L’isola della Nuova Guinea è una grande isola tropicale, al nord dell’Australia, a cavallo tra la regione del Pacifico e l’arcipelago indonesiano, è divisa politicamente in due parti, la parte occidentale, Irian Jaya o West Papua, era una colonia olandese ma dal 1962 è una provincia della Repubblica Indonesiana, mentre la parte orientale é la nazione della Papua Nuova Guinea.

L’intera isola della Nuova Guinea è stata popolata da ondate successive di migrazioni provenienti dall’Asia del sud-est, che cominciarono almeno 40000 anni fa. Questi primi abitanti popolarono soprattutto le coste della grande isola, hanno lasciato come traccia del loro passaggio delle asce litiche particolari, con due “lame” e assottigliate nel mezzo per permettere l’impugnatura, trovate sulla penisola di Huon, sulla costa settentrionale. Col tempo colonizzarono anche l’interno e le isole più remote, e diedero vita a complessi sistemi agricoli. Nelle zone vicino alla costa la malaria rallentava l’espansione demografica, ma ad altitudini più elevate la mancanza della malaria permise un’espansione maggiore, che a sua volta, risultò in una pressione per incrementare la produzione e per sviluppare la coltivazione dei tuberi dopo la fine del Pleistocene.

Studi archeologici suggeriscono che circa 3500 anni fa ci fu un’ulteriore ondata di migrazioni, di genti denominate Austronesiane, e probabilmente originarie di Taiwan. Alla prima di queste ondate è associato lo stile di ceramica Lapita (con decorazioni impresse e colorate di rosso), successivamente, circa 1500 anni fa, queste stesse popolazioni produssero e commerciarono lame di ossidiana e ornamenti in conchiglia. Erano navigatori ed esploratori, che si diffusero rapidamente lungo le coste della Nuova Guinea e circa 1200 anni fa si spinsero oltre per colonizzare gradualmente tutto il Pacifico.

lapita4  lapita2 Newly reconstructed Lapita pots at the Vanuatu National Musem. This style of finely stamped pottery defines the Lapita cultural complex. There are only a handful of whole Lapita pots known. 5 of them are from the Teouma cemetary. lapita3

Nelle zone interne della Nuova Guinea i principi di discendenza sono patrilineari, e rispecchiano le idee sulla procreazione maschile e sulla cooperazione tra uomini come fondamento per la creazione di gruppi sociali. Questi principi patrilineari però sono bilanciati da una forte enfasi sugli aspetti sia pratici che affettivi dei legami materni. Il risultato è un’ideologia fortemente patrilineare, associata ad una grande flessibilità dal punto di vista delle pratiche di affiliazione: in molti casi fino a metà dei membri di un gruppo (ideologicamente agnatico) è composta dai figli di donne originarie del clan. In altri casi, come i Mae Enga, la discendenza agnatica non è solo un principio ideologico nella formazione dei gruppi, ma costituisce anche il fondamento delle pratiche di affiliazione nei gruppi.

MAE ENGA

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Le ideologie e le pratiche di affiliazione ai gruppi devono essere analizzate nel contesto imperativo culturale dello scambiare doni per asserire il proprio prestigio. In questo contesto i legami tramite la madre sono importanti in quanto i parenti materni diventano spesso i partner di questi scambi. Ed è così che nonostante l’ideologia patrilineare anche le donne assumono importanza come agenti sociali, in quanto forniscono il legame attraverso il quale possono avvenire gli scambi. La loro importanza cresce ancora se esse sono anche le produttrici del principale bene scambiato: le donne piantano e coltivano le patate dolci che servono a nutrire i maiali, principali beni di scambio. In alcuni casi, come tra gli Huli e i Duna, l’accento sui legami materni si è sviluppato in un pieno riconoscimento dei legami sia agnatici che materni nella formazione dei gruppi. Questo ha portato ad una struttura di discendenza cognatica e ad un elaborato equilibrio di impegni legati agli scambi sia con parenti paterni che materni.

HULI

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DUNA

DUNA

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La Nuova Guinea è una terra che è stata divisa in maniera complessa a causa della sua storia coloniale e post-coloniale, ma anche dalle sue grandi vallate interne, i suoi picchi montuosi, i fiumi tumultuosi: le pianure e le paludi della costa hanno una storia molti più lunga di trasformazioni. Nel corso di molti millenni si sono evoluti diversi modi di vita, con una sorprendente molteplicità di lingue, cosmologie, forme di organizzazione sociale, adattamenti ambientali ingegnosi, e lotte per il prestigio ed il potere. Oggi a queste complessità culturali millenarie si sono sovrapposti e mescolati ulteriori numerosi cambiamenti con effetti in tutte le sfere della vita degli abitanti della Nuova Guinea. Una caratteristica che accomuna molte di queste popolazioni infatti, è l’abilità di far proprie le trasformazioni rimanendo legati al passato e guardando al futuro. All’interno di queste caratteristiche generali, la varietà culturale è notevole. In molte zone costiere della Nuova Guinea si riscontra una forte influenza Austronesiana, per esempio tra i Tolai sull’isola di New Britain, su New Ireland, tra i Motu, i Roro ed i Mekeo della Papua meridionale, e tra gli abitanti delle Trobriand.

TOLAI

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MOTU

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MEKEO

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Queste popolazioni hanno avuto sviluppi culturali differenziati nei secoli intercorsi dal loro arrivo in Nuova Guinea, ma alcune caratteristiche comuni permangono. Una di questa è la trasmissione per via matrilineare, sia dell’identità di gruppo (si appartiene al clan dei fratelli della madre) che di importanti forme di potere. Un’altra caratteristica associata alle culture austronesiana (ma non solo) è un forte accento sulle cerimonie mortuarie e sugli scambi tra gruppi alla morte. La terza caratteristica è il riconoscimento di capi ereditari, o di forme ereditarie di status differenziato. Gli Austronesiani portarono con loro cani e maiali, questi ultimi hanno un ruolo importante, insieme ai prodotti agricoli, negli scambi cerimoniali associati a varie feste, anche questa caratteristica però non è esclusivamente austronesiana.

Gli Asmat dell’Irian Jaya appartengono allo stesso tipo culturale della costa meridionale della Nuova Guinea (come i Kiwai). Vivono sparpagliati in pianure paludose e nel passato pre-coloniale praticavano sia il cannibalismo che la caccia alle teste. Noti da solo mezzo secolo, vivono di caccia e pesca in grandi capanne comuni rettangolari su palafitte lungo le rive dei fiumi; bellicosi ex cacciatori di teste e cannibali, usano ancora come cuscini e trofei i crani delle loro vittime. Sono famosi per le sontuose cerimonie funebri e come abili scultori del legno, da cui ricavano maschere, tamburi, lance, pagaie e soprattutto totem elaborati alti anche 5 metri. Possiedono una complessa cosmogonia basata sugli alberi, da cui sostengono di discendere.

ASMAT

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KIWAI

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Producevano effigi dei morti in legno pitturato, che servivano a catturare la vitalità dei deceduti, i cui spiriti poi lasciavano il mondo dei vivi. Queste sculture lignee erano perlopiù dei pali con intagli complicati, e sono conosciuti col nome di bisj. Gli Asmat costruivano anche degli scudi, intagliati con figure umane o con complessi disegni astratti; gli scudi erano chiamati col nome di antenati morti, e venivano utilizzati durante i raid di caccia alle teste dei nemici, per vendicare la morte 24 dell’antenato, i disegni intagliati sugli scudi avevano lo scopo di confondere e terrorizzare i nemici attaccati. Quando l’Indonesia prese il controllo della parte occidentale dell’isola molte delle vecchie sculture lignee sono state distrutte, più tardi c’è stato un revival nella produzione di sculture per i musei locali e le sculture funerarie sono state prodotte per il mercato turistico.

BISJ

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Asmat villagers at Amborep erect hand-carved Bisj poles before celebrating with a feast. The traditional totems once represented ancestors killed in skirmish es, battles, and head-hunting raids with other villages, and were traditionally raised before going out head-hunting. Irian Jaya, Indonesia.

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Nella regione delle Highlands della Papua Nuova Guinea tre fattori, densità di popolazione, abbondanza di patate dolci e l’allevamento di numerosi maiali come indice di prestigio, sono alla base dello sviluppo del modello politico, fondato sull’abilità di organizzare festival tra gruppi alleati in cui sono distribuiti grandi quantità di maiali o della loro carne. Le variazioni locali di questo modello sono numerose. In generale si sono sviluppate tipologie sociali differenti nelle Highlands occidentali e orientali: ad est vi è una prevalenza di villaggi più grandi, circondati da alte palizzate, associati ad una maggiore attività bellica e ad attività legate all’iniziazione dei giovani, con minore enfasi sulle alleanze con i gruppi imparentati dallo scambio di donne, i gruppi linguistici sono meno numerosi che nelle Western Highlands. Qui le abitazioni sono sparpagliate in piccoli gruppetti sul territorio del clan, c’è una maggiore enfasi sui riti per incrementare la fertilità del gruppo intero, un ruolo maggiore delle donne negli scambi cerimoniali, e una maggiore attenzione alle alleanze con i gruppi imparentati tramite le donne, quindi maggiore enfasi sugli scambi cerimoniali.

In Irian Jaya nella Baliem Valley vivono i Dani, forse il gruppo etnico più conosciuto insieme agli Huli. Gli uomini di questa tribù girano completamente nudi, protetti soltanto da un astuccio penico ricavato da una zucca (dove infilano però anche soldi e tabacco), con testa e corpo decorati con grasso di maiale, argilla e cenere, complicati copricapi con piume d’uccello, zanne di cinghiale nel naso e nelle orecchie, collane di conchiglie, denti di cani e di maiali; le donne indossano gonne vegetali. Vivono di caccia e pesca, ma sono ottimi coltivatori di patate dolci su piccoli terrazzi ben irrigati, dormono in capanne separate per sessi e le donne si astengano dalle pratiche sessuali per diversi anni dopo la nascita di un figlio, per cui è diffusa la poligamia, anche perché una moglie non costa più di 4-5 maiali, unica loro ricchezza. Ad ogni lutto le donne dovevano amputarsi la falange di un dito. Da qualche decennio hanno abbandonato cannibalismo e guerre tribali, sostituendoli con scontri rituali, banchetti, esibizioni e danze.

DANI

DANI4 dani5 Dani tribesmen in ceremonial adornment, Grand Valley, Papua, Indonesia Perhaps the oldest continuous farming society in the world, the Dani are an extremely successful agricultural people. They have resisted pressure to accept modern dress, instead wearing distinctive penis gourds, boars tusks and elaborate feathered headdresses. They are famous for their ritual warfare, but I despite their ferocious appearance I found them to be some of the most pleasant people I have ever photographed. dani3

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I gruppi linguistici in quest’area sono numerosi, i Hageners e gli Enga superano le 100,000 unità. A sud e a est delle Highlands ci sono popolazioni numericamente inferiori, i Telefolmin e gli Ok, che sono imparentati con i gruppi ora appartenenti all’Irian Jaya come gli Eipo Mek, i Dani e gli Ekagi (una volta erano conosciuti nella letteratura come i Kapauku). Tutte queste popolazioni sono associate alla coltivazione del taro piuttosto che della patata dolce, ed a tradizioni fortemente legate all’iniziazione. Sia i maiali che oggetti di valore in conchiglia sono sempre stati utilizzati in scambi e commerci in tutta la Nuova Guinea. Una gran varietà di conchiglie venivano scambiate lungo strade commerciali che attraversavano tutta l’isola. Questi commerci avvenivano in occasione, o addirittura promuovevano l’organizzazione, di eventi festivi su larga scala, durante i quali si negoziavano i complessi processi sociali e venivano affermati valori sociali dei gruppi coinvolti. Gli oggetti di valore ed i maiali erano anche utilizzati nei rituali del ciclo vitale, venivano scambiati in occasione di nascite, svezzamenti, pubertà, matrimoni, maturità, anzianità, e morte. Questi rituali servono ad intrecciare le genti ed i loro luoghi per formare una complessa tappezzeria di relazioni di parentela ed alleanze matrimoniali, che sono viste come il prodotto del flusso di sostanze che portano e accrescono la vita. Gli oggetti scambiati stessi erano considerati come equivalenti ai flussi di sostanze tramite i canali stabiliti dalla parentela, ed è per questo che avevano un ruolo principale nelle cerimonie di scambi relative ai cicli vitali. Questa enfasi sugli scambi cerimoniali si trova dappertutto in Nuova Guinea, e generalmente in Melanesia, declinata in una miriade di cerimonie tradizionali diverse. Questa varietà non è stata intaccata dal contatto con la cultura coloniale o dalla globalizzazione, anzi si sono sviluppate numerose nuove forme di scambi cerimoniali nei contesti più disparati.

HAGENERS

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TELEFOLMIN

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EIPO MEK

Eipo Mek

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Nella diversità che ritroviamo in Nuova Guinea si riescono comunque ad identificare vari temi ricorrenti: l’enfasi su scambi cerimoniali politici o associati ai passaggi nei cicli vitali dell’individuo; un elaborato sistema di pratiche rituali legate all’obbiettivo di promuovere la riproduzione della fertilità e del benessere; strategie ingegnose ed efficienti per vivere nell’ambiente; un interesse per i legami commerciali o di scambi e di relazioni esterne con membri di altri gruppi; amore per lo sfoggio e per l’ornamentazione.

L’ANTROPOFAGIA RITUALE

Quando si parla di cannibalismo si indica la pratica di mangiare la carne dei propri simili mentre si definisce antropofagia la pratica di nutrirsi, preferenzialmente o meno, di esseri umani. Il termine cannibalismo, senza aggettivi, viene largamente impiegato in etologia, appunto per indicare l’atto di mangiare membri della propria specie. In senso generale antropofagia è spesso sinonimo principalmente di cannibalismo umano, dove esseri umani divorano loro consimili. In antropologia, generalmente, si parla di cannibalismo come atto rituale all’interno di culture primitive e consiste nel mangiare parti simboliche del corpo umano a scopo magico, religioso o come segno di offesa verso la tribù nemica o per “assorbire” le qualità del defunto.

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In questa popolazione circa l’uno percento, soprattutto tra le donne, morivano ogni anno di una malattia degenerativa del sistema nervoso, chiamata kuru. Dal punto di vista demografico questo fenomeno aveva conseguenze catastrofiche: in certe zone c’era una sola donna ogni tre uomini, e la popolazione era in declino. Un risultato di questo squilibrio demografico erano un’organizzazione sociale ed un sistema matrimoniale frenetici, a causa della mancanza di donne da sposare, e della frequente morte di mogli e madri. Inoltre, i Fore interpretavano le morti per kuru come il risultato di attacchi di stregoneria, e la morte di una donna per questa malattia spingeva gli uomini ad attaccare i loro vicini per vendicarsi della stregoneria, sconvolgendo ulteriormente l’ordine sociale, oltre ad aggravare la situazione demografica. Grazie al lavoro degli antropologi, che identificarono com’era trasmessa questa malattia, gli scienziati scoprirono che il kuru è trasmesso da un virus che attacca il sistema nervoso centrale dopo un periodo di incubazione che può durare oltre i quindici anni. Il virus, che si concentra nei tessuti cerebrali della vittima veniva trasmesso grazie ad una tradizione dei Fore. Le donne ed i bambini ingerivano ritualmente i corpi ed i cervelli dei parenti morti. Solo mangiando il cervello di un malato è possibile contrarre la malattia. L’amministrazione coloniale, vietando il cannibalismo ha rotto il circolo vizioso e messo fine al kuru. Ironicamente l’usanza di mangiare i corpi dei propri parenti morti era un tentativo di rigenerazione simbolica in una società i cui membri si sentivano minacciati dal calo demografico.

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KOROWAI

Il primo contatto documentato con il mondo esterno è avvenuto con un un gruppo di scienziati nel marzo 1974. Fino ad allora, gli appartenenti alla tribù Korowai, 2500 abitanti delle foreste pluviali nell’area occidentale della Papua Nuova Guinea, ignoravano l’esistenza di altri popoli sulla terra. L’ambiente in cui i Korowai hanno vissuto per millenni è un’area di 600 Kmq, caratterizzata da pianure acquitrinose e dalla minacciosa presenza di due fiumi di cui frequenti e disastrose sono le inondazioni. Popolo di cacciatori-raccoglitori organizzato in clan, proprio per la possibilità di scontri tra clan rivali, hanno sviluppato un particolare tipo di abitazione, che si colloca ad altezze variabili dal suolo, che può arrivare fino ai 45 metri. Le case sull’albero sono costruite a gruppi di due o tre in una radura, resistenti a sufficienza per accogliere famiglie numerose, anche di 10 e più componenti, con animali ed effetti personali.

Domaleh, of the Sayah clan, climbs a breadfruit tree to dislodge its fruit with a long stick.This picture was taken as part of an expedition for GEO Magazine and National Geographic Magazine to document the way of life of the Korowai tribe. Most of the Korowai in these photos had never had prior contact with anyone outside of their language group, and have no material goods from the outside world. They live in tree houses built above the forest floor to protect themselves from outsiders. The Korowai believe that contact with outsiders will bring an end to their culture. Cannibalism has been part of their traditional system of criminal justice to avenge the death of their clansmen, but the practice is dying out and is outlawed by the Indonesian government. The Korowai believe that most natural deaths are caused by sorcery, and must be avenged by the death (and consumption) of the person responsible.  korowai2 Sowayen climbing down a “yambim” or ironwood tree after knocking loose a nest of black ants that he uses for fish bait. The Korowai are superb climbers, and get up thick trees like this by gripping vines with their hands and splayed toes. It took him about a minute to get up this tree, and it took Neeld Messler, a rope expert, over an hour to rig this tree with ropes so the photographer could climb it safely. In the lower left corner Sayah is watching. One of their fishing methods is to put a piece of an ant nest in the water and wait for the fish to come and eat the drowning ants. The fisherman hides behind foliage on the river bank, and shoots the fish with a four-pointed arrow. This picture was taken as part of an expedition for GEO Magazine and National Geographic Magazine to document the way of life of the Korowai tribe. Most of the Korowai in these photos had never had prior contact with anyone outside of their language group, and have no material goods from the outside world. They live in tree houses built above the forest floor to protect themselves from outsiders. The Korowai believe that contact with outsiders will bring an end to their culture. Cannibalism has been part of their traditional system of criminal justice to avenge the death of their clansmen, but the practice is dying out and is outlawed by the Indonesian government. The Korowai believe that most natural deaths are caused by sorcery, and must be avenged by the death (and consumption) of the person responsible.

Mentre le comunità a valle sono state esposte alla cultura occidentale, quelle più a monte ancora vivono in gruppi isolati e continuano a praticare le loro abitudini millenarie. Le poche informazioni di cui disponiamo riguardo di loro sono dovute proprio all’attività dei missionari e a quella degli antropologi. Un reporter dello Smithsonian Institute, Paul Raffaele, trascorse alcuni giorni tra i Korowai nel 2006, con l’aiuto di un interprete indonesiano.

A Raffaele, diversi Korowai confessarono, senza sensi di colpa, di aver mangiato la carne dei khakua. Per comprendere chi sono i khakua è necessario immedesimarsi nella vita di questo popolo, legato al culto animista da una parte e spesso flagellato da malattie come la malaria e la tubercolosi. Quando una persona del clan si ammala, generalmente, gli indigeni, che non conoscono le malattie e interpretano i malesseri come un influsso degli spiriti, credono che egli sia sotto l’attacco di un uomo malvagio che lo sta “divorando” dall’interno. Quest’uomo, detto khakua, si sta chiaramente macchiando di un gravissimo crimine. In punto di morte, la persona malata di tubercolosi o malaria,  convinta di essere sotto l’attacco di una sorta di stregone, sussurra a suo fratello o al suo migliore amico il nome del presunto khakua, di colui che lo sta uccidendo. Spesso, ovviamente, l’assassino indicato risulta essere il membro di un clan avversario, ma non sono stati rari i casi di fratelli o sorelle dei defunti accusati di essere stregoni.

La superstizione, ovviamente, è priva di qualsiasi valore scientifico, ma per i Korowai, l’espiazione del peccato del khakua è una parte integrante della giustizia tribale: individuato il khakua, i membri della famiglia del morto lo rapiscono e lo uccidono, divorandone la carne e conservandone il teschio. Per tutta la notte dopo l’uccisione, i cannibali sbattono le ossa del sospetto stregone sui tronchi degli alberi, per allontanare dalla famiglia gli altri possibili khakua.

La superstizione dei Korowai è legata alla cultura animista che ancora molte culture Neo-Guineane condividono e l’influsso degli antichi culti tribali, soprattutto nei villaggi dell’entroterra, è ancora molto forte.

IL FESTIVAL DELLE TRIBÙ

Il Festival delle tribù si tiene ormai ogni anno in agosto a Mount Hagen e rappresenta l’avvenimento culturale e turistico più importante delle province centrali. Il Festival ha una durata di due giorni e si tiene in un’arena appositamente dedicata. I clan partecipano con i loro costumi e le loro acconciature tradizionali, ma ciò che più li distingue sono le decorazioni del corpo e del volto che hanno raggiunto vere forme d’arte. I partecipanti impiegano buona parte della mattina per completare il maquillage prima di entrare nell’arena e usano colori minerali e vegetali: calce per il bianco, carbone per il nero, steatite per il grigio, ocra per il giallo e il marrone, estratti vegetali per il rosso e il blu. I clan guerrieri portano le loro armi e si presentano in formazioni compatte, altri gruppi eseguono danze e musiche cerimoniali della propria tribù, connessi al culto degli spiriti degli antenati, indicate con il nome generico di sing sing. Numerose sono le tribù che partecipano e tra quelle più caratteristiche troviamo i Mudman, gli Omo Masilai, gli Yali, i Kalam, i Tari, gli Imbong’gu, gli Abelam.

MUDMAN

I mudman sono gli uomini dalla maschera di fango. I guerrieri di questi clan indossano grandi maschere di argilla, alcuni allungano le dita infilandole dentro canne di bambù, una tradizione originaria di Asaro, un villaggio vicino a Goroka, capitale della Provincia dell’Est, a ricordo della strategia difensiva che diede origine alla loro danza: non riuscendo a vincere i nemici, decisero di travestirsi da fantasmi ricoprendosi di fango e, alla loro vista, i rivali fuggirono terrorizzati.

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OMO MASALAI

Molto particolare è l’usanza degli Omo Masalai che si dipingono come scheletri per rappresentare gli esseri dell’oltretomba che inseguono uno spirito del male raffigurato come un essere mostruoso.

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Papua Neuguinea Aug 2015

YALI

anche loro utilizzano piume di uccelli per abbellire il capo ma a differenza di altri indossano decine di anelli di giunco dalla vita in giù.

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KALAM

i grossi copricapo che terminano con delle lunghe piume d’uccello simboleggiano una sorta di congiunzione mistica col cielo e attraverso di esso anche con gli antenati.

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TARI 

appartengono allo stesso ceppo degli Huli e come per loro l’uso del copricapo è fondamentale, almeno durante questo tipo di riunioni. Sono copricapi molto particolari e caratteristici in quanto sono ricoperti dai capelli che conservano ad ogni taglio appositamente per la cerimonia.

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ABELAM 

assolutamente caleidoscopici sono gli Abelam con le loro pittoresche acconciature di piume che rappresentano lo spirito del clan e le pitture del viso curate in ogni particolare.

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IMBONG’GU

anche qui la particolare acconciatura è rappresentata dalle immancabili piume d’uccello dai colori sgargianti inoltre le donne Imbong’gu usano addobbarsi il petto con gigantesche conchiglie che coprono il seno.

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  • se ancora non vi siete annoiati vi consiglio questo video https://www.youtube.com/watch?v=oCzM0XRO9GU  che potrà darvi un’idea di cosa rappresenti questo festival per le popolazioni indigene e del significato antropologico/culturale/sociale che ruota attorno ad esso.
  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare da wikipedia.it, linkiesta.it, formazione.unimib.it, newsfromoceania.blogspot.it, travelphotoblog.org e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle. 

 

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