Indiani d’America – Pellerossa

Per Nativi americani si intendono i diversi popoli-indigeni, dalla lontanissima origine asiatico mongoliche stanziati in America del nord, centrale e sud prima della colonizzazione degli europei. Quelli nordamericani sono conosciuti anche come pellerossa, termine derivato dall’uso, proprio di alcuni fra essi, di tingersi il viso con ocra rossa. Vengono usualmente suddivisi in gruppi sulla base della localizzazione geografica.

Benché le caratteristiche culturali, come la lingua, i costumi e le usanze varino enormemente da una tribù all’altra, ci sono alcuni elementi che si possono incontrare frequentemente e sono condivisi da molte tribù soprattutto per quanto riguarda la religione. Comprendevano un numero altissimo di piccole comunità e più di un centinaio di gruppi linguistici; erano dediti alla caccia, alla pesca e alla raccolta. Gli indiani delle pianure e praterie incarnano per molti versi l’immagine stereotipica del nativo americano: originariamente dediti alla caccia al bisonte e alla coltivazione del mais, abbandonarono in molti casi l’orticoltura e svilupparono il nomadismo a seguito dell’introduzione del cavallo a opera degli Spagnoli nel 16° e 17° secolo.

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L’organizzazione sociale era caratterizzata da gruppi di discendenza (fratrie, clan, lignaggi) patrilineari o matrilineari, ma anche dalla presenza di organizzazioni militari, raggruppamenti volontari maschili che sovrintendevano agli spostamenti del gruppo e organizzavano importanti momenti festivi. Sul piano politico, tra la fine del 18° e la seconda metà del 20° sec. si assiste alla nascita di forme di aggregazione dette «nazioni»indiane.

Nel calendario dei Nativoamericani, il nuovo anno comincia con il solstizio invernale. Per dimostrare come la luna fosse universalmente riverita, citiamo le lune celebrate dai popoli del Woodland orientale: il solstizio invernale veniva con la “luna della lepre bianca” o “luna del lupo”. La primavera con l’equinozio primaverile era la “luna che pianta il mais” o “luna dei semi”. L’estate cominciava con il solstizio estivo e con la “luna del mais verde” o “luna della coppia”. L’autunno veniva con l’equinozio d’autunno e con la “luna del tabacco” o “luna dell’orzo”. Ci sono altre due lune per ogni stagione, ognuna delle quali ha un suo nome descrittivo. I nomi delle lune differivano da tribù a tribù e a seconda dell’ambiente. La luna rappresenta il più universale dei pianeti. La luna partecipa agli alti più alti, ai basi più bassi e a tutto lo spazio che c’è fra di loro. Nel suo aspetto più alto collega l’umano e il divino. Nel suo aspetto più basso, la luna calante, si verifica il culmine in fatto di forme occulte: la luna delle streghe.

SIMBOLI

Calumet

Il calumet veniva utilizzato durante importanti cerimonie, specialmente per celebrare un trattato di pace o di alleanza. Secondo la leggenda dei Lakota, che lo chiamano Chanunpa Wakan, il calumet fu donato agli uomini dalla femmina bianca di bisonte insieme alle sette cerimonie. La tradizione vuole che il cannello – fatto comunemente con legno di frassino bianco – simboleggi gli uomini, mentre il fornello – fatto comunemente di pietra – rappresenterebbe la madre Terra. I Lakota usavano per il fornello del calumet la catlinite (dal nome di George Catlin, pittore statunitense che visse a lungo fra gli indiani e a cui veniva concesso di visitare le aree dove si trovava tale materiale), uno scisto quarzifero colorato di rosso per l’alto contenuto di ferro e facilmente lavorabile. Altre tribù usavano rocce bluastre, nere o verdi. I Cherokee e i Chickasaw costruivano fornelli con una sorta di terracotta. Gli Ute del Colorado usavano alabastro color salmone. Nel calumet venivano comunemente bruciate salvia e graminacee.

Totem

Le tribù nordoccidentali lungo la costa del Pacifico, approssimativamente fra l’Alaska e la California, sono note per i loro lavori in legno eseguiti con scalpello e punteruolo. I loro pali totemici, le canoe altamente decorate e le maschere di medicina, sono diventate famose a livello internazionale. Come la cultura di molti altri Nativi anche la loro è stata popolarmente fraintesa. I pali totemici ad esempio, non sono mai eretti per evocare una riverenza religiosa, rappresentano ciò che è soprannaturale: animali, uomini, mostri totalmente immaginari o composti da parti di animali diversi. Questi non sono ideali religiosi e, comunque, neppure mere decorazioni. Essi riflettono l’orgoglio nella stirpe e sono la rappresentazione degli avi che hanno originato un particolare clan o lignaggio. Solo i discendenti dei fondatori di un clan potevano erigere quel determinato emblema. Gli scultori e gli artigiani erano degli specialisti nella tribù ed erano assunti dalla nobiltà che affidava a loro il compito di scolpire un palo totemico che spiegasse il loro lignaggio. Il totem si legge dal basso verso l’alto : svetta l’emblema del clan di appartenenza della famiglia.Nel caso di matrimoni fra clan diversi, si apparterrà al clan della donna per la concezione matrilineare della discendenza, ma vi sono alcuni animali-totem che prevalgono su altri, e l’Aquila ne è l’esempio più illustre, poiché rappresenta il Grande Spirito.

