Il bagno non mi piaceva molto, soprattutto alle sette di mattina.
Sembrava lontano un giorno, ogni volta mi apriva la porta, tutto bianco e freddo come il risveglio, continuava a ricordarmi l’unico impegno al quale non potevo sottrarmi : andare a scuola.
Anagraficamente ero poco sotto la soglia dell’adolescenza ma quanto a predisposizione, voglia, sogno, ben più sopra i limiti imposti dall’età : che a sentirsi grandi eravamo sempre pronti, come se a vestire quel corpo di sigarette e pelo appena appena di lamette ci facesse sentire adulti (a pensarci adesso beh forse sarebbe stato meglio indossare per tanto, tanto tempo ancora i pantaloncini corti).
In quegli anni la scuola fungeva da spartiacque, da un lato la famiglia dall’altro la voglia di spaccare il mondo; quel mondo che sembrava un gioco, un giro di giostra tra le bancarelle, un gettone da cento lire e via col volo verso la coda che rappresentava una vittoria.
Seduti in file da quattro, a circa un metro l’uno dall’altro, i banchi in simil legno (quel composto di truciolato e plastica che sapeva di obbligo, del resto, per quell’età la scuola cosa poteva essere se non imposizione), una sedia e di fronte il professore e la sua lavagna. Già, quei tre metri per uno di materiale nero -di fatto una roccia chiamata ardesia- sulla quale navigava un gessetto che il più delle volte si arenava miseramente : troppo arduo e maldestro l’approdo verso la conoscenza; a volte, troppe volte, segnava il confine del sapere : un piccolo segno che attestava la capacità o meno di aver studiato. Immancabilmente da quella piccola impronta di gesso se ne dipanava -quasi sempre- una ben più grande a forma di cinque dita. Ed erano dolori (sostanzialmente fisici, benché lo scopo fosse -almeno credo- quello di “ferire” l’orgoglio).
Ma a spregio di quell’orgoglio così “ferito” l’apprendimento “sapeva” interrompersi alla minima occasione per lasciare il posto a goliardate d’ogni genere.
L’edificio della scuola era una casa affittata e gli spazi, come si può immaginare, angusti e adiacenti, risultavano troppo limitati per marcare una distinzione in classi, anzi potrei tranquillamente affermare che i locali formavano un’unica, bellissima (a dirlo ora), classe.
Le scene riuscivano sempre diverse sebbene sovrapponibili all’unico copione e gli attori, giocoforza, formavano una sola compagnia, così capitava che i racconti di alcuni si mischiassero alle storie di altri, dando vita, nel corso degli anni, ad un solo indimenticabile periodo scolastico.
Furono vari e stravaganti i “personaggi” che frequentarono quelle stanze, alcuni, più di altri, avrebbero potuto ricoprire ruoli degni di Dickens, di Twain o di Molnar, o per rimanere in Italia di De Amicis o di Collodi, e nonostante alcune esperienze non mi appartenessero direttamente, le “provai” (ma ancora adesso mi tornano attuali, nostalgicamente) attraverso i racconti di compagni e amici che calcarono quei banchi, prima o dopo di me.

C’era Pietro col suo continuo sproloquio di giustificazioni… mia mamma è stata male, sono andato al funerale di mia nonna, si è rotto il lavandino del bagno, ecc., ogni volta una tragedia diversa, tanto per non essere interrogato.
Un giorno, però, l’insegnante, incazzato per tutte quelle scuse, esplose in un domani voglio parlare assolutamente con tua madre (i padri, chissà perché, erano sempre impegnati in altre cose, a sentir loro ben più importanti). La risposta teatrale e mesta allo stesso tempo fu : sa mia mamma è morta.
Dalla rabbia alla pietà fu un attimo. Passarono i giorni e altre scuse trovarono posto tra i banchi.
Poi un giorno morì pure il padre.
Di fronte a tanta sfortuna i poverino, che vita distrutta, ma chi si prende cura di te, si sprecarono.
Ma le bugie si sa hanno le gambe corte, un giorno presero la forma di una donna rotondetta e sui quarant’anni : la mamma di Pietro. Lo stupore ci mise un attimo a trasformarsi in collera. L’insegnante non seppe far altro che sbiascicare qualche parola e la donna, anch’essa sconvolta, rispose nell’unico modo che conosceva : botte, tante botte che il povero Pietro non riuscì nemmeno a contarle. Alla fine, tra un morso alle mani e frasi, che non mi pare il caso ripetere, Pietro venne afferrato per i capelli e trascinato fuori dall’aula.
Pietro ritornò a scuola dopo una settimana, apparentemente sano!
Un altro personaggio mitico fu Salvatore, seduto nell’ultima fila, continuamente distratto e impreparato, come se la sua presenza fosse di per sé “bastevole”: non si poteva pretendere nient’altro. Che addirittura studiasse beh, come bestemmiare. La finestra era il suo passatempo preferito insieme al suo cavallo di battaglia : una canzone di Celentano -l’attore (il video che segue in fondo)- il cui ritornello – vieni al cinema insieme a me, lui non è… ma chi sarà… – ripeteva ogni volta che il professore lo interrogava o anche così, senza nessun motivo. Devo dire però che a detta di molti non mancava certo in melodia, intonato e gestuale all’Adriano riusciva a strappare pure qualche applauso.
Ma quella sua apparente sfacciataggine nascondeva qualcosa di più imperscrutabile, ora percorre chilometri e chilometri di paese cercando una sigaretta.
Poi c’era Angelo che al suono della campanella partiva a bordo della sua auto. Ma forse qui è d’uopo una spiegazione : l’auto era immaginaria, appena uno sterzo che imbracciava come fosse una Ferrari e le marce che innestava erano solo un movimento di braccia a modificare l’aria circostante. Beh era una macchina che andava a mille, secondo lui, a volte ci chiedeva se volevamo un passaggio verso casa. Ma rifiutavamo con varie scuse, tanto per non demoralizzarlo. Qualcuno però ci provava e così partivano di corsa uno dietro l’altro come se la strada fosse di quelle americane : infinite e in faccia la vento, per cavalcare il mondo e le sue aspettative. Con la sua auto Angelo percorreva il paese in lungo e in largo tanto per farsi ammirare con la sua fiammante decappottabile. Ma il vero spasso era vederlo parcheggiare : lentamente e con gli occhi negli specchietti -che naturalmente mancavano- riusciva a fare pure qualche manovra, così da non uscire dalle strisce, anche queste immaginarie. A parte questa passione per le “auto” era uno splendido ragazzo, ottimo compagno e amico.
Potrei parlare di tanti altri ma le emozioni mi bloccano le mani in questo transfert col tempo e allora mi siedo di ricordi e penso a quegli anni con malinconia.
Anni che rivedo ogni tanto calcare i miei pensieri e riportare a galla sensazioni stringenti, riproporre sorrisi, parole.
Ma di questo viaggio ho vari appunti che mi aiutano a non dimenticare chi sono e così capita di ritrovarmi tra quei banchi… avendo voglia di studiare.

 

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