Ti parlo ancora…di noi e degli anni che abbiamo vissuto insieme.

Ti ricordi?

Tu eri spesso in disaccordo, un po’ su tutto, sulle ragazze, sulla scuola perfino sulle cose da mettere. Ma poi c’ero io sempre attento ai tuoi “vestimenti”, ai compiti da fare, alle uscite con le ragazze. Soprattutto con Teresa! Il nostro primo vero amore, il tuo primo sbandamento e la mia emozione nel sentire l’universo tra le mani, per quel rossore di guance che mi sembrava di more. L’ho amata, Teresa, oh si tanto e non sai nemmeno per quanto. Bella Teresa, di quella bellezza che non ti accorgi, sempre con le ombre sugli occhi che la rendevano quasi misteriosa. Di poche parole ma con un sorriso da schiantare ogni frase…non serviva parlare quando i denti mostravano una venatura così rosea e tanto sensuale da impedire il volo ai suoni.

Poi, un giorno, qualcuno di noi, e non so dire chi, decise che l’ultimo bacio dietro la chiesa sarebbe stato veramente l’ultimo.

Forse quel giorno è stato quello che ha iniziato a farci conoscere, troppo presi dai giochi e dalle maglie di lana, non eravamo ancora entrati in sintonia

Mi ricordo anche di quella volta che abbiamo fatto quel mitico viaggio, ti ricordi, fino a Prato e poi da lì con la due cavalli amaranto e nera verso Monaco. Seicento kilometri a 70 all’ora -altro che route 66-, il nostro primo vero viaggio, c’era tutto il tempo di prenderci cura della nostra nuova compagna : già un’altra Teresa, chiamalo destino se vuoi? Comunque, un’esperienza particolare…perché era tempo che noi due cominciassimo a capirci.  Per uno di noi Monaco significava birra, per l’altro un’isola dove attraccare e perdersi tra le braccia di Teresa (che voleva essere chiamata Terry).

Un viaggio dentro di noi che, per alcuni versi, continua tuttora.

Quello probabilmente fu il confine delle esperienze incoscienti, degli anni da bambino lasciati alle spalle, era ormai tempo di crescere : forse quelle ruote macinarono ben più di seicento chilometri, arrivando a distanza di anni come un aliante, che nel suo planare osserva, calcola, determina il posto dove atterrare. Con quella macchina sono partiti in due ma è tornato uno solo di noi, quello che adesso ti continua a scrivere. Ora le parole sono più chiare, ora so cosa mettermi la mattina e riesco anche a non essere sempre in disaccordo, ho imparato che l’equilibrio aiuta, quantomeno ad arare, perchè seminare risulta alquanto complicato.

Ma ti vedo ancora affacciarti allo specchio, con quell’impulsività tipica dei tuoi anni, che ormai non sono più i miei, un Icaro che in qualche modo si tratteneva, riuscendo a limitare le cadute. Mi piaceva quella sfrontatezza così riservata, e non è un paradosso, perché quel tuo modo di parlare, forte degli anni, si coniugava benissimo con gli sguardi, occhi che in qualche modo “entravano”, lasciandoti vedere.

Adesso è bello saperti mio, un volto che affiora e che non ha paura del tempo, un sorriso che mi rende forte, soprattutto quando il vetro inizia a contornare linee più grigie e meno solari.

Un duo divenuto alla fine uno, perché di te conservo anche la prima radio -con l’antenna aggiustata col ferro-, perché ti vedo ancora sulla 850 di papà inserire la quarta al posto della retromarcia, quando all’esame di maturità hai pensato di sfidare la professoressa d’italiano, quando a bordo di quel treno mi hai abbandonato per la naja, ritornando leggermente più uomo, perché a gennaio le tue lacrime erano le mie e la stanza un lutto, quando un foglio verde ti ha indicato la via del lavoro e la sposa che onori tuttora.

Quando tutto questo ancora non lo sapevi ma io forse si, in cuor mio forse avevo già deciso che la morte di papà avrebbe segnato la fine di un mondo e l’apertura di un finestrino diretto a nord.

Ora mi aiuti ad essere come nostro padre e nelle sere in cui il telefono riannoda i legami ti sento vicino come la voce di nostra madre.

Ti voglio bene.

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