La scalata e l’atterraggio

La macchina è parcheggiata lontano, a circa un mondo di distanza (succede sempre così quando hai fretta), tu sei fermo senza sapere che fare e cominci a valutare le varie opzioni: chiamare l’ambulanza o provare a recuperare l’auto, quindi arrivare sotto casa, parcheggiarla vicino al cassonetto ostruendo la corsia di marcia, salire le scale, a due a due, o quantomeno pensare di farlo, visto che il fiatone ti ricorda che forse uno a uno sarebbe il passo migliore : i multipli superiori a uno non sono contemplati dal poco fisico che ti rimane.

Raggiunto faticosamente il pianerottolo di casa esulti come un’alpinista che ha piantato la bandiera sull’Annapurna e soddisfatto di quei 104 scalini appena battuti recuperi l’ossigeno, rinfrescando con una boccata d’aria i grammi di materia -che dicono sia grigia- ed entri trionfante certo di applausi e cotillon, ma le parole sono fredde come il ghiaccio e diventano vento: “”dove cazzo sei stato, quanto ci voleva e mai possibile che quando servi non ci sei mai…”” capisci che la tua impresa non è stata adeguatamente compresa ma sai anche di non dover rispondere, perché le tue parole potrebbero provocare contrazioni più accentuate e conseguenti spasmi di “oddio era meglio che stavo zitto”…cazzo, sta perdendo anche le acque!

-Breve accenno sul movimento delle acque: dalla separazione ad opera di Mosè nessun altro evento acquifero ha provocato tzunami di portata tanto sconvolgente quanto la piccola quantità che decide di uscire, tra l’altro dove capita e quando più gli aggrada, alla fine di un percorso durato nove mesi.
Questa volta l’annuncio è riferito alla discesa, una piccola valanga di sensi che scivola da quelle pareti (che qualche tempo prima tu avevi scalato), forse meno faticose dell’Annapurna ma sicuramente più bollenti-.

A questo punto, indossato il mantello di superman, aiuti la moglie a scendere i pendii che tu conosci benissimo, sorreggendola quasi fosse in fin di vita, trasportandola praticamente in braccio (ecco perché ti serve il mantello di superman) fin giù la scarpata, dove la montagna rivela il suo lato più infido, invece del giovane sherpa a guardia della tenda (auto) ritrovi un signore che sogghigna con una penna in mano e ti chiede: è sua l’auto? Che fa concilia?

Tu vorresti anche conciliare ma -per sfogarti degli insulti ricevuti in cima- decidi di riappropriarti della clava e del potere di maschio ed inizi a vomitare improperi e teorie allucinanti circa la scalata appena effettuata, dell’acqua divina -senza che Mosè ne abbia saputo nulla-, di supereroi.

Felice di esserti, finalmente, liberato da corde e picozze, non ti accorgi che i movimenti di quell’essere – sicuramente sovrannaturale, considerata la luce di assoluta superiorità che l’avvolge – incuranti della slavina di parole, diventano chiari e metodici e in una sorta di rito, officiato innumerevoli volte, appoggiano, quasi a salutare quell’ennesimo atto di fede : un piccolo foglio verde svolazza tra il parabrezza e i tergicristalli.
La cerimonia si conclude con un saluto e un gesto che ti ricorda quanto sei piccolo e non solo di fronte alle montagne.

Non si possono quantificare le emozioni, già fortemente provate, che ti sprofondano nel buio che già incombe, della nottataccia appena iniziata.

Stai ancora metabolizzando quanto successo che un grido, per niente umano, ti trafigge come una spada il cervello : è tua moglie che urla e prosegue con gli apostrofi sospesi un attimo prima dell’incontro con la creatura dalla penna facile.

Ancora una volta riesci a dominarti, perchè quell’amore giurato – nelle mani di un altro officiante – in qualche modo riesce a placare tutta la lava che cova in fondo. Sali in macchina e ti avvii verso quel luogo che può, anzi deve, risolvere i tanti, troppi, enigmi legati all’acqua e alle montagne.

