Dedicata ai miei genitori

Nella mia vita ho visto centinaia di binari, srotolate sequenze di un rumore chiamato viaggio che non sempre rappresentava soltanto una strada di ferro : a volte quelle due linee si proponevano come un nuovo gioco, un’avventura per giocolieri inesperti.
Tutta la mia famiglia è stato un continuo, logorante, movimento, tanto che spesso la stazione ferroviaria indossava le fattezze della nostra cucina. Quante volte ho ascoltato di viaggi che si fermavano sull’uscio a raccattare le persone e scaricarle come valigie in un deposito.
Una strana forma di nomadismo viveva sul divano vicino la credenza e custodiva gli ingredienti per una cena di commiato o di rimpatrio.
Tra un saluto e un abbraccio il fuoco del camino crepitava come il ferro sui binari e l’odore acre del fumo si confondeva con gli sbuffi della locomotiva. Le voci si mescolava col pianto dei più piccoli in quell’andirivieni frenetico : reclamavano sorrisi e attenzione, non capivano tutto quel traffico di saluti che se da una parte portavano sorprese dall’altra erano già pronti a volare via, come i seggiolini di un carosello.
Solo gli adulti erano rapiti da quella giostra passata lì per caso, presi a rintuzzare sospiri e fermare parole che non conoscevano destinazione.
Era frequente la mancanza di questo o di quel parente, una sorta di gioco a rimpiattino, quando uno partiva quell’altro tornava, per anni non riuscimmo a festeggiare un compleanno o un matrimonio tutti insieme.
Così, come in passerella, un giorno capitava mio zio dalla Svizzera (come lo chiamavamo noi piccoli) con quell’abbigliamento tipico anni ’60 : baffi e cappotto con i risvolti di pelliccia, occhiali formato extralarge, movenze alla Celentano (il suo cantante preferito, il suo idolo in assoluto). Sua moglie con i capelli che sembravano un terzo piano, nerissimi come la notte, il vestitino a modo, con la giacchetta dai bottoni appariscenti e la gonna rigorosamente sopra il ginocchio (erano gli anni delle prime minigonne). Oppure mio cugino, anche lui in Svizzera : avete presente il film di Verdone in viaggio con la mitica Alfa? Beh vi siete fatti un’idea. Il tipico emigrato che una volta fatti i primi soldi tornava a casa compiendo un viaggio traumatico di 1500 chilometri, solo per far vedere la macchina nuova – per i bambini era uno spasso, cioccolate e regali a gogò.
Anche altri familiari erano coinvolti in quelle, ormai tipiche, “cerimonie”. Anche loro alla prese con un futuro sempre lontano, arrivavano per qualche giorno a rinfrescarsi di memoria in quegli odori/sapori che erano tali solo a casa : chi da Milano o da Torino (quando ancora la Fiat si chiamava così). Tutti con l’affanno della partenza che bruciava anche i pochi giorni di ferie.
Allo stesso modo un altro “viandante” fu mio padre.
Anche lui convinto che la fortuna si trovava da tutt’altra parte. Col cuore appeso alla porta, decise di partire e mia madre, che senza di lui si sarebbe persa nei vicoli del paese, lo seguì.
-Mio padre era un uomo semplice e solitario, talmente semplice che sapeva contare fino a tre : io, mia sorella e sua moglie. Un uomo che conosceva il mondo e ne aveva paura, indossava il suo compito di padre come un comodo vestito e non desiderava altro che sfoggiarlo. Sapeva fin troppo bene che ogni partenza non sempre conduceva a un arrivo, era solo una linea di mare agitata tra l’orizzonte e le nuvole (almeno così la descriveva).
Il suo sentirsi genitore lo rendeva talmente felice al punto che ogni volta che si recava al lavoro non dimenticava mai di lasciare un bacio in cambio di quel momentaneo distacco, una parentesi d’assenza che non rilasciava il freddo sapore della lontananza ma racchiudeva, sebbene in contorni sommessi, il calore promesso del ritorno.-
Ma non sarebbe bastato un bacio per contenere quel nuovo viaggio, diverso e tremendamente lungo.
A fine anni cinquanta, prima ancora che io sapessi della vita, iniziò quell’avventura che sembrava circoscritta in una cartolina; capitava invece come un pianto di sole in quel giorno che sapeva di grano e di salmastro, dove i suoni e i profumi si fissavano alla paura e al legno di una carrozza.
Guance e mani si cercarono con l’impeto dell’attimo, opprimendo le gocce in un lungo abbraccio con la terra.
Tanti i sorrisi -brevi come le foglie- in quel senso di risacca che tra i rami dell’addio piansero l’aria.
Il rosso dei volti fu il colore più vivo, più del giallo del sole e del marrone dei binari. In quel mattino le lacrime furono gli abbracci più sinceri.
Ferro e rumore salutarono le parole mentre i suoni ritirati in cuccetta attesero che l’amore preparasse una piccola ombra di casa.
Intanto tra le tante sfumature presenti si riconosceva quella dello spago, dimesso e in disparte incatenava una valigia senza più sogni : un angusto ricovero di speranze fatte di cartone.
Mano nella mano andarono via come la pioggia incontro ai vetri mentre in lontananza il cielo si avvicinava al mare.
Una foto avrebbe fermato quell’istante, in dissolvenza con le onde a formare nuove gocce d’acqua.
La ricerca di un futuro fu l’amaro che attendeva in curva.

Non è l’amore che va via
ma il corpo che lo imbriglia

perché l’amore è un cavallo lanciato al galoppo
e non esistono praterie o strade di ferro
che possano arginarlo :

anche se il dolore sarà partenza
vivrà il ricordo di una vita che non muore
e la strada sarà il gusto del mattino
che non conosce buio

e il fiore del cielo incontrerà sempre
l’abbraccio di due parole: ti amo!

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