Tomahawk

 

Il Tomahawk è l’ascia da battaglia (termine in realtà improprio in quanto il tomahawk è in realtà un’accetta) dei Nativi americani. Utilizzata anche dai coloni europei, si prestava anche ad essere lanciata. Il nome, che deriva dai termini tamahak, tamahakan o otomahuk (“abbattere”), è la traslitterazione in inglese del termine utilizzato dagli Algonchini della Virginia. Originariamente, la testa del tomahawk era di pietra ma con l’arrivo degli europei furono utilizzati esclusivamente ferro o ottone. Il manico dei tomahawk era solitamente lungo meno di 60 centimetri e realizzato in legno, la testa aveva un peso che poteva andare dai circa 250 ai 550 grammi, con una lama non più lunga di 10 centimetri, all’estremità opposta alla lama poteva esserci un piccolo martello, una punta o semplicemente essere arrotondata. Le teste in pietra erano realizzate in pietra saponaria, ed alcuni esemplari utilizzati in rituali erano scolpiti.

Teepee

Un tipi (anche indicato in inglese teepee o tepee) è una tenda conica originariamente fatta con pelli, corteccia di betulla o teli, e resa famosa dai nativi americani delle Grandi Pianure del nord degli Stati Uniti d’America. La parola tipi è entrata nell’inglese dalla lingua lakota. La parola thíṗi consiste di due elementi: il verbo thí, che significa “abitare”, e l’enclitico plurale (un suffisso che marca il soggetto del verbo come plurale) ṗi, che vuol dire “essi abitano”. In Lakota, i verbi formali possono essere usati come sostantivi e questo è appunto il caso di thíṗi, che in pratica vuol dire proprio “abitazione”.

Ruota della medicina

    

Il cerchio rappresenta il ciclo della vita, che si esprime secondo un cammino circolare. Da est a nord in senso orario: nascita, crescita, morte, rinascita.La Ruota di Medicina è un simbolo molto importante nella cultura dei Nativi Americani.

I quattro raggi rappresentano le quattro direzioni, i quattro aspetti della vita umana (fisico, mentale, emozionale, spirituale) e i loro colori le quattro razze.
Nella cultura dei Nativi Nord-Americani la penna d’uccello rappresenta la connessione con il Cielo, la casa del Grande Spirito, e gli uomini di pace portano fra i capelli penne che sono rivolte verso il basso, la Terra. Le penne più sacre sono quelle dell’aquila, poiché essa è quella che vola più in alto ed è perciò più in connessione con il Grande Spirito. Ogni oggetto che è prodotto con penne e piume è sacro, e ovviamente nella Ruota di Medicina vi sono sempre penne e piume.

  • L’aquila è ad Est, ha il colore oro, rappresenta lo stato fisico, la nascita, la mattina, la primavera e l’illuminazione.Ognuna delle 4 direzioni è sorvegliata da uno spirito. I 4 spiriti dominanti sono associati ad un periodo dell’anno, un periodo del giorno, un colore, un attributo.
  • Il coyote (o il topo per alcuni popoli delle Grandi Pianure) è a Sud. Il coyote o il topo, hanno il colore verde e rappresentano lo stato mentale, la crescita, il mezzogiorno, l’estate e il potere della crescita, della fiducia e dell’innocenza.
  • L’orso è ad Ovest, il colore è il nero e rappresenta lo stato emozionale, la morte, la sera, l’autunno e l’introspezione.
  • Il bisonte è nel Nord, il suo colore è il bianco, rappresenta lo stato spirituale, la rinascita, la sua ora è la notte fonda, la sua stagione l’inverno e il suo attributo è il dono della saggezza.

Le 4 virtù cabalistiche: conoscere, volere, osare, tacere, trovano corrispondenza nelle 4 direzioni.

La Ruota della Medicina è quindi, molto più di un cerchio, una mappa delle strade della vita, un sentiero da seguire, un modo per crescere.

LA TRIBU’

La tribù era il legame più importante per gli indiani. Era guidata da un capo al quale era affidato il compito di organizzare la vita nel villaggio. Della tribù facevano parte indiani appartenenti ad un unico ceppo familiare, che occupavano un territorio, cioè il luogo dove essi vivevano per determinati periodi. Nessuno di loro si considerava padrone del territorio, perché per loro la terra andava rispettata in quanto era fonte di ricchezza e di vita per la tribù e perché in essa era diffusa la potenza del Grande Spirito. Presso le tribù pellirosse, le donne godevano di uno stato di pari dignità con la componente maschile della tribù, sebbene non mancasse una netta divisione dei compiti nel lavoro quotidiano. Presso gli Algonchini, esisteva una istituzione, detta il Consiglio delle Madri, che i rappresentanti del Gran Consiglio Tribale erano obbligati a consultare prima di prendere decisioni. Presso i Lakota, gli uomini erano tenuti a sentire l’opinione delle loro donne prima di prendere una decisione importante per la collettività. I giovani crescevano nella famiglia della madre, dove in genere ad occuparsi di loro erano tutti gli adulti.

A seguire alcune delle tribù più rappresentative.