Al momento sembra la fine di tutte le promesse formulate qualche tempo addietro, ancora non sai che invece è l’inizio del loro rivelarsi. Così impugni la strada tra file e file di macchine, centinaia di automezzi che lottano per un pezzo di strada e non puoi non credere che anche altri non siano nelle tue stesse condizioni. Così ai semafori cerchi di capire, trovare qualche sguardo complice, rassicurante, del resto l’unione fa la forza, invece niente non noti le medesime ansie né fogli verdi che fanno capolino dal tergicristallo, solo figure che piuttosto di stare a casa, magari tranquillamente accomodate a scambiarsi qualche parola che non sia di traversate e salite, sono presi da quella strana smania di accalappiarsi un posto che non sia altare per qualche cerimonia.

Intanto alberi e palazzi si stagliano come vette irraggiungibili e lunghe vie si dipanano tra luci e gocce di pioggia (ancora acqua).

Giungi finalmente davanti a due porte che si aprono magicamente e vedi una figura contornata di luce, che sembra trovarsi lì apposta per donarti un sorriso, una pacca sulla spalla. Lo nomini seduta stante San Pietro in paradiso.

Finalmente ti ritrovi seduto e spossato in compagnia di altri scalatori (questi si che sono complici), come te soddisfatti di aver compiuto l’arrampicata : di fianco un borsone rigonfio ti ricorda che il campo base e a qualche metro in attesa di essere smontato.

Così, con un sorriso ebete stampato in faccia, aspetti che possa compiersi il miracolo.

Ma ancora stordito da quei bagliori, che sembrano i riverberi del sole in alta montagna, ti senti chiamare: lei è il signor tal dei tali, venga sua moglie desidera averla accanto. Vieni trascinato in una stanza dove ti obbligano ad indossare un camice, una mascherina e dei copriscarpe che ti fanno sembrare un astronauta (ma come, io so scalare le montagne non so ancora volare, sarà un’altra impresa alla quale tua moglie di chiede di partecipare?).

Alquanto confuso accedi in plancia -la sala dove dovresti volare- ma non vedi ali da indossare, eppure ci sono altre persone vestite come te che sembrano essere pienamente a loro agio con le altezze, stanno armeggiando vicino all’astronave e ti chiedono di avvicinarti e di collaborare, ma non sai dove mettere le mani : quando l’hai fatto l’altra volta eravate solo in due, adesso invece troppe persone stanno organizzando il volo.

Allora ti avvicini e quello che vedi non sembra per niente un’astronave tantomeno una montagna, e adesso che si fa? Decidi così di svenire, tanto sei il più impreparato a quella nuova missione, forse la posizione distesa è quella più appropriata per fare una trasvolata …tre due uno, ci vediamo all’arrivo.

E l’atterraggio era proprio come l’immaginavi, delicato, per niente difficile (almeno per te che dormivi), l’unica differenza che al suono della nave madre si è aggiunto quello della piccola navetta di salvataggio che ti chiede di prendere i comandi e avventurarti in un altro tipo di viaggio.

Allora prometti a te stesso che questa non volta non cercherai di svenire.

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11 pensieri su “La scalata e l’atterraggio

    1. vero, un mondo alquanto misterioso soprattutto per le dinamiche che regolano il durante! Del resto arrivare in alto presuppone una bella dose di coraggio che probabilmente è già stato esaurito nelle fasi di preparazione del campo base 😉
      Il dopo è una scalata continua che sembra non avere vetta 🙂
      Ciao

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  1. Davvero interessante è il parallelismo tra lo scalatore-alpinista e il futuro padre. In entrambi casi si raggiunge un obiettivo, più o meno difficoltoso.
    Sempre ironica è la tua penna nel raccontare un qualcosa che apparentemente è naturale.

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  2. Il mistero della nascita che la donna ” cova ” in sé per nove mesi nn può che cogliere impreparato l uomo-compagno.
    Nn trovo nella di divertente nell incalzare del racconto, anzi! L inadeguatezza che si fa parole dure x nn cedere all emozione.
    Sherabbracciaoooo

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    1. ho provato due volte quell’esperienza di stordimento di fronte al miracolo della vita e non sono svenuto ma in quanto a tremori di gambe parecchio :). Ciao, abbraccio a te

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  3. davvero simpaticissimo questo tuo narrare (:-)))) hai saputo mettere sotto i riflettori del buonumore vicende che capitano ogni giorno nella vita di molti esseri umani .
    Bravissimo!

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