Il treno delle nuvole

Una stazione ferroviaria è un crocevia che si rivela in tante piccole vie oppure si proietta dentro piazze dove incontrarsi per un aperitivo o un saluto.

L’accomuna il moto rotatorio di arti, occhi e frattaglie varie intenti a prendere un treno che non sempre conduce nel posto dove si vorrebbe arrivare.

In quella porzione di mondo s’incrociano tante anime senza quasi mai vedersi, un segmento delineato da anime di ferro e vetro in continuo mutamento, esempio calzante di una vita sempre con la valigia pronta.

Una di quelle anime aveva un nome : Gregorio, detto Gori, che si trovò un giorno al binario n. 10. In piedi, immobile come il binario vicino, la mente tra i convogli del silenzio.

Aveva da anni una valigia pronta sotto il letto e perché decise di prenderla proprio quel giorno non lo disse a nessuno, così come non rivelò a nessuno la destinazione, neanche all’unico amico di sempre.

Quell’amico che rimase muto in disparte, per lasciare il palcoscenico, cosi intensamente desiderato, tutto per lui.

Quella di partire per Gori era stata sempre una scelta scontata, un punto fermo su quel libro che per anni aveva cercato di leggere, la volontà tenace di raggiungere qualcos’altro rispetto alle piccole cose che abitavano la sua vita.

In cuor suo aveva già deciso di partire intorno ai dieci anni, quando giocare era diventato un lusso e i fiori troppo distanti per poterli toccare, quando il vento portava notizie di suo padre da quel lontano paese chiamato nuvola.

Quel padre che prima di andarsene gli aveva lasciato un libro completamente in bianco, con un numero di pagine indefinito. A suo dire si trattava di un libro magico, un libro di storie ancora da scrivere. Ogni giorno Gori avrebbe dovuto regalare un po’ della sua vita per far vivere quelle pagine : ma non era riuscito ancora a scrivere neanche una riga, il suo era un inchiostro invisibile.

Ma di notte, a sua insaputa, il libro iniziava a cambiarsi d’abito, mischiando l’ordine dei numeri, così che l’ultimo diventasse sempre il primo e ogni storia raccontasse sempre le stesse cose : di un padre, di un figlio e di un gioco chiamato mondo. Ogni mattina Gori non vedeva l’ora di leggerle e sebbene non sapesse chi fosse a scriverle, sorrideva nel vedere quelle “impronte” sulla carta e tutti quei numeri alla rovescia.

Gori viveva fuori paese, con la madre e una sorella più grande, una casa piccola e un cortile dove affogare i giorni, uno spazio da dividere con le galline più che con gli uomini.
Aveva anche una stanza tutta sua che dipingeva continuamente con la mente e ogni volta i colori ricordavano quelli del cielo come a voler cancellare i muri.

Voleva vivere sospeso in aria, volare con essa e guardare il mondo, dall’alto.

Lontano dagli uomini.
Come tutti aveva bisogno di quell’aria – ma più che respirarla, la inspirava -, voleva tenerla per se come il più caro dei regali. Era difficile ogni volta mandarla via, come difficile era catturarla di nuovo, ma in questo gioco era un maestro.

Nel farlo ricordava uno stantuffo, come quello dei treni e di quel trenino di legno -l’ultima sorpresa del papà- che vagava per la stanza in un continuo movimento senza partenze né arrivi, un viaggio infinito di parole e suoni, luoghi così evanescenti che solo nella mente di Gori trovavano un mappamondo.

Dal giorno in cui suo padre gli regalò l’ultimo bacio, usciva poco dalla sua camera, tanto le nuvole si vedevano meglio dal suo letto, toccarle con le mani era facile (non fosse altro perché la camera si trovava al secondo piano).

Nessuno da allora aveva più giocato con lui, tutti troppo presi a intrattenersi col mondo avevano dimenticato quel giocattolo in un angolo della casa.

Lui continuava a guardare le nuvole cercando di aprirle spostando un po’ del cotone che le rivestiva : credeva fossero un piccolo dono da scartare per trovare il calore delle carezze o almeno di un sorriso. Di quella caccia al tesoro anche se non riusciva mai a trovare nulla, il solo fatto di provarci e di crederci era come giocare ancora col papà.

Ma i giorni testardi come lancette continuavano a costruire muri.

E le nuvole sempre più sporadiche cominciavano a sbiadire come il ricordo di quell’ultimo sguardo d’amore.

Quel giorno Gori si accorse che il trenino di legno se ne stava fermo in angolo, senza più macchinista né posti da visitare allora pensò che fosse giunta davvero l’ora di partire… e forse arrivare. Finalmente.

Preparò la valigia con la cura e l’amore di un bambino -esattamente quella che un bambino ci mette nel fare un disegno-. Così, immerso in quell’immagine che solo lui riusciva a vedere, con i contorni ben delineati e i colori già pronti ad occupare il giusto posto, guardò la stanza e chiudendo la finestra disse ciao all’unica nuvola presente.

Decise però che non avrebbe salutato quel che rimaneva della sua famiglia, non gli erano mai piaciuti quel genere di saluti. Ricordava troppo bene il saluto di suo padre : salutare significava non tornare più.

Lui invece avrebbe voluto tornare, ma a modo suo, in caso contrario dei suoi saluti nessuno avrebbe sentito la mancanza.

Così raggiunse la stazione ferroviaria, non era certo di cosa avrebbe trovato, non ne aveva mai visto una, scoprì che era proprio come l’aveva immaginata : treni e persone in attesa, in fila per scegliere un posto diverso da quello che stavano lasciando.

Sarebbe stato un viaggio avventuroso come un giro sulla giostra, con la paura che soffocava quando si raggiungeva il massimo dei giri ma, contemporaneamente, con la gioia irrefrenabile nel sentirsi leggero e toccare il cielo, di volare tra i sorrisi.

Si. Sarebbe stato un bel viaggio. Il nido dove abitavano i sogni avrebbe avuto un sacco di persone da accogliere.

Quel treno sarebbe stato l’unico mezzo per osare a vivere, aveva immaginato per anni quel sospiro di vapore -che ricordava le nuvole- salire in cielo per seguire la strada di casa.

Adesso che stava per salirci gli sembrò di conoscere quel momento : l’aveva scritto tante volte con gli occhi della notte su quel vetro chiamato luna.

Salì come fosse un abbraccio e lo stantuffo divenne un ritmo conosciuto.

E mentre i passi dell’amico ormai si allontanavano di ricordi, tra i binari si videro i numeri dei vagoni scambiarsi per l’ultima volta il posto.

Annunci

6 pensieri su “Il treno delle nuvole

    1. racconti che sebbene inventati hanno attinto a piene mani dalla realtà, dall’ordinaria quotidianità sempre più frequentemente disperata e disperante. Grazie 🙂

      Mi piace

    1. effettivamente qualcosa di “fantastico” c’è, la storia di Gori è una storia inventata ma che potrebbe tranquillamente essere reale come la solitudine, la perdita o la ricerca di una condizione diversa e forse migliore, lontano dalle miserie in cui si è vissuti. Questo in fondo era mio intento : stigmatizzare la disperazione e l’abbandono come anche il bisogno di reagire -magari con un sogno- alle brutture e alle privazioni. Ciao e grazie 🙂

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...