la tradizione orale

“Le tradizioni orali fanno la loro comparsa quando vengono riferite. Per momenti fugaci possono essere ascoltate, ma il più delle volte esse dimorano nella mente delle persone” Jan Vansina, storico belga

Si definisce tradizione orale il sistema di trasmissione, replicazione e rielaborazione del patrimonio culturale in un gruppo umano esercitato attraverso l’oralità, senza l’utilizzo della scrittura. Dalle epoche remote, durante le quali l’uomo cominciò a comunicare attraverso il linguaggio, l’oralità è stata sempre il sistema privilegiato di trasmissione del sapere, essendo il mezzo di comunicazione più diffuso, rapido ed immediato da usare. La tradizione orale comprende quindi forme quali narrazioni, miti (in particolare cosmogonie), canti, frasi, leggende, favole, ecc.

 

Ogni sistema di tradizione orale è comunque abbinato ad un insieme di forme di trasmissione delle usanze, dei riti, delle tecniche, delle pratiche, dei gusti, dei comportamenti, dell’attività motoria dei corpi. Questi aspetti sono appresi e rielaborati in parte per via verbale ed in parte mediante altri sistemi simbolici, nonché tramite l’imitazione e la sperimentazione.

 

Secondo Walter Jackson Ong, religioso, antropologo, filosofo statunitense le “caratteristiche proprie” della cultura orale sono:

a) L’orecchio è il senso più importante. Per l’uomo che vive nel mondo della cultura orale la gerarchia tra i sensi è diversa dalla nostra: egli predilige, infatti, l’udito, proprio perché questo è un mezzo di ricezione orale, mentre l’uomo che vive nel mondo della scrittura si trova sicuramente più a suo agio, per impossessarsi delle informazioni, utilizzando l’occhio.

b) La comunicazione orale privilegia la paratassi. Il pensiero e i processi comunicativi delle culture orali sono caratterizzati da una costruzione del periodo fondata essenzialmente sulla coordinazione: si hanno, quindi, proposizioni collegate tra loro mediante l’uso di preposizioni; nella cultura scritta, invece, l’utilizzo delle preposizioni è molto ridotto, a vantaggio dei connettivi logici.

c) La comunicazione orale ama la ridondanza. Comunicando oralmente si deve, per imprimere nella mente di chi ascolta, ripetere e riprendere più volte un dato importante che si vuole mettere in evidenza; tutto ciò è praticamente superfluo nella comunicazione scritta.

d) Lo stile orale predilige il tono agonistico. In tutte le società a cultura orale le produzioni verbali sono centrate, in genere, su dinamiche agonistiche. Questo accade proprio perché in una cultura orale la stessa conoscenza non è mai astratta, ma è sempre vicina all’esperienza umana ed è quindi situata in un contesto di lotta.

e) La cultura orale è conservatrice e tradizionale. In una società in cui l’unico modo per tramandare le informazioni è quello orale, le informazioni conosciute vengono immagazzinate nella mente; la mentalità che si forma in un simile contesto è, per forza di cose, tradizionalista e conservatrice, e inibisce la sperimentazione intellettuale.

f) La cultura orale è enfatica e partecipativa. L’uomo abituato a muoversi in una cultura orale è sicuramente più impulsivo di un uomo abituato alla lettura e al ragionamento prodotto dalla conoscenza scritta.

g) La cultura orale è una cultura omeostatica. Per l’impossibilità di ricordare tutte le informazioni, in una cultura orale si tende a privilegiare tutto ciò che è inerente alla quotidianità, tralasciando le informazioni relative al passato, o quelle che più si allontanano dalle esigenze quotidiane.

h) L’uomo dell’oralità pensa in modo situazionale più che in modo astratto e analitico.

Albert Bates Lord filologo statunitense scriveva :

“Quello che ascoltiamo è ‘il canto’, poiché ogni esecuzione è più di un’esecuzione: è una ri-creazione. La verità è che il nostro concetto di ‘originalità’ del ‘canto’ semplicemente non ha senso nella tradizione orale. A noi sembra così fondamentale, così logico pensare che debba esserci un ‘originale’ per ogni cosa, perché viviamo in una società in cui la scrittura ha fissato per l’arte la regola di una prima creazione stabile. In realtà, solo colui che ne ha una versione scritta, sembra preoccuparsene, solo lui cerca l’inesistente, illogico e irrilevante ‘originale’. I cantori negano di essere i creatori del canto: lo hanno imparato da altri cantori. Un canto non ha un ‘autore’, ma una molteplicità di autori, essendo ogni esecuzione una creazione e avendo ognuna di esse il suo singolo autore.”