Dakota-Sioux (o anche Lakota)

Una delle più numerose tribù delle praterie nordamericane che, suddivisa in vari gruppi, occupava i territori fra il Mississippi e il Missouri. Uno dei nomi dei Dakota, Nādowessi («serpente», quindi «nemico»), fu trasformato dai coloni francesi in Nadowessioux, poi abbreviato in Sioux e passato a indicare, in base ad affinità linguistiche, un più largo raggruppamento di tribù. Dai Dakota prende nome una regione dell’America Settentrionale, divisa in due Stati, North Dakota e South Dakota. Giunti nelle praterie nordamericane da territori posti sulla sinistra del Mississippi, i Sioux si distinguevano per un’economia basata sulla caccia nomade del bisonte e sulla raccolta (riservata alle donne). Erano raggruppati in clan patrilineari ed esogamici, politicamente divisi in 7 gruppi, ciascuno con un proprio territorio ben determinato.

Algonchini

Società nativa americana stanziata lungo le sponde del fiume Ottawa. Originariamente cacciatori, pescatori e raccoglitori, gli Algonchini adottarono parzialmente l’agricoltura fin dai primi incontri con i Francesi, avvenuti nel 18° secolo. Sottoposti al dominio degli Irochesi, si allearono con i Francesi presentandosi come mediatori tra questi ultimi e le società native dell’Ovest. Il nome Algonchini venne esteso a un vasto insieme di culture caratterizzate da un linguaggio comune, diffuse dal Canada orientale ai Grandi Laghi, e comprendente tra gli altri: i Blackfeet, gli Ojibwa, i Cree, i Cheyenne, gli Arapaho.

Apache

Popolazione indigena nordamericana di lingua “athabasca”, un tempo stanziata negli Stati del Sud-Ovest statunitense e nel Messico settentrionale. Divisi in società, gli Apache erano essenzialmente cacciatori e raccoglitori nomadi. Bellicosi e abilissimi nella tecnica della guerriglia, combatterono la colonizzazione americana, specie i gruppi sotto la guida di Cochise (1861-74) e di Geronimo (1882-86).

Navaho

“Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque, sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne, non ho trovato nessuno che non fosse mio amico.
(Canto per il Dio della Piccola Guerra, Navajo)”

Nazione seminomade del sud ovest degli Stati Uniti, Nuovo Messico e in Arizona con alcuni gruppi che vivono nel Colorado e nello Utah, strettamente legata agli Apache, con i quali era scesa a sud dalle pianure e dalle foreste del Canada settentrionale. Il loro nome proviene dal termine in lingua tewa, navahu, ‘grandi campi coltivati’, divenuto poi in spagnolo “Navajo”. Nei primi documenti spagnoli sono chiamati “Apache de nabaju”, “ Apache dei grandi campi coltivati” , per distinguerli dagli Apache veri e propri. Estremamente bellicosi, furono provetti allevatori e abilissimi artigiani. Le ragazze Navaho mostrano il loro stato di vergine non sposata acconciandosi i capelli con la tradizionale farfalla intrecciata o col fiore schiacciato. Questa acconciatura era sciolta solo nel giorno del suo matrimonio e i suoi capelli venivano lavati dalla suocera.

Tra la prima e la seconda guerra mondiale, gli USA pensarono di cifrare le loro comunicazioni semplicemente traducendole nel linguaggio degli indiani. Pensarono di sfruttare la complessità di tale linguaggio a difesa delle loro comunicazioni. Dopo l’inizio della guerra, nel 1941, tra le varie tribù indiane vennero scelti proprio i Navajo perché la loro lingua appartiene a una famiglia linguistica priva di legami con qualsiasi idioma asiatico o europeo, inoltre si trattava dell’unica tribù che non fosse stata visitata da studiosi tedeschi. I “NAC”,Native American Codetalkers (parla-codice), ebbero un ruolo importantissimo nella guerra del Pacifico, contro i Giapponesi. Inizialmente si presentarono alcuni problemi dovuti al fatto che i navajo non avevano nel loro idioma i moderni termini tecnici e militari. Uno scoglio che venne facilmente superato inventando nomi di fantasia. Ad esempio si decise di usare nomi di uccelli per gli aerei e di pesci per le navi da guerra. In tal modo il cacciabombardiere era lo sparviero (Gini, in codice navajo), l’aereo spia era il gufo (Ne-as-jah). Il loro codice è uno dei più sicuri e dei più semplici, uno dei pochi rimasto inviolato, ma il ruolo dei navajo nella seconda Guerra mondiale rimase un segreto militare fino al 1968, quando vennero finalmente autorizzati a rendere pubblico il loro contributo alla guerra.

Seminole

Il loro vero nome, lkaniuksalgi, significa “il popolo della penisola”, e indicò i gruppi di popolazioni Creek che si rifugiarono in Florida nella seconda metà del Settecento per sfuggire all’avanzata dei bianchi, fondendosi con quanto rimaneva delle tribù autoctone. Nel 1819 la Spagna vendette la Florida agli U.S. La Florida, allora, era un territorio di grande interesse per i mercanti di schiavi perché gli schiavi neri che scappavano dalla Georgia e dall’Alabama si rifugiavano nell’Everglades. Molti Seminole vennero catturati e venduti come schiavi con un’azione che violava i trattati di allora. I Seminole vivono ancora oggi nell’Everglades. I loro vestiti riflettono lo “stile” degli schiavi neri del meridione e le donne indossano le collane esattamente secondo lo stile africano.

Comanche

Tribù del gruppo shoshone e della famiglia linguistica uto-azteca che occupava un tempo il Texas occidentale. Assai bellicosi, i comanchi lottarono per secoli contro gli spagnoli, i messicani e infine i coloni del Texas. Nel 1875 furono rilocati nella riserva dell’Oklahoma dove sono ancora oggi. La loro cultura era simile a quella degli altri cacciatori delle praterie.

