rimpinzati di uomini che giocano a carte, scommettendo ogni giorno per un tavolo di birra.
Sa di non essere sostanza in quel posto ammuffito, quello è un posto che acceca ogni colore che non sia passato e più ci prova meno sono le occasioni di volare, rinchiuso nei vicoli in cui anche i passi sanno di vecchio.
Enzo è tanto che aspetta qualcuno/qualcosa che lo porti via.
Da quando i genitori hanno cambiato dimora non trova che fiori da portare ai muri del silenzio : entra in quel tempo immobile senza più occhi da prendere, né carezze dai baci gentili, ora quello è lo scrigno dei resti, dove anche l’aria riposa.
Quel pomeriggio Enzo ha scelto di far appassire i fiori.
Sul marciapiedi dei saluti osserva le due sbarre di ferro immobili, in attesa di qualcuno pronto a salire; Enzo è sicuro che i fiori saranno sempre freschi nella nuova casa, perché proprio di una nuova casa sente il bisogno : il biglietto cigola in mano, come la vita.
Ci crede Enzo, con tutte le forze.
Lasciare quel tempo ormai non più suo, quel mare che piange come una madre che lacrima di scogli il suo ultimo saluto, non sarà facile, ma lontano forse sarà come vedere, di nuovo.
Comunque quella partenza non sarà addio, solo un arrivederci che ancora non sa definire ritorno.
Intano un uomo vestito di nero gli si avvicina, Enzo sorride, vede in lui l’unico amico venuto a salutarlo, così gli racconta di quel viaggio tanto sognato ma sempre temuto, di come una lettera mai scritta diverrà inchiostro.
L’uomo lo guarda distratto e lo invita a salire…di quella presenza è in ogni caso grato, così felice da non accorgersi che quello è solo il bigliettaio, non capendo come mai abbia deciso di partire con lui.
La nuova casa si muove insieme al tempo realizzando nuovi suoni, mentre quella di sempre rimane abbandonata, sola, tanto nessuno si accorgerà delle finestre chiuse, del portone affranto.
Si muove l’aria dei suoi gesti salutando il passato.
Un fazzoletto bianco sembra dirgli ciao a presto, ritorna, noi saremo qui ad aspettarti…non si accorge che è solo una nuvola di passaggio, anche lei in cerca di un viaggio.
Arriva in una città senza sole, nemmeno un scorcio d’orizzonte a salutarlo. Si avvia tra le macchine che non sanno nulla di lui, grigie come il cielo scorrono tutte uguali, in fila verso un ritorno o una partenza…dipende solo a quale verso della strada offrono la vita.
Dalla tasca emerge un foglio di carta con l’indirizzo dello zio, il fratello della mamma, lo zio che aveva trovato fortuna su al nord, almeno così lei ne parlava, quel parente che da bambino aspettava con un sorriso grande come un abbraccio; adorava quell’uomo in bianco e nero, quella foto sul comodino che si colorava solo in estate.
Di fronte la porta nasconde il sole, ma ancora per poco, oltre quel muro di legno c’è un nuovo inizio, un sorriso…finalmente.
Ma il campanello indifferente allunga il silenzio, il suono sembra non aver convinto in melodia, spegnendosi in quella nascita appena immaginata.
Il vuoto continua a non riempirsi, gli offre l’ennesima scala che si accinge ad afferrare, quando si accorge che la porta si muove: è suo zio, in mutande e canottiera, la faccia distrutta dal sonno e dall’alcol che scosta appena l’anta lasciandola socchiusa; in quella crepa appena accennata non scorge luce – non è aperta abbastanza da accoglierla -, vede solo un altro fiore appassito.
Enzo comprende che oltre ad un piatto caldo, forse per qualche giorno, non avrà altro. Forse quel viaggio non sarà di nuovo calore.
Ma non rinuncia, cerca un lavoro che gli possa dare il consenso per vivere, un’altra finestra sul mondo da aprire, basta con le illusioni è ora di colorare anche il cuore.
Inutilmente.
Si vede che per lui la strada è stata disegnata ai bordi, dove i pastelli da imprimere sono porte chiuse, porte che continuano a sprangare quella luce che lui tanto vorrebbe bere.
In quell’affannosa ricerca, incontra la notte della metropolitana, i cappotti di giornale, il tempo fermo sulle panchine, altre figure di cartone che annaspano sui violini tra cappelli dimenticati.
Conosce una ragazza di nome Vaniglia, anche lei sola, anche lei in cerca di un viaggio da comporre…allora perché non provare a gustare un sorso di quella dolcezza che non sia solo nome, magari facendolo insieme. Decidono così che due solitudini fanno almeno una mezza passione: l’altra è dedicata alla propria notte. Vivono di sguardi, raggomitolati alla carcassa dell’altro, tanto c’è poco da dirsi quando il futuro è un cielo nero di miseria, quando le corde di violino assecondano la nenia della realtà. Provano a non arrendersi, sospirando una fermata che non sia un nuovo treno di pulci…purtroppo ogni giorno ricorda al buio una galleria. Dopo l’ennesimo giro, anche questo senza arrivo, scoprono una strada in discesa, bianca, polverosa, che sa di miele. Convinti da quel dolce sapore, si fermano : sperano che dal miele possa nascere un sogno che non sia solo un ago. Ma di una cosa sono sicuri, è meglio dissolversi in due che da soli…mano nella mano.

Quando la strada si dimostra ad una sola corsia, il viaggio diventa un gorgo in cui annegare, sono poche le vie di fuga.

Chi, come loro, non ha ricevuto nessuna patente è destinato a non guidare, ma a rimanere sul ciglio del mondo, in attesa anche del solo guardare.

 

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6 pensieri su “Un’altra fermata. L’ultima.

  1. Questo tuo poetare dolce amaro che lento scorre come un ruscello in cerca di nuove vie nuovo ossigeno per respirare aria fresca.Un racconto che ognuno vive leggendo come fosse il suo tanto ti avvolge provando le stesse senzazioni forse già realmerte vissute.Complimenti.
    Caterina

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  2. la tua prosa ha fatto tesoro della ricchezza immaginativa e della capacità di sintesi di chi sa scrivere poesia, di ciò questo racconto si avvale grandemente, suscitando forti emozioni in chi lo legge

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