CENNI ANTROPOLOGICI

La cultura orale è caratterizzata da una costante perdita di contatto intellettuale tra l’uomo e il proprio passato: le culture orali non conoscono la storia come noi la conosciamo. Occorrono testimoni oculari per raccogliere resoconti degli eventi presenti. Eventi molto distanti nel tempo possono essere conservati solo nella memoria del singolo, dopodiché sono avvolti dalla leggenda. Se l’uomo immerso nell’età dell’oralità primaria, ha una storia millenaria, in realtà non conosce nulla del suo passato se non quello che è immagazzinato nel suo ricordo e che deve continuamente reiterare . In una cultura orale, basata sull’ascolto e sulla parola, l’apprendimento non avviene tramite la ricerca: quindi, per scoprire qualcosa che non si è osservato, si deve chiedere naturalmente ad una persona viva che ricorda l’evento: in sua assenza, la conoscenza viene persa.

L’uomo primitivo, fortemente orale-aurale (aurale è un testo scritto ma preferibilmente affidato alla lettura), sperimenta le parole come potenti, efficaci, pienamente integrate nella realtà. Il suono è più reale, o esistenziale, di altri oggetti dei sensi, nonostante sia anche il più evanescente. Il fatto di essere legato alla realtà presente lo rende una forza in azione, poichè le parole implicano relazioni interpersonali reali e quindi posseggono un enorme potere. Un determinato significato viene espresso con maggiore forza ed accuratezza dal suono. Se le parole sono scritte, sono nel complesso più facili ad essere fraintese che se fossero ascoltate. Ciò vuol dire che la parola parlata è maggiormente comunicativa rispetto a quella scritta.

Il suono rappresenta una speciale chiave sensoriale per l’accesso all’interiorità, in quanto ha a che fare con interni che manifestano se stessi. Il pensiero, l’interiorità per eccellenza dell’essere umano, è strettamente legato al suono e la voce e l’udito sono funzionali esplicitamente ai rapporti interpersonali. Il suono permette di unire gruppi di esseri viventi e quindi favorisce la socialità. Il fatto che il suono segnali un’attività che ha luogo in un preciso istante gli fa acquistare un valore immediato nella formazione di rapporti sociali. Il suono provoca reazioni di reciprocità. L’uomo dà vita e significato alle proprie azioni tramite i suoi incontri con gli altri: il discorso orale è fondamentale per conferire un significato pieno ad ogni azione. L’assenza della parola indica un ritirarsi in se stessi, in quanto le persone comunicano tra loro principalmente tramite la voce. Le culture basate sulle sintesi uditive trovano nell’assimilazione tra voce e parola la matrice delle loro ansie e delle loro tendenze all’animismo.

  

In tutte le culture umane, la parola parlata sembra il più prossimo equivalente sensoriale di un pensiero, poiché il pensiero trova la propria sede nel discorso. I termini nei quali gli uomini pensano sono rappresentati dalle parole, cioè ai suoni, mentre alla vista è attribuita la funzione di fornire gran parte del materiale a cui pensare.

Ogni generazione trasmette alle successive, innanzitutto, la propria cultura materiale, cioè tutti gli strumenti e gli oggetti che ha creato, ideato o perfezionato, poi i procedimenti e i comportamenti tipici che si apprendono anche senza l’uso della parola, come l’agricoltura o l’allevamento e, infine, i valori e gli ideali che guidano l’agire dell’uomo e animano le sue relazioni. La storia dell’uomo è essenzialmente un percorso di conoscenze trasmesse oralmente. In alcune società, che pure non ignorano la scrittura, la comunicazione orale è predominante e fondamentale: della parola, di formule ripetitive, di espressioni magiche o retoriche si avvalgono sciamani, guaritori, sacerdoti che forniscono alle loro comunità spiegazioni o interpretazioni del mondo e dei fatti quotidiani, rimedi e metodi di cura. La parola è uno strumento di potere, consente di manipolare gli individui, il sapere e i contenuti della conoscenza.