Hopi (o Moqui)

Gli Hopi parlano una lingua della famiglia uto-azteca. Sono agricoltori sedentari (mais, zucche, fagioli), residenti in villaggi di case terrazzate in pietra o in adobe nell’Arizona nord-orientale. La società è divisa in clan exogamici matrilineari, che detengono i diritti sulle terre, mentre le case sono proprietà delle donne; la residenza è matrilocale. Assai elaborata la vita religiosa, articolata secondo un complesso ciclo annuale, con rappresentazioni rituali in cui individui mascherati impersonano esseri soprannaturali (kachina). Nell’artigianato spiccano la tessitura del cotone e della lana, e la ceramica dipinta.

Irochesi

Confederazione formata da cinque popoli, divenuti poi sei, (Mohawk, Oneida, Onondaga, Cayuga, Seneca e Tuscarora) insediata in Ontario, Quebec, Pennsylvania, Ohio, Indiana, Wisconsin, Kansas, Oklahoma, guidata da cinquanta “sachem”, “capi”. Il nome deriva dal basco Hilokoa, “Popolo assassino”, pronunciato Hirokoa dalle popolazioni algonchine e divenuto poi Iroquois, pronunciandolo alla francese. Agricoltori e cacciatori provetti, erano guerrieri temutissimi e vivevano in grandi villaggi composti dalle caratteristiche “lunghe case”. La confederazione venne chiamata dai bianchi “Lega degli Irochesi”, oppure “Confederazione della Casa Lunga” e per quasi duecento anni essa costituì una forza temuta dai nativi delle tribù vicine e molto rispettata anche dai bianchi. Come molte altre tribù, gli Irochesi tracciavano il loro albero genealogico su discendenze femminili. Ogni grande casa o piccola abitazione erano regolate da una matriarca e da tutte le donne all’interno che le erano parenti.

  

LO SCIAMANESIMO

indiani usa

—Il mondo delle popolazioni delle Pianure era pieno di spiriti che possedevano potenza e abitavano persone,animali,oggetti e luoghi. Moltissime tribù native credevano che tutto avesse origine dal Grande Spirito. Le persone potevano invocare l’aiuto degli spiriti con canti, o cercare, tramite privazioni, di avere una visione che avrebbe trasmesso loro qualche potere sacro. Chi otteneva questo potere diventava “Uomo di Medicina”, cioè guida della tribù e consigliere.

—Il rito principale è la cerimonia del peyote, pianta usata dai nativi americani in riti religiosi e sciamani soprattutto in Messico che usano mangiarne la polpa, cosa che provoca amplificazione e distorsione delle percezioni sensoriali, visioni geometriche colorate e, in alcuni casi, perdita della nozione del tempo, effetti che vengono attribuiti alla natura sacra della pianta.

 

Uno dei simboli principali nei riti sciamanici è il tamburo, considerato il cavallo dello Sciamano perchè lo porta nei luoghi di potere interiore, luoghi di guarigione, luoghi di sogno, luoghi di una bellezza tale da far aprire il cuore. Lo mette in contatto con le altre dimensioni. —Questa esperienza musicale era indispensabile per ritrovare il collegamento con la Madre Terra, per ritrovare il senso delle origini. Prima della storia, prima della nostra civiltà, prima del progresso, l’Uomo e la Donna avevano un diverso rapporto con la natura e in particolare con la Madre Terra, tanto da chiamarla “la Dea”. —I nativi americani ritengono che il tamburo sia collegato ad uno spirito che lo abita e collegano questo strumento a tutto ciò che da vita nell’Universo e lo considerano una cosa sacra.

 CAPI INDIANI FAMOSI 

Hinmaton Yalaktit” (“Tuono che rotola dalla montagna” in lingua Nimíipuu ) conosciuto come “Chief Joseph” in Inglese “Capo Giuseppe” in Italiano (Oregon, 3 marzo 1840 – Stato di Washington, 21 settembre 1904) della tribù dei Nez Percé (Nasi Forati)

E’ stato un condottiero nativo americano della tribù dei Nasi Forati. Noto anche come Giuseppe il Giovane, si chiamava in realtà Hinmaton Yalaktit, che in lingua nimíipuu significa “Tuono che rotola dalla montagna”. Hinmaton Yalaktit era figlio di capo Tuekakas (1800-1871) e fratello di Ollokot. Il padre si era convertito al Cristianesimo (nel 1838) ed aveva assunto il nome Giuseppe il Vecchio; fece inoltre battezzare Hinmaton Yalaktit col nome Joseph (Giuseppe).

