la valle dell’omo

La Valle dell’Omo è una remota regione dell’Etiopia meridionale, culla di antiche e affascinanti civiltà dove, in un mondo senza tempo, vive un mosaico di etnie dedite all’allevamento di grandi mandrie bovine che sono la fonte principale del loro sostentamento e delle pratiche tradizionali. I loro costumi, l’architettura delle capanne e i rituali d’iniziazione sono sorprendentemente differenti, seppur le etnie distano solo pochi chilometri le une dalle altre. L’identità etnica e l’appartenenza al gruppo è ancora fortemente marcata ed enfatizzata nella cura del corpo che viene decorato con particolari scarificazioni e body painting, simboli d’appartenenza sociale, di gerarchia e di bellezza, mantenendo viva una delle forme artistiche più primitive d’Africa.

La bassa Valle dell’Omo è un territorio di grande bellezza, in cui ecosistemi diversi si intersecano con una delle ultime foreste pluviali sopravvissute nelle regioni aride dell’Africa sub-sahariana. Ad alimentare la straordinaria biodiversità della regione e garantire la sicurezza alimentare dei suoi popoli sono le piene stagionali del fiume, prodotte dalle piogge degli altipiani.

Le esondazioni annuali del fiume Omo servono da nutrimento per la ricca biodiversità della regione e assicurano la sicurezza alimentare delle tribù, dato che le piogge sono scarse e irregolari.

Qui, un’umanità unica, ferma a millenni fa, dove ogni volto racconta una storia, si trova la risposta all’enigma più antico: quello sulle origini dell’uomo. Nella valle del grande fiume Omo, ultima wilderness africana, cuore caldo dell’Etiopia, tra montagne e foreste, aride savane e laghi incastonati nell’enorme spaccatura della Rift Valley, un dio generoso ha voluto far nascere e crescere, uno accanto all’altro, una trentina di popoli. Alcune centinaia di migliaia d’individui sono sopravvissute con un’economia di sussistenza in una fase di protostoria, lontano e fuori dalle vicende del mondo, mantenendo cristallizzate fino a oggi tradizioni e stili di vita ancestrali. Dando origine a un incredibile e gigantesco museo etnografico vivente, unico sul pianeta, rimasto intatto per millenni grazie al totale isolamento di queste terre remote.

Un’umanità diversa e unica, che fa riflettere sull’evoluzione della specie umana. E che consente, come una macchina del tempo, di tornare indietro per gettare uno sguardo sulla vita di millenni fa. Se esiste veramente l’eden la Valle dell’Omo lo è davvero, e si nutre di natura e cultura primordiali e intense.

Alcune popolazioni dell’Omo :

Gli Hamer vivono nelle savane a occidente del lago Chew Bahir, il lago del sale. E’ una zona selvaggia accerchiata da paludi e da savane desertiche. La loro ricchezza sono le vacche che conducono, in lenti e insicuri viaggi, fino alle sponde dell’Omo per abbeverarle durante i mesi della stagione secca. Le acconciature delle donne sono splendenti e colpiscono tutti. Gli uomini hamer si modellano, sulla testa, crocchie di argilla sormontate da penne di struzzo. Si muovono stringendo fra le mani il “borkota”, appoggia testa di legno. Anche per gli hamer, il sistema sociale poggia sulla divisione per età degli uomini. Le donne hamer, quando si sposano, si chiudono attorno al collo un pesante collana di pelle e metallo. Le ragazze nubili invece hanno un disco metallico infilato fra i cappelli.
Il rito di iniziazione tra gli Hamer si chiama “salto del toro”. Il ragazzo destinato a crescere deve saltare, correndo sulla loro schiena e senza cadere, una decina di buoi affiancati per quattro volte. E’ una cerimonia lunga e complessa. Il ragazzo viene incoraggiato a aiutato nelle preparazioni al rito dai suoi amici “maz” che hanno già saltato il toro. Le giovani parenti invece dovranno farsi frustare dai maz per dimostrare il loro affetto. Le cicatrici sono un orgoglio per le giovani donne. Il ragazzo percorre il sentiero verso la radura dove salterà portando in mano un bastone a forma di fallo che viene baciato tre volte da ogni giovane donna in segno di benedizione.
Se il ragazzo non riuscirà nel salto (è permessa una caduta) sarà preso in giro per tutta la vita e non avrà futuro. Se la corsa avrà successo il ragazzo diventerà maz e comincerà il suo lungo cammino nella struttura sociale della sua etnia.