ANTICA GRECIA

Alla tradizione orale è stata affidata la diffusione dell’opera di Omero: i versi dell’Iliade e dell’Odissea furono, per secoli, recitati e non letti, declamati da professionisti della parola orale, gli aèdi e i rapsòdi, i quali si esibivano durante le feste religiose, le celebrazioni pubbliche o nelle occasioni conviviali per allietare gli astanti. Il termine aèdo indicava un poeta, colui che cantava l’epica, ma creava anche versi propri. Il rapsòdo era un recitatore professionista: il termine, dal V secolo in poi, fu usato più comunemente ed in contrapposizione ad aèdo. In realtà, risulta che Omero non avesse fatto alcuna distinzione, intendendo con aèdo sia il poeta che il recitatore. Sappiamo che esistevano corporazioni di cantori: gli Omeridi, per esempio, avevano a Chio la loro sede stabile. Nel V secolo a.C. essi iniziarono a spostarsi di luogo in luogo, partecipando alle feste più importanti. I rapsòdi si distinguevano per le abilità drammatiche, a cui univano il possesso di non comuni doti di memoria. A differenza di altre civiltà contemporanee, che tra l’VIII e il V secolo a.C. avevano già strutturato e perfezionato il proprio metodo di scrittura, adottandolo anche nella produzione letteraria, i Greci non erano ancora pervenuti a simile livello di elaborazione: la lineare A e la lineare B, di origine micenea, erano inadeguate e troppo complesse per esprimere i contenuti della poesia. Sembra che, oltre all’epica, anche la lirica arcaica sia stata inizialmente orale.

ORALITA’ IN AFRICA

Nella cultura orale, la storia, il sapere, gli usi e costumi, le tradizioni, le regole sociali, tutto si tramandava da bocca ad orecchio, ossia con la parola. Quindi chi sopravviveva più a lungo, più cose sapeva e più esperienza di vita aveva. Più anziano diventava, più saggio diventava, perché era forgiato dall’esperienza della vita. Allora, gli storici del villaggio erano i griot.  I nonni tramandavano le regole della società e le storie del villaggio tramite favole, parabole ed indovinelli. Nella cultura orale si celebravano molteplici temi. In particolare i cosiddetti cinque grandi avvenimenti della vita (nascita – iniziazione – matrimonio – proprietà della terra e morte) e i cinque grandi temi della tradizione quali l’amore, l’elogio (al capo, per enumerare una genealogia), la critica con rimprovero, la guerra e la morte. Altri temi ricorrenti sono la genesi del mondo, il destino dell’uomo, le qualità richieste per essere forti e coraggiosi. Per esempio presso i Dogon del Mali l’importanza della parola è evidenziata mediante l’associazione al vapore acqueo, di cui si crede sia composta, sostanza vitale nella coltivazione dei campi.

“La parola da noi è e rimane una cosa “sacra”. Non ci si può parlare il mattino senza essersi lavati la bocca, perché essa è il tempio della parola. Per chiedere la mano di una ragazza, ci si sveglia di buon mattino, senza scambiare “parola” con nessuno, per portare le primizie della bocca all’amata. La parola e il saluto sono cose sacre. La parola ha potere taumaturgico: può sconfiggere la morte ma può anche darla. Quando un figlio si ammala si afferma che sono le brutte parole scambiate dai genitori che si sono incarnate come malattia nel suo corpo. Per guarire il bambino bisogno lavare il tempio della parola, lavarsi la bocca per purificarla dalle cattiverie dette.

L’oralità si arricchisce col tono della voce, l’intonazione, la creatività spontanea ma implica un fattore essenziale che è l’ascolto e la partecipazione : la verità dipende sia da chi la dice come da chi lo ascolta”. Kossi Amékowoyoa Komla-Ebri, scrittore togolese naturalizzato italiano

I CANTORI

Oltre agli Aedi e ai Rapsodi dell’antica Grecia vi sono altre figure di narratori o cantori che in varie forme legate all’oralità diffondevano tra la gente i racconti di gesta avvenute in terre lontane. Tra gli altri, il bardo che è considerato un antico poeta o cantore di imprese epiche presso i popoli celtici. I bardi erano i conservatori del sapere del popolo e venivano istruiti per memorizzare tutte le tradizioni e i miti del popolo.