Giuseppe il Vecchio aveva concluso con gli Stati Uniti un trattato che istituiva una riserva in Oregon e Idaho per le tribù dei Nasi Forati Cayuse, Walla Walla e Umatilla. In seguito però, sotto la spinta dei cercatori d’oro (1860), il governo aveva deciso di confinare ulteriormente i nativi in una molto più angusta riserva dell’Idaho. Giuseppe il Vecchio rifiutò di addivenire a un secondo trattato (1863), e alla sua morte nel 1871 si trasferirono dunque al figlio (che assunse il nome cristiano del padre) l’autorità sul popolo dei Nasi Forati e la gestione dei difficili rapporti con gli Stati Uniti.
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“Goyaathle” (“Colui che parla sbadigliando” in lingua Apache) conosciuto come “Geronimo” (Clifton, 16 giugno 1829 – Oklahoma, 17 febbraio 1909) della tribù degli Apache Chiricahua
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Apache Chiricahua, è stato uno sciamano e condottiero nativo americano; uno dei più importanti capi degli Apache, e per oltre 25 anni guerreggiò contro gli Stati Uniti e la loro espansione ad occidente. Basso, tarchiato, con scintillanti occhi color ossidiana, dai Messicani era chiamato Geronimo (Jerome in spagnolo). Il suo nome Apache era Goyaathle, o “colui che parla sbadigliando”, fu poi col nome di Geronimo che divenne famoso, nel bene e nel male. La sua carriera di leader di una piccola banda di Apache, si alternava a periodi di inattività in aride riserve e a momenti da fuggitivo fra le montagne del Nuovo Messico, Messico e Arizona. Era maestro nelle incursioni lampo, che portavano il panico su entrambi i lati del confine sudoccidentale. La moglie e i figli di Geronimo furono uccisi dalle truppe messicane, avvenimento questo che accese in lui la violenza e un odio senza fine. Gli Americani comunque, dovettero proprio uscire dalla loro strada per trovarselo contro. Uno studio del governo riportò che solo dopo numerosi atti di tradimento e crudeltà da parte delle truppe U.S. e dei borghesi, l’Apache diventò un loro implacabile nemico.

“Tatanka Iyotake” (“Bisonte Seduto” in lingua Lakota), “Sitting Bull” in inglese “Toro Seduto” in italiano (1830-1890) della tribù  dei Sioux Teton (Lakota Hunkpapa)

Nacque a Hunkpapas, lungo il Grande Fiume (Bighorn), nel Dakota. Fu uno dei capi principali che negoziarono il Trattato di Fort Laramie, nel 1868, con il quale gli  Stati Uniti si impegnavano ad abbandonare diversi forti e a rispettare l’area sacra delle Black Hills. Toro Seduto era noto come un grande guerriero e in tarda età divenne una guida spirituale. Nel giugno 1876, eseguì la Danza del Sole per trentasei ore consecutive e al termine ebbe una visione secondo la quale le truppe del generale Custer sarebbero state sconfitte nella famosa battaglia di Little Bighorn, in cui il settimo cavalleria fu annientato. Egli disse della battaglia: “Non dite che fu un massacro. Vennero per ucciderci e invece furono loro ad essere uccisi”. Toro Seduto ebbe un vasto consenso da parte del suo popolo e rappresentò un ostacolo enorme per gli sforzi dei bianchi di assoggettare i Sioux. Dopo varie vicissitudini, che videro progressivamente ridursi le concessioni ottenute con anni di lotte, Toro Seduto fu assassinato con un colpo alla testa, mentre quarantatre poliziotti indiani rinnegati cercavano di arrestarlo, nel dicembre 1890, pochi giorni prima del massacro di Wounded Knee.
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“Tašunka Witko” (“Il suo Cavallo è Pazzo” in lingua Lakota), “Crazy Horse” in Inglese “Cavallo Pazzo” in Italiano (fiume Belle Fourche, Bear Butte, South Dakota 1840 – Fort Robinson, 5 set 1877) della tribù  dei Sioux Teton (Lakota Ogllala) 
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Era un Nativo Americano della tribù degli Ogllala Lakota (Sioux Teton). Figlio dello sciamano-guaritore Ogllala “Cavallo Pazzo”, che quando gli passò il nome prese quello di “Worm” (bruco), e di una Brulè, che si pensa fosse la sorella del Capo Spotted Tail. Alce Nero, più giovane di lui, era suo cugino di secondo grado. In lingua Lakota, Crazy Horse, è Tašunka Witko, dove il ta- iniziale di Tašunka rappresenta il pronome possessivo “suo” e di conseguenza la traduzione del nome è: “Il suo Cavallo è Pazzo”. Negli anni giovanili era conosciuto come Curly, riccetto o ricciuto, a causa dei capelli particolarmente ricci e di colore castano chiaro (cosa rarissima tra i Nativi Americani). Personaggio leggendario cui sono attribuite imprese memorabili, come quella che lo voleva invulnerabile ai proiettili e narrava che il suo spirito aleggiasse ancora tra le tribù dei Nativi.

LE GUERRE INDIANE 

Quando si parla di Guerre indiane, l’attenzione degli storici statunitensi si sposta immediatamente verso quella lunga serie di conflitti prima tra i coloni, principalmente di estrazione europea, e le tribù indiane dell’est, poi, con la nascita degli Stati Uniti, tra quegli stati e i popoli nativi in genere, ma sopratutto quelli collocati ad ovest del Mississippi. Dalla colonizzazione europea dell’America del XVIII secolo fino al massacro di Wounded Knee e alla “chiusura” della frontiera nel 1890, le Guerre Indiane hanno portato alla conquista, alla decimazione, all’assimilazione delle nazioni indiane, e alla deportazione di tutte le tribù nelle riserve indiane. Con le guerre indiane si sono manifestati certi tratti culturali che hanno formato la solida base della discriminazione razziale su base etnica e del razzismo che affliggeranno gli Stati Uniti da quel momento fin tutto il XX secolo.

Come era già accaduto a est, l’avanzata dei coloni verso ovest, le grandi pianure e le alture occidentali causò in brevissimo tempo dei contrasti insanabili con le popolazioni indiane che vivevano nelle zone che venivano attraversate dai flussi migratori. Furono molte le tribù che scelsero il sentiero di guerra contro i bianchi, dagli Ute del Gran Bacino ai Nez Perce dell’Idaho, ma tra tutti i Nativi, i gruppi che opposero la resistenza più tenace e feroce alla spinta espansionistica degli Americani furono i Sioux ed i Cheyenne a nord e gli Apache e i Comanche a sud-ovest.

