Anche io sono stato bambino, di un’età che non ricordo, ma rammento gli amici e le persone, i momenti e i sorrisi di qualche strada del mio sud.
La fortuna di crescere in un piccolo paese non la riconosci subito ma molto a distanza, quando gli anni prima o poi ti fanno pronunciare parole delle quali avevi perso anche il significato.
Quando le foto dei giorni iniziano a danzare : movimenti alla ricerca di un muro da incorniciare, in fila, in una sequenza di bianco e nero che inizia a srotolare le sue impressioni. E già dai titoli sai che sarà un bel film.
Ritrovo personaggi che iniziano a rivestirsi di colore e parole che riallacciano ricordi, scene in un mare di gocce che balbetta : finché non cominci a lacrimare!
I luoghi che conoscono il tempo e le sue avventure conoscono le mani della vita come le orme l’argilla.
Allora i fotogrammi si accavallano e la poltrona diventa comoda, nomi e facce salutano l’unico spettatore : so già che la visione sarà una dedica al tempo. Al mio tempo.
Mi sistemo comodo e la musica che mi accompagna è malinconia e le immagini flash che accecano.
I vicoli dove sono cresciuto sono i primi a farsi riconoscere, vedo le scale vicino casa e la strada che riprende gesti, la macchina di mio padre parcheggiata che lambisce i suoi bordi e aspetta il solito giro di pomeriggio : una Fiat 850 bianca che, dopo qualche anno, lascerà il posto ad un’altra fiat, una fiammante 127 blu, regalata per il diploma e per la patente fresca di stampa.
Vedo Mirella, la ragazza dai grandi occhi neri, che passava tutti i giorni a quell’ora di fronte casa e io che per vederla fingevo di fare i compiti sulle scale. Un giorno il vicolo di casa divenne troppo stretto per tutti e due e allora gli sguardi appena pronunciati divennero mani che si toccavano e parole che pronunciavano un si. La mia prima ragazza, un angelo dai capelli corvini e le movenze di gatta. Il primo bacio rubato agli occhi di paese, uno schiocco di sensi che ci fece volare, di quel calore che non sapevi, diverso dal fuoco, ma molto più rovente, un bacio che rimase l’unico per parecchi giorni.
Rivedo mia nonna seduta tra la luce del camino e il tepore della cucina lavorare a maglia, convinta da quei fili che assomigliavano al corpo di mio nonno. E mia sorella più grande comportarsi come la mia seconda mamma, con quell’affetto da sentirla ancora adesso tale, una piccola grande donna che andò via di casa troppo presto. Si sposò a diciotto anni innamorata di un uomo che ancora adesso la culla come un fiore, dopo quarant’anni di matrimonio.
E vedo i miei amici (quelli che durano una vita), ragazzi che sono diventati uomini tra mille difficoltà e mille gioie. Persone con cui anche bere una birra significava dividerne i sorsi, sentire lo stesso gusto, assaporare le medesime sensazioni, persone con le quali bastava uno sguardo per conoscere esattamente i pensieri e anticiparli in un gioco complice e sincero.
Adesso quel gioco è un baratro nel quale cerco la luce di momenti simili. Un buco che non si riempie, scavato dagli anni e dalla lontananza, un vuoto che riesce ogni tanto a diventare pieno con qualche sorriso racimolato qua e là.
Ancora flash che riassumono la mia serata in una sorta di porta temporale, un volo che voglio compiere con la fame di un gabbiano.
E allora riconosco i luoghi, le storie dipanarsi in volti che mi provocano sensazioni mai del tutto scordate. E rivedo quel gruppo di giovani uomini che faceva dell’unione la bellezza dei giorni, sempre impegnati in qualche cosa pur di riuscire a trovare gli stimoli giusti per superare un altro giorno senza mete.
Una serie di avventure da libro cuore o dei ragazzi della via Pal, le feste improvvisate per “acchiappare” qualche ragazza, compleanni inventati solo allo scopo di riuscire a strappare un bacio attraverso la bottiglia di un whisky.
Quante volte quel whisky restava l’unico sapore.
E poi la scuola che utilizzavamo più per fare baldoria e muovere quel senso di unico e di meraviglioso della nostra amicizia, invece di farla diventare la palestra dove rassodare i muscoli del futuro.
E infine il lavoro che, sebbene cercato per una vita, si è dimostrato il signore degli attimi non colti, il fattore del campo austero, l’aratro che ha disegnato tante vie, una per ognuno, portandoci a lottare/gioire dei nuovi raccolti, a unire sette punti cardinali in una nuova rosa dei venti, venti che ogni tanto bussano alle finestre regalando quell’odore di casa che riduce gli anni.
Anni in treno, su strade di ferro immaginando chissà quali direzioni, quali avventure. Ma in fondo si sono dimostrate mete, destinazioni che vivo tuttora.
I ricordi di quei momenti vivono appesi, ma sono sempre pronti a solleticare il cuore più che la mente, possiedono quell’alone di vissuto che le rende percepibili a pelle e quando rivedo quei flash mi ritrovo in un mondo fatto di cotillon e festoni perché quella vita è stata la mia e quelle persone abitano ancora i miei pensieri.
Sono scene che si agitano, tese a far passare la propria storia rispetto alle altre ma io sono qui e desidero vederle tutte e la notte mi aiuta in questo, con quel telo nero di sottofondo che si rivela una lavagna di gesso dove colorare i ricordi e le emozioni.
Ogni tanto mi piace trascorrere le sere. Così, in compagnia di un buon film!

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