I cantastorie (in Italia)

l cantastorie rappresentano la tradizionale figura di intrattenitori ambulanti visto che si spostano di città in città e di piazza in piazza raccontando una favola, una storia, un fatto, aiutandosi con il canto e spesso con dei cartelloni in cui sono raffigurate le scene salienti del racconto. In questo loro girare vivevano delle offerte degli spettatori e talvolta dai ricavati della vendita di foglietti recanti la storia raccontata. Si posizionavano nelle piazze dei paesi cantando e raccontando le loro storie, vere o immaginarie, trovate in giro nei loro viaggi o adattate per l’occorrenza. Spesso i cantastorie adattavano le loro versioni ad alcuni racconti antichi, o li rinnovavano a seconda del particolare avvenimento; sovente una scelta veniva imposta per il dialetto da utilizzare in base al luogo della narrazione e a causa del diffuso analfabetismo. I cantastorie raccontavano di incursioni di pirati, miracoli di santi, eventi catastrofici, leggende sacre e racconti profani, meravigliose vittorie e lacrimevoli sconfitte, personaggi come Garibaldi e momenti epici come il Risorgimento. I cantastorie rappresentarono l’unico tramite culturale tra il popolo analfabeta e il mondo epico e poetico : anche se magari si trattava di cruente imprese dei briganti, così cari alla fantasia popolare. Dopo l’avvento della stampa i Cantastorie acquisirono sempre più un ruolo che si avvicina, in un certo senso, al mondo giornalistico, diffondendo fatti e notizie e stampando su foglietti volanti venduti al pubblico, le storie che rappresentavano.

A partire dal XIV secolo si allontanarono dalla letteratura più colta e contribuirono a diffondere in dialetto le gesta dei paladini carolingi della chanson de geste, argomento anche dell’Opera dei Pupi. Ebbero la massima fioritura nella Sicilia del XVII secolo e furono appoggiati dalla Chiesa con lo scopo di diffondere presso il popolo le storie dei santi e della Bibbia.

Nel 1661 a Palermo i Gesuiti avevano costituito la congregazione degli “Orbi”, cantori ciechi a cui veniva insegnato a suonare uno strumento musicale e che erano legati a temi esclusivamente religiosi sotto il controllo ecclesiastico.

 

LE CULTURE MUSICALI DI TRADIZIONE ORALE

Per musica popolare si intende l’insieme delle diverse tradizioni musicali che non rientrano nell’ambito della musica colta europea, e che comprendono invece ogni espressione musicale legata a gruppi etnici o sociali. Nonostante le diverse forme che assume, la musica popolare viene tramandata principalmente per trasmissione orale ed è legata alle tradizioni culturali di una determinata comunità

L’attività musicale e la produzione di suoni organizzati hanno da sempre accompagnato le diverse forme di società umana. In passato la tradizione della musica locale ha rappresentato una componente importante dell’identità di una determinata etnia o di un gruppo sociale, mentre oggi, con la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, come radio, televisione e Internet, le differenze tra le musiche prodotte in diverse parti del mondo sono sempre più tenui. Ciò nonostante, la varietà delle culture musicali ancor oggi esistenti al mondo è stupefacente: dal suono prolungato del dijeridoo degli Aborigeni australiani alle complesse costruzioni melodiche dei flautisti indiani, dai cori intricati dei pigmei dell’Africa centrale ai canti narrativi del centro Europa, e per restare in Italia il canto a tenore sardo espressione artistica di matrice originale, autoctona e sociale del mondo agro-pastorale.

 

Il concetto di musica popolare riflette il punto di vista dell’Occidente nei confronti delle culture diverse o marginali e serve appunto per indicare tutto ciò che non rientra nell’ambito della musica cosiddetta “classica”. La distinzione tra musica colta e musica popolare si basa prevalentemente su differenze di tre tipi: tra oralità e scrittura; tra i differenti contesti (i luoghi e le occasioni) nei quali viene eseguita e ascoltata musica; tra creazione ed esecuzione.

E per esecuzione intendo questa :

http://www.youtube.com/watch?v=i-Yl0i2xgxc

Nella maggior parte dei casi, un musicista della tradizione popolare, non impara attraverso testi scritti, ma direttamente dall’esempio del maestro. Una volta appreso un repertorio di brani, l’artista può a sua volta modificarli oppure comporne di nuovi per poi tramandarli alle generazioni successive. Questa modalità di apprendimento, che non passa attraverso la notazione musicale scritta, fa sì che la musica popolare venga detta anche musica di tradizione orale. Tramandare oralmente un canto è ormai una pratica sempre più in disuso nella società di oggi, ma qualcosa di simile accade ancora per esempio per quanto riguarda le filastrocche imparate spesso dalle proprie nonne e cantate poi ai propri nipoti.