I Sioux erano ottimi cavalieri e, quindi, particolarmente abili nelle battaglie a cavallo. Erano guidati da capi guerrieri risoluti, come Nuvola Rossa (Red Cloud) o Cavallo Pazzo (Crazy Horse) la cui autorità era strettamente collegata alla loro condotta e al carisma. I Sioux impararono prestissimo a domare, a montare e usare superbamente i cavalli e da quel momento si mossero verso ovest riuscendo a sconfiggere ogni tribù che incontravano sul proprio cammino, diventando così temibili ed esperti guerrieri. Gli Apache, stretti tra le altre tribù indiane e la temibile presenza dei Messicani, praticavano l’arte della guerra prevalentemente in zona aride e ricche di canyon. Anche tra gli Apache c’erano molte differenze tra i diversi raggruppamenti che del ceppo principale facevano parte. La stessa collocazione in un’area piuttosto che in un’altra del sud-ovest determinava lo sviluppo maggiore di aggressività o di bellicosità. Verso la metà del XVIII secolo alcuni raggruppamenti di indiani delle grandi pianure arrivarono fino in Texas e lì gli scontri con i nuovi arrivati, i coloni europei, non tardarono a svilupparsi e proliferare. Da quel momento in poi, per una cinquantina d’anni, ci furono molti confronti armati che videro opposti principalmente i Texani, civili, militari, miliziani e volontari, ed i Comanche.

Il Texas ottenne l’indipendenza solo a seguito di una sanguinosa guerra contro la madrepatria originaria, il Messico. Per gli indiani che vivevano nel Texas, però, le cose peggiorarono ulteriormente. Il governo, guidato dal presidente Sam Houston, iniziò una nuova relazione con gli indiani attraverso una seria politica di cooperazione con i Comanche ed i Kiowa. Ma la cosa non andò molto avanti negli anni. Un fraintendimento, invece, guidò la politica nei confronti dei Cherokee, presso i quali Sam Houston aveva vissuto per un po’ di tempo. I Cherokee diedero l’idea di essersi schierati per il Messico ai tempi della guerra per combattere la nuova ed inesperta repubblica texana. Questo era inaccettabile, ma Houston risolse il conflitto senza ricorrere alle armi, rifiutandosi di credere che i Cherokee avessero potuto attaccare proprio il suo governo. Le cose volsero al peggio (per i Nativi) sotto l’amministrazione di Mirabeau Bonaparte Lamar che attuò una politica decisamente differente nel rapporto con gli indiani. Sotto Lamar la repubblica texana tentò di trasferire i Cherokee più ad ovest e riuscì alla fine ad avere la meglio.

Il conflitto tra bianchi ed indiani continuò anche durante la guerra di secessione, nonostante quasi tutta l’attenzione del governo unionista fosse chiaramente riposta sul fronte bellico col Sud ribelle. Nel 1864 invece avvenne una delle battaglie con gli indiani che fu ricoperta di infamia non appena se ne conobbero i contorni precisi. Parliamo del Massacro del Sand Creek. In quell’occasione un distaccamento di milizia locale attaccò un villaggio di indiani Cheyenne ed Arapaho situato nel sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini donne e bambini. Gli indiani che si erano accampati lungo le rive del fiume Sand Creek avevano avuto rassicurazioni dal governo degli Stati Uniti che avrebbero potuto restare dov’erano vivendo tranquillamente nella loro area, ma quelle rassicurazioni non furono sufficienti a placare il crescente odio dei bianchi nei confronti dei nativi a causa delle molte razzie e degli scontri che aveva incendiato tutte le praterie meridionali. I politici americani, pressati sopratutto dall’indignazione dell’opinione pubblica dell’Est, diffusero un appello pubblico contro altre carneficine nei confronti degli indiani, ma esso cadde decisamente nel vuoto. Nel 1875 l’ultima vera guerra Sioux scoppiò quando la corsa all’oro nel Dakota arrivò alle Black Hills (Colline Nere), territorio sacro per quegli indiani. L’esercitò statunitense non precluse veramente ai minatori l’accesso alle zone di caccia Sioux, rendendo intollerabile la situazione per gli indiani che erano stretti tra il non dover aggredire i bianchi e il non essere difesi nel proprio diritto dai soldati.

Nel 1876 dopo un’organizzazione meticolosa di una campagna contro gli indiani chiamati “ostili”, il Generale George Armstrong Custer trovò l’accampamento principale dei Lakota Sioux e dei loro alleati nei pressi del fiume Little Bighorn. Nella battaglia che prende il nome da questo fiume, Custer ed i suoi uomini, i quali si erano separati per motivi strategici dal resto della truppa, furono annientati dagli indiani che vantavano una netta superiorità numerica nonché un vantaggio tattico dovuto alla precipitazione del generale nello scatenare l’attacco. Nel 1890, nella riserva settentrionale dei Lakota, a Wounded Knee nel Dakota del Sud, il rituale della “Danza degli Spettri” (Ghost Dance) portò l’esercito a tentare di sottomettere i Lakota. Durante l’assalto vennero uccisi più di 300 indiani, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Fu l’ultima, inutile strage. Tuttavia, già molto prima di questo evento erano già state eliminate le basi per la sussistenza sociale delle tribù delle Grandi Pianure, con lo sterminio quasi completo, nel corso degli anni ’80, dei bisonti con una caccia tanto indiscriminata quanto studiata a tavolino con lo scopo di indebolire gli indiani e renderne inutili le migrazioni.
Tra tutte le guerre indiane della zona, quelle che coinvolsero i Navajo e gli Apache, con tutto il carico di drammaticità che oggi conosciamo, sono le più studiate, ma non furono le uniche. La più grande campagna statunitense nel sud-ovest coinvolse 5.000 soldati e costrinse, nel 1886, Geronimo e la sua banda di guerrieri Apache ad arrendersi.