HAMAR

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Oltre alla tribù dei Mursi, con i quali sono strettamente collegati sia in lingua e cultura, i Surma o Suri sono ben noti per le grandi tavole di argilla le loro donne indossano nelle labbra inferiori o nelle orecchie, scarificazioni decorative, e anche perché gli uomini dipingere i loro corpi con argilla bianca . Questa tribù vive nella parte occidentale del fiume Omo che crea un confine tra loro e la Mursi. I loro vicini del sud sono i Nyangatom, che sono anche i loro più grandi nemici. Un uomo appartenente ai Surma per sposare una donna deve possedere almeno 60 bovini. Altra caratteristica è quella di utilizzare cenere e argilla per decorare il proprio corpo.

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SURMA1

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E’ diffuso tra i Mursi l’uso del piattello labiale e all’orecchio. Si tratta di piattelli di argilla che vengono alloggiati in buchi nel labbro inferiore e nei lobi delle orecchie. Li portano solo le donne. Iniziano da piccole con pezzetti di legno nel labbro inferiore. Con l’età allargano il buco con piattelli sempre più grossi.
Non si sa di preciso il motivo di questo usanza. Si crede che un tempo servisse a scoraggiare il rapimento delle donne da parte degli schiavisti.
Tra gli uomini invece è usanza incidersi la pelle delle braccia per ogni nemico ucciso.

MURSI  mursi4

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La tribù dei Bodi vive in un angolo remoto della valle dell’Omo in Etiopia, è sede di un rituale insolito che vede i giovani ingurgitare di sangue e latte di mucca nel tentativo di essere incoronato come l’uomo più grasso. Il concorso ha inizio sei mesi prima della cerimonia. È consentito a ogni famiglia presentare un uomo non sposato per la sfida, che, dopo essere stato scelto, si ritira nella sua capanna e non deve muoversi né fare sesso prima della cerimonia. Il cibo si presenta sotto forma di miscela di sangue e di latte vaccino, servito regolarmente agli uomini dalle donne del villaggio. Il giorno della cerimonia, gli uomini si coprono il corpo con argilla e ceneri prima di emergere dalle loro capanne per raggiungere il punto in cui la cerimonia si svolgerà. L’uomo più grasso sarà incoronato campione e sarà festeggiato come un eroe per il resto della sua vita.

The Bodi (or Meen) tribe lives close to the Omo River in southern Ethiopia (Omo Valley) and has the Mursi tribe as south neighbor and Konso at north; It is a pastoral and agricultural tribe, thus livestock plays a large role in the tribe; Along the banks of the river, they cultivate sorghum, maize and coffee; For their new year in June, called Kael, Bodi men consume large amounts of blood and milk to become overweight; This tradition measures the body fat of a contestant; Each family or clan is allowed to present an unmarried contestant; The winner of this contest is awarded great fame by the tribe; The women in the tribe wear goatskin skirts and have a plug inserted into their chin; Most of them are now Christians; In Hana Mursi, the main town of the Bodis, the government plans to settle 300 000 people from all over Ethiopia over the next few years; Along with the workers and soldiers, AIDS and Hepatitis B are coming too; The Bodi tribespeople do not want to give up their traditions and their land to allow the new sugar cane plantations irrigated by the water of Gibe 3 dam, and live in the settlements planned by the government; If the Konso tribe attempts to set foot on their land with the support of the government, clashes will erupt as the Bodi elders predict;

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La tribù Arbore è una piccola tribù che vive nella regione a sud ovest della Valle dell’Omo. Gli Arbore credono che i canti e i balli rituali siano in grado di eliminare l’energia negativa. Le donne della tribù si coprono la testa con un panno nero e sono noti per indossare collane e orecchini molto colorati. I bambini indossano cappelli a forma di guscio per proteggere la testa dal sole.

ARBORE

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I Dassanech sono una delle tante tribù che vivono nella Bassa Valle dell’Omo in Etiopia meridionale. Il loro territorio si estende dal lago Turkana, nel sud, e al fiume Omo in Occidente.

DASSANECH

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I Karo hanno i volti affrescati con ocra, calce bianca, con polvere di ferro e brace di carbone e di legno. Le loro danze sono sensuali: autentici riti dell’amore dove i fianchi e il ventre si allacciano in mezzo a un’esplosione festosa di polvere. Le danze celebrano i matrimoni (la poligamia è ammessa), il raccolto e le iniziazione dei giovani. I Karo sono un popolo che sta scomparendo. In poche centinaia sopravvivono in miseri villaggi sulle sponde dell’Omo. Si adornano in modo povero. Le donne si trafiggono il mento con un chiodo o un bastoncino di legno. A causa della povertà hanno sostituito gli oggetti ornamentali con ornamenti sul corpo: si scarificano la pelle e si provocano rigonfiamenti con acqua e cenere. Nelle occasioni particolari si dipingono il corpo con acqua e gesso.Le pitture diventano un vestito.

KARA KARA1

DUS, OMO VALLEY, ETHIOPIA, DECEMBER 2007: Images of the Karo people in the Omo Valley, South West Ethiopia, 14 December 2007. (Photo by Brent Stirton/Getty Images.)

La tribù dei Nyangatom vive sulla riva occidentale del fiume Omo inferiore. Il loro territorio si estende fino al confine del Kenya e del Sudan. Come la maggior parte le tribù della zona sono – come dicono – circondati solo da nemici: a sud sono l’aggressivo popolo dei Turkana, a nord i Surma, e ad est attraverso il fiume i Dassanech. Collane pesanti e lunghe gonne di pelli di capra, riccamente decorate, sono caratteristici per le donne. Le collane erano tradizionalmente realizzate con semi secchi, ma oggi sono stati in gran parte sostituiti con perle di vetro colorate provenienti dal Kenya. Le donne sono anche decorare con scarificazione ornamentale sui volti e sul ventre. Fino a poco tempo, gli uomini erano completamente nudi – proprio come i più noti Surma e Mursi. Ma ultimamente hanno adottato un grande pezzo di stoffa, che di solito indossano legato sulla spalla o avvolto attorno ai fianchi.

Nyangatom These Nyangatom woman paint themselves to celebrate a peace agreement with the Karo tribe that lives across the river. Last year these two tribes were killing each other over control of fertile crop land on the Omo River's banks.

I Borana “le genti del mattino” (boru è traducibile in italiano con “aurora”) sono il più importante gruppo Oromo dell’Etiopia meridionale. Sono fieri e orgogliosi guerrieri. I Borana si considerano l’etnia primogenita, il popolo più antico del gruppo Oromo, non corrotto dalla modernità. I Borana sostengono di vivere come gli “antenati”, “sono i più vicini a Waq”, la divinità più potente, vivono alla frontiera fra Etiopia e Kenia. Sono pastori seminomadi che si muovono, con le loro mandrie, fra il bacino del fiume Giuba e le terre dei Konso. Per loro questa è “una terra di meraviglie”. I buoi, le vacche, i zebù, delle corna brevi e dalla gobba sulla schiena, sono tutto per i Borana. Vivono in capanne di canniccio tenute assieme dall’argilla e del fango. Sono piccole cupole facilmente smontabili per essere trasportate durante le lunghe transumanze. I Borana estraggono il sale, essenziale per l’alimentazione dei loro bovini, da piccoli laghi vulcanici (El Sod). Sono abili ingegneri idraulici e scavano con un faticoso lavoro pozzi a gradoni, profondi fino a 30 metri. Cercano l’acqua nelle 35 falde che, con scarsezza, si muovono nelle aride terre di questa regione. L’abbeverata del bestiame è un sorta di cerimonia, un dovere quasi divino che vale qualunque fatica. Lo scavo dei pozzi è una colossale opera collettiva: intere famiglie “allargate” contribuiscono a spostare la terra, a scavare e a perforare la roccia. Durante le stagioni aride decine di uomini borana si calano nei pozzi per far salire, secchio dopo secchio, l’acqua nell’abbeveratoio. Mentre sollevano i secchi cantano nenie ritmate: i pozzi diventano “pozzi cantanti”. I Borana sono guerrieri bellicosi e aggressivi. Chi non ha ucciso nessuno non è degno di sposarsi. L’assassino borana si fa crescere un lungo e solitario ciuffo di cappelli. Solo così l’uomo sarà guardato.

IL PRIVILEGIO DELL’ETA’. IL SISTEMA GADA
Il gada è un complesso sistema sociale, una stratificazione per età della gerarchie all’interno di intere popolazioni, di clan e sottoclan. Tutti gli uomini (le donne sono escluse da qualsiasi potere sociale tradizionale) debbono percorrere assieme le fasi del lungo passaggio dall’infanzia all’anzianità. Ogni scatto di età (avviene ogni sette o otto anni nei differenti clan) è un balzo nella gerarchia sociale: solo a un certa età viene concesso il diritto a un nome maschile, prima non si è considerati, poi viene riconosciuto il diritto a custodire le mandrie, quindi si possano fare pratiche guerriere. Solo alla fine ci si può sposare.

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BORANA

Da luoghi reali, questi posti, diventano spazi della preistoria e della fantasia e si confondono nell’immaginario. Perché, pur con differenti origini e in perenne conflitto tra loro per il possesso di elementi vitali come acqua, pascoli, armenti, queste genti hanno molte caratteristiche comuni: la religione animista, la poligamia, le scarificazioni corporali, la nudità, il potere assoluto dei maschi e la subalternità delle donne. Su tutto dominano i corpi. Statuari. Che comunicano e parlano.

I membri di queste tribù del fiume Omo hanno il genio della pittura, una sorta di arte atavica dove i loro lunghi corpi di due metri di altezza sono un’immensa tela.
La forza di questa arte è concentrata in tre parole: le dita, la velocità, la libertà.
Disegnano con le mani aperte, o con le punte delle unghie, a volta anche con un pezzo di legno, una canna o uno stelo schiacciato. Con gesti vivaci, rapidi, spontanei, in un movimento essenziale che ricrea situazioni di assoluto fascino.

Una babele di bellezze e stili. Questa inesauribile creatività risponde però a una sola, fondamentale esigenza: distinguersi in base al gruppo di appartenenza, di età e allo status sociale.

Sono tribù che vivono su colline, ai piedi delle quali scorre il fiume Omo, in una terra a cavallo tra Etiopia, Sudan, Kenya.

E qui ogni giorno è uguale all’altro, scandito dai ritmi della natura. Nulla sembra turbare la loro tranquilla esistenza e le loro secolari tradizioni.

  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web tra cui ethiopia.it, omovalley.com e dailymail.co.uk e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle. 

 

 

 

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15 pensieri su “la valle dell’omo

    1. già, effettivamente è una visione del mondo femminile che purtroppo non rispecchia la capacità, la forza, la bellezza della donna.

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  1. leggendo, vedendo documentari, su questi angoli del nostro mondo, ci sembra quasi incredibile come possano esistere nel 2015 civiltà così distanti dalle tecnologiche città alle quali ormai siamo abituati. Eppure nella loro povertà magari sotto il profilo psicologico vivono meglio loro, nel senso che lo stress della nostra quotidianità, fatta di orari, scadenze da rispettare, ingorghi di traffico, non sanno neppure cosa sia.

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    1. Sicuramente vivono meglio sotto quel profilo. Però, sono convinta, se avessero la possibilità di conoscere la nostra civiltà si trasferirebbero volentieri 🙂 Le comodità piacciono a tutti 🙂
      Buona giornata maxilpoeta 🙂

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      1. ciao Redazione Anto, intanto benvenuta :). Si è vero le comodità piacciono a tutti ma credo che “trasportarli” in questa civiltà sarebbe come snaturare la loro essenza. Penso che la nostra non sia la chiave della felicità, credo invece nell’autodeterminazione dei popoli : esportare il nostro punto di vista con annessi e connessi, magari con l’imposizione, potrebbe (come ha già fatto, purtroppo) provocare più danni che benefici. Ciao

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