In memoria di Ray*

Piove.
Il finestrino appena abbassato taglia la pioggia dal fumo, anche l’ennesima sigaretta ha scelto l’aria della sera. Nei suoi movimenti scorgo il desiderio del volo, l’altezza che poche volta atterra su queste strade.

Fuori il mondo scorre come sempre, una donna scivola col suo ombrello nuovo di zecca, mentre una macchina cerca la fine del giorno nel parcheggio sotto casa, anche la finestra chiude i battenti rifiutando le gocce sui vetri, la tapparella scende giù come un tuono, solo un cane sembra godere dell’immobilità.

Sono solo e aspetto la mia compagna, intanto il tatuaggio della mia anima disegna la pelle col nero dei vicoli provando a riconoscersi in quelle direzioni che mimano il passo del silenzio. Cerca nelle movenze della notte gli occhi della luna, la solitaria e diafana membrana del cielo, sorella e madre di un cerchio di stelle che assaporano l’infinito.

In macchina i Doors cantano insieme alla pioggia Riders On The Storm, la pianola di Ray scorre, cerca i tasti come l’acqua la voce di Jim. Si cercano e si scontrano in tonalità che sanno di tempo, di quel senso di rivolta che determina il movimento e il fermo immagine. L’alternanza e il solco per definire voli e dissonanze, l’altra parte del mondo che non contiene né tiene in considerazioni stili, forme, omologazioni.

Mentre la mano fluida di un Dio liscia il pelo del buio, la luce occupa il posto dei lampioni, così da far splendere la marea d’asfalto. Forse potrebbe risultare viva con i bagliori che danzano, l’acqua invece rifinisce i margini del mio mondo, recintando i pensieri in una cartolina sgualcita.

E mi ritrovo a origliare il rumore della pioggia nel suo declinarsi in arie e rimbalzi senza pentagrammi, con la luce troppo presa dai lampioni per accorgersi della mia cartolina : allora non mi rimane che ricordare.

Era l’estate del 1965, quell’anno la spiaggia era piena di gente, ragazzi per lo più, ombre di un mondo che non conoscevano, l’acido era la realtà con cui s’inventavano il futuro. Le ragazze vestivano i colori dei loro anni con camicie troppo lunghe e capelli liberi d’innamorarsi del vento. Il film che stavano girando era fatto di viaggi, voli per un cielo che si sentiva appartenere al mondo della percezione, anche la musica apparteneva al gioco dei sensi, quello era un mondo da spaccare, troppo chiuso su se stesso, tra violenze, guerre, razzismo. Solo loro potevano in qualche modo riuscire ad aprire le porte, rendendole più terrene attraverso la chiave dell’amore, del libero pensiero, tutto era permesso, niente più costrizioni né case dove rinchiudere il giorno. La musica fu il carro con cui attraversare le menti accendendole, cortei e concerti fecero da sottofondo alla più grande rivoluzione del novecento, quella forse più temuta dai soliti padroni.

Ray e Jim s’incontrarono quel giorno sulla spiaggia e bastò poco per capire che la loro sarebbe diventata una leggenda. Gli occhi decisero l’unione, le poesie trovarono i suoni e fu così che l’alchimia divenne deflagrazione.

L’anima “maledetta” di Jim e la sua voce così profondamente “mentale” avrebbero trovato in Ray la giusta dimensione per cantare i desideri di quelle generazioni. Quel vincolo rese possibile uno dei più penetranti e psichedelici grimaldelli della storia del rock (con forti tendenze blues), perfetto per scassinare migliaia e migliaia di porte.

E quando dal vivo l’animale ch’era in Jim brandiva il palco per volare sopra i deserti, cibandosi delle parole, dei totem che abitavano quei corpi in delirio, Ray gestiva la linea del basso con la mano sinistra e l’organo con la destra. In questo modo l’organo fu sempre suonato su ottave alte, dando alla musica quel suono deciso e tagliente tanto da penetrare, come acqua, nei gorghi più inaccessibili della mente. Avventati e spregiudicati oltre ogni limite rifornirono con le loro composizioni il movimento contro, calcarono le scene della protesta con le ali dell’evasione. A torto o ragione scossero la pacata provincia americana fin nelle ossa, sconvolgendone ritmi e sicurezze. Poi il loro grido non trovò più confini : divenne bandiera e portavoce di quegli anni.

Lo squillo del cellulare mi sveglia dai ricordi, disarcionandomi : era lei, finalmente o purtroppo.

Poche parole per sentirmi ancora più solo, aveva deciso che ormai gli anni sessanta erano finiti, adesso l’unica porta da attraversare era quella della banca dove elemosinare uno straccio di vita.

Almeno finchè Ray non avesse trovato un’altra pianola da suonare.

*Raymond Daniel Manzarek Jr., (Chicago, 12 febbraio 1939 – Rosenheim, 20 maggio 2013), pianista e fondatore insieme a Jim Morrison dei Doors.

 

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7 pensieri su “In memoria di Ray*

  1. tutto bello… tempi irripetibili, dove le persone giuste si sono trovate nel momento giusto a raccontare e raccontarsi. E’ proprio in questi frangenti che realtà e leggenda si fondono, che la realtà si fonde con l’alone mitico di un momento bellissimo, rimasto nella storia di tutti noi, quella che desideriamo ogni giorno, quella incisa nel cuore della musica !

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  2. Bellissimo racconto ,per certi versi quasi un noir come ”Giungla d’asfalto” con Robert Ryan. Per poi parlare di musica e avere altri scorci. Complimentissimi. Grazie. isabella

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