Tutte le tribù, sconfitte, finirono dentro le riserve governative, prive ormai di forza e di autonomia.

LE RISERVE E GLI INDIANI OGGI

L’11 marzo 1824 veniva creato il Servizio Affari Indiani alle dipendenze del dipartimento della guerra. Il compito di quest’ufficio era quello di versare alle tribù firmatarie di trattati le annualità, in soldi ed in beni materiali, fissati dai trattati, controllandone i bilanci. Nel 1831 l’ufficio passò alle dipendenze del ministero dell’interno ed assunse la denominazione di Commissariato agli Affari Indiani con a capo il Presidente degli Stati Uniti. Vennero create le Agenzie, un organismo politico-amministrativo, che inglobava o una riserva o il territorio di una tribù ancora libera e non sottomessa. A capo venne nominato l’Agente Indiano con il compito di versare le annualità, rilasciare le licenze ai bianchi consentendo loro di inoltrarsi a commerciare nel territorio indiano; sorvegliare il divieto di vendita d’alcool nella riserva e vigilare sull’andamento dell’opera di civilizzazione degli indiani finanziata dal governo. Dunque il Piccolo Padre, come lo chiamavano gli indiani per distinguerlo dal Grande Padre, il Presidente degli Stati Uniti, era il perno attorno al quale avrebbero dovuto ruotare i rapporti fra i vecchi ed i nuovi inquilini del Nordamerica.

Però nelle mani di questo piccolo e sconvolto burocrate il governo metteva colossali somme di denaro, a fronte di un magro stipendio di impiegato statale. Centinaia di migliaia di dollari da amministrare e distribuire direttamente agli indiani o da utilizzare per acquisti di beni e vettovaglie secondo i trattati di pace.E’ così che l’agente indiano scopre ben presto di avere a portata di mano gli strumenti per arricchirsi impunemente alle spalle del contribuente americano da una parte e dei suoi indiani dall’altra.

Oggi esistono circa 300 riserve federali degli Stati Uniti, per un totale di 52.017.551 ettari detenuti in gran parte dal governo federale, la maggior parte situata ad ovest del Mississippi. Ci sono anche 21 riserve statali degli Indiani, la maggior parte di questi ad est. Alcune riserve sono limitate a una sola tribù di Nativi. Altri terreni sono in affitto e occupati da non indiani. La più grande riserva è mantenuta oggi dalla tribù degli Indiani Navajo nella Monument Valley al confine tra Utah e Arizona in un’area abbastanza isolata quanto estesa.

Il Congresso degli Stati Uniti  è il fiduciario dello status speciale indiano e questo comporta la protezione della proprietà indiana, la protezione del diritto indiano di auto-governo e la fornitura di servizi necessari per la sopravvivenza e il progresso. Gli indiani sono liberi di vivere ovunque.

 

Ancora oggi si parlano ancora più di 100 lingue diverse e alcuni Indiani sono riusciti a migliorare il tenore di vita sfruttando le fonti naturali della terra, ma la maggior parte conduce tutt’ora una vita molto misera e semplice rispetto al resto della popolazione. I nativi americani Indiani sono ancora molto orgogliosi delle loro tradizioni e del patrimonio della tribù ma senza rinunciare al loro patrimonio culturale si sono organizzati in consigli, per cercare di aiutare il governo federale a creare nel corso degli anni, programmi di educazione, di servizi sanitari, di formazione professionale,  pianificazione delle risorse e di credito finanziario.

Si stima che circa il 30% della popolazione indiana negli Stati Uniti, ora vive in città. La più grande concentrazione di indiani urbani, circa 60.000, si trovano nell’area di Los Angeles – Long Beach zona della California. Altre città con grandi popolazioni indiane sono San Francisco – Oakland in California, Tulsa e Oklahoma City in Oklahoma, New York e Buffalo a New York, Phoenix e Tucson in Arizona.

Oggi gli Indiani promuovono l’arte indiana che sta vivendo una vera e propria rinascita. Molti di loro, con tecniche tradizionali, hanno trovato nei mercati la possibilità di promuovere e tramandare le loro arti e mestieri, riscuotendo un enorme successo tra collezionisti e turisti. La pittura e la scultura tradizionale mescolata al moderno sta portando la cultura dei nativi oltre confine ed è ormai considerata un tesoro nazionale.