In molte culture extraeuropee non esiste un modo per rappresentare graficamente la musica e ci si affida quindi alle sole memorizzazione e trasmissione orale; tuttavia ciò non significa che il risultato sia necessariamente semplice o di facile esecuzione. Bisogna comunque ricordare che vi sono eccezioni a questo principio: per esempio le tradizioni musicali cinese  e giavanese prevedono modalità di notazione, anche se assai diverse da quella occidentale.

ORALITA’ E COMUNICAZIONE OGGI

Oggi si parla di “oralità secondaria” per definire la predominanza di una nuova tipologia di comunicazione fortemente condizionata dai new media. Nella società orale la diffusione culturale si fondava sulla poesia, ossia la recitazione reiterata e costante e l’utilizzo di mnemotecniche. Fondamentali, per mantenere memoria degli accadimenti, erano il discorso formulare, la forma circolare e l’utilizzo dello schema metrico. Lo sviluppo e la diffusione della scrittura consentì, tra le altre cose, lo sviluppo della riflessione scientifica, dell’argomentazione, del razionalismo : la scrittura permise inoltre di trattare argomenti astratti  e diffondere la cultura in modo più capillare. Sostanzialmente il passaggio dall’oralità alla scrittura corrisponde al passaggio da un’intelligenza di tipo “simultaneo”  ad una intelligenza di tipo “sequenziale”, alla possibilità di realizzare percorsi lineari. L’oralità del nostro tempo riprende da quella antica la centralità della partecipazione, del coinvolgimento, della simultaneità della comunicazione, dell’immedesimazione degli utenti dei mass media. Si differenzia dall’oralità primaria, però, per la sua dipendenza dalla scrittura che non viene sostituita ma integrata nella nuova forma comunicativa: ecco che abbiamo i testi scritti e recitati, il testo che scorre sullo schermo della tv mentre ascoltiamo una voce, ecc. Questa è l’oralità secondaria, ormai visibile e facilmente comprensibile, esposta alla nostra riflessione grazie a blog, forum, wiki. C’è chi asserisce a giusta ragione che siamo passati da uomini monomediali (uomo-libro) ad esseri multimediali (Uomini-Tv/Telefono/Computer/Radio/Libro, ecc…) reincorporando così i riti delle civiltà orali. Sembra quindi che oggi a dire dei studiosi che stiamo celebrando dentro i territori acustici dei media, dentro gli spazi dell’elettronica, il ritorno dell’oralità.

La scrittura di oggi su un blog, in un social network, su un forum, in una chat si presenta come un’evoluzione della scrittura tipografica, ma in profondità ripresenta l’agonismo tipico della vecchia oralità. Si sviluppa così un nuovo tipo di agonismo linguistico, che ha la viva immediatezza dell’oralità e la pienezza riflessiva della scrittura. Ed è per questo che blog, forum, chat sono diventati uno strumento emozionale che in qualche modo ricorda la tradizione orale.


pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare dai seguenti siti e e corroborata da alcune note personali

  • Wikipedia.it 
  • walterongwork.pbworks.com
  • Treccani.it
  • partecipiamo.it  

anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle.

 

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21 pensieri su “la tradizione orale

    1. la voce è uno di quei simboli/strumenti che non passa mai! Si alla rete, ai blog, alla comunicazione tecnologica ma mai abbandonare la voce! Il rapporto suono/mente è uno dei più forti e influenti e direi anche dei più “terapeutici”. Ciao e grazie

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  1. Cosa dire….è bellissimo anche questo! I racconti orali tramandati di secolo in secolo (come la Bibbia), ad esempio, occorre poi un sano discernimento per compredere il senso o la verità. Sai, l’uomo è sempre uguale nel raccontare le cose e tende ad ingrandire i particolari. Prova a chiedere ad un pescatore, quanto era grosso il pesce pescato: all’inizio era un pesciolino di 10 cm, poi raccontando ancora la pesca fortunata, il pesce sarà di 15 cm…poi passando al bar, sarà un bel pesce di 20 cm…. e così via, si chiamano iperbole e sono antiche quanto il mondo. Ciao! Giusy

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    1. senