Come ogni piccolo paese anche il mio ha avuto i suoi “personaggi” da ricordare, individui caratteristici che in qualche modo hanno lasciato un segno, figure a cui il tempo ha regalato il ricordo e forse un posto nell’albo iconografico del luogo. Sicuramente sono state emblematiche visto che ancora oggi qualcuno rammenta le loro “prodezze”.
Credo che alla fine varcare la soglia non sia stato per loro un comune e ordinario epilogo ma, invece, una sorta di trasposizione in una dimensione per alcuni versi immortale.
C’era u Capitanu, così veniva chiamato da tutti, quasi bastasse lo pseudonimo per identificarlo esattamente, io del resto non ho mai saputo il suo vero nome, era un uomo che svolgeva le funzioni di araldo, si proprio così, esattamente come quelli di stampo medievale. Non c’era annuncio o comunicazione che lui non sapesse bandire, con quel tono di voce squillante e potente portava le notizie in ogni angolo, nessuno veniva escluso, anche le vie più nascoste o quelle immerse nelle stradine di campagna venivano raggiunte dalle sue informazioni. Una persona dal carattere mite, quasi dimesso, si sentiva vivo e vero esclusivamente quando era chiamato a svolgere quel compito che riteneva vitale per il buon governo del paese. Me lo ricordo vecchio, vestito sempre allo stesso modo, con pantaloni, giacca e un cappello a tesa larga, non si fermava mai, sapeva di essere importante perché convinto del diritto di ogni persona a essere informata delle attività o delle decisioni prese da chi in quel momento era deputato alla guida del paese. Il suo era un lavoro per il quale non riceveva un determinato compenso ma solo qualche beneficio di carattere morale più che venale. Non era sposato e viveva in una casa nella parte vecchia del paese. Non so se qualcuno se ne prendeva cura, presumo che avesse qualche famigliare che accudiva la sua dimora : fargli trovare un pasto caldo o per lavare le poche cose che indossava. Anche il sacerdote era propenso a servirsi della sua competenza quando era necessario rendere noti matrimoni o funerali, in questo caso si accontentava di qualche assoluzione e di qualche preghiera. Era la voce garbata e ferma del tempo e delle sue pagine, una reminiscenza d’altri tempi, qualcosa di cui si sente la mancanza, probabilmente il suo dono si sarebbe corrotto nel mare informe e scialbo dell’odierna comunicazione.
C’era Barbara, detta Varvaruzza, una signora anziana che aveva un piccolo forno, praticamente una stanza angusta piena di legna e qualche suppellettile tipico dei fornai, una lunga pala di legno, un coltello con una lama così piccola da chiedersi come facesse ancora a tagliare, una sedia dove si sedeva ad aspettare che il fuoco e la farina completassero il suo capolavoro a forma di pane. Naturalmente c’era il forno, fatto di mattoni anneriti e spezzettati da anni di duro lavoro. In quella piccola bottega Varvaruzza era un’artista, riusciva a trasformare quel miscuglio di farina e acqua in vere opere d’arte, la sua era una capacità naturale senza artifici né macchinari, tutto veniva assolutamente svolto con le sole mani e tanta passione. Quando il forno cominciava a riempirsi di forme e fiamme l’odore, che si propagava come un richiamo, annunciava l’opera appena scolpita, pronta per essere ammirata e gustata. Quello era il risultato di un impasto non solo d’ingredienti ma di tanto amore, si raccontava che facesse quel lavoro da sempre, si diceva che ogni volta che impastava il pane ne tagliasse un pezzettino da far lievitare e che poi dava a chi avesse intenzione di preparare il pane in casa. Infatti era usanza comune possedere un piccolo forno, così quel lievito arrivava di casa in casa in una sorta di rituale, per anni quel lievito diede forma al pane e a quella comunione che significava essere famiglia, una lunga catena che in qualche modo legava molte donne del paese, in quello scambio c’era tutta la solidarietà della gente semplice pronta ad aiutarsi a vicenda pur di superare i momenti difficili. Ma la vera specialità di Varvaruzza era la pizza, che preparava tutti i venerdì, quasi a scandire, con quella leccornia, che la settimana si preparava al riposo, era una vera e propria prelibatezza, alta un paio di dita poco olio, pomodoro e un po’ di origano, a volte si lasciava andare mettendoci qualche acciuga. L’unico difetto, se così si vuol chiamare, la pizza terminava troppo presto sia perché, parole sue, le cose buone si devono desiderare, ma anche e forse soprattutto non sarebbero bastate tonnellate per soddisfare tutte le richieste, infatti ogni venerdì sembrava di assistere alla prima di una famosissima opera teatrale, tante erano le persone in fila.
C’era Mimmo, detto Charlie, un ragazzo che fin da piccolo si era dimostrato diverso, qualche cellula del suo cervello aveva deciso di percorrere una strada diversa dalle altre, i suoi giorni erano attimi avventurosi che solo lui riusciva a mettere in fila, aveva tanti sogni, grandi immaginarie foto della sua vita, così un giorno si vedeva a Milano a fare l’imprenditore di successo, srotolando affari milionari che raccontava nei minimi particolari, un altro partiva per l’America dove a suo dire aveva trovato l’america, raccontando storie intriganti attraverso le rotte che tagliavano quel paese in due, come un gangster si vedeva a bordo di una fiammante Buick inseguito dalla polizia e ancora di quando si beava delle sue innumerevoli esperienze sessuali con donne bellissime. Il suo era un mondo stravagante incorniciato da episodi che costruiva a raffica sempre avvolto dal fumo dell’ennesima sigaretta, in quelle vicende il paese che si portava addosso come un peso non veniva mai menzionato, quello era solo un luogo da camminare, chilometri d’acqua nella quale annaspava, cercando di muoversi sempre più velocemente così da non farsi sommergere, chilometri e chilometri d’asfalto che divorava contandone ogni metro come se gli mancasse l’ultimo per finire l’album delle strade. Non si è mai fermato nel raccogliere fantasie con i suoi denti gialli e il sorriso bislacco, a volte spariva per ricomparire dopo qualche mese e sembrava un altro, calmo e appartato, con gli occhi lontani perduti in chissà quale fantasia, a chi gli chiedeva dove fosse stato raccontava di aver fatto un altro dei suoi viaggi, ma tutti sapevano che quel fantomatico luogo non era altro che una clinica dove veniva riempito di psicofarmaci, chiuso dentro una stanza a languire finché le immagini cedevano il passo alla realtà.

***Situazioni e personaggi reali che sebbene vissuti in prima persona (anche se, per i primi due, l’età non era propriamente quella giusta per capire a fondo le cose : più o meno intorno ai dieci/dodici anni) non possiedono la forza di una foto a colori ma direi di una cartolina in bianco e nero -di quelle di una volta, magari anche un po’ sbiadite-. Questa pagina vuole essere, però, una specie di riassunto delle parole e dei racconti dei più vecchi. Del resto il tempo in qualche maniera ha velato quei ricordi e se in qualche parte le figure appaiono romanzate (ma poi neanche tanto) vi assicuro che è stato fatto volutamente : con l’unico scopo di rendere merito a quelle loro “capacità” singolari e forse irripetibili di fare “paese”.

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