  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare da treccani.it, wikipedia.it, indianiamerica.it, culturaprogress.blogspot.it, ilmondodiaura.altervista.org, pietreterra.blogspot.it, farwest.it e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle.
  • il grande Fabrizio De Andrè, scrisse la il brano Fiume Sand Creek – https://www.youtube.com/watch?v=6rLrHx8lwic – per ricordare il massacro avvenuto il 29 novembre 1864 ad opera di 700 soldati della milizia statale comandati dal colonnello John Chivington. 
  • invece per quanto riguarda i film mi viene in mente L’ultimo dei Mohicani. La guerra dei sette anni è sbarcata oltre oceano. È il 1757. Le colonie americane sono terreno fertile per sangue e morti. Inglesi e francesi si contendono le terre, mentre le tribù autoctone decidono da quale parte schierarsi e a chi giurare una presunta fedeltà. Tratto dal romanzo omonimo di J.F. Cooper L’ultimo dei Mohicani è il racconto di un mondo selvaggio, dominato dalle armi e dalla la violenza che divide facilmente il mondo in morti e vivi, vincitori e vinti. Il soggetto principale è lo scontro tra culture : i colonizzatori sono ingordi e non c’è più ingenuità nel popolo ospitante perché la contaminazione è già parte del Nuovo Mondo. Un film in cui si apprezza e si distingue l’affresco estetico di una natura che funge da silenziosa testimone, sulle note di una travolgente colonna sonora capace di evocare il recupero di una pace per lo spirito.

 

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21 pensieri su “Indiani d’America – Pellerossa

  1. i nativi americani sono state una delle mie passioni adolescenziali, così fieri nel resistere alla strategia e agli abomini dei “bianchi”. Saranno stati anche i film e i fumetti americani a renderli famosi, ma perlomeno le loro battaglie le hanno sempre combattute …
    Bellissimo e approfondito questo tuo articolo!!!

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    1. grazie,
      io sono cresciuto col mito di Zagor, Tex Willer, il Comandante Mark, non so se li conosci. Io li adoravo, aspettavo sempre con trepidazione la prossima uscita 🙂

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  2. Bello, bello, bello! Questi post andrebbero insegnati a scuola, tanto sono educativi. Siamo in pochi caro mio a perseguire questa strada, ma è l’unica percorribile per far comprendere che razza di megalomani fummo noi dalla pelle chiara! Il bene che si fa torna indietro una volta, ma il male ne torna indietro tre. Pensa poi cosa abbiamo perduto, una cultura di un popolo straordinario…e una bella fumata di salvia ed erbaccee… una bella mangiata di Peyote, ah,ah,ah…dolce notte Sari. Giusy

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    1. mia mamma mi diceva sempre : fai bene e dimenticatene!
      Ho provato come provo tuttora ha perseguire questo suo approccio.
      T’immagini sotto un cielo stellato e la prateria a perdita d’occhio cosa poteva essere sentirsi parte di quella natura ancora incontaminata e meravigliosa. Situazioni che abbiamo perso da tempo per rincorrere cemento e alienazione : troppo presi da questa realtà a tratti insignificante non siamo più in grado di riconoscere il valore e la bellezza delle piccole cose (che poi sono quelle che “fanno” le grandi cose).
      Ciao

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      1. Si, m’immagino, per questo ti elogio. Senza saperlo amavano il dio di Spinoza: Dio=natura. Se il Dio a cui pensiamo noi, non fosse stato troppo adulterato, avremmo il Dio del Genesi, che si discosta naturalmente da un dio = natura; ma nel contempo affidò ugualmente all’uomo il potere di conservare questo pianeta e di custodirlo come un giardino…come facevano perlappunto, gli indiani d’America. Ti abbraccio, mio caro, Giusy

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  3. E’ sempre un piacere leggere i tuoi post, in questo caso è stato per me un doppio piacere per l’attrazione che ha esercitato in me il popolo dei Pellerossa.
    Mi permetto di condividere una poesia ideata da un nativo d’America che mi piace molto.
    Altro non saprei cosa aggiungere al tuo dettagliato post.
    “Io sono soltanto un uomo.
    Sono la voce del mio popolo.
    Quali che siano i loro sentimenti,
    io dico questo.
    Non voglio più la guerra.
    Voglio essere un uomo.
    Voi mi negate il diritto di un uomo bianco. La mia pelle è rossa,
    il mio cuore è come il cuore di un uomo bianco, ma io sono un Modoc.
    Non ho paura di morire.
    Non cadrò sulle rocce.
    Quando muoio i miei nemici saranno sotto di me.
    I vostri soldati mi hanno attaccato mentre dormivo sul fiume Lost.
    Essi ci hanno spinto su queste rocce come un cervo ferito. ”

    (Kintpuash dei Modoc)

    Un caro saluto,

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    1. ti ringrazio Laura per la tua assidua presenza sulle mie piccole cose 🙂 !
      Bellissima la poesia che andrebbe letta nelle scuole per far capire che la vera diversità sta proprio nella consapevolezza della sua bellezza!
      Ciao

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  4. Prosegue con successo il tuo excursus sulle popolazioni native del mondo. Questa volta è il turno dei nativi americani, nordamericani per la precisione.
    Ottimo lavoro di ricerca e di documentazione per illustrare vita, regole e disgrazie di questi nativi che furono scacciati dalle loro terre dai bianchi molto spesso compiendo autentici massacri. Un genocidio passato in silenzio.

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  5. molto interessante, ampio e preciso, questo articolo; l’ho letto in parte e ci tornerò sopra, anche perchè mi ricorda la passione che avevo da adolescente per i nativi americani, avevo un bel libro che leggevo e consultavo, con figure…

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    1. io invece leggevo Tex Willer e l’amore per questo popolo mi è nato allora, con tutte quelle avventure create dal mitico Bonelli che mi facevano “volare” tra tepee, aquile, calumet, praterie incontaminate!
      Ciao e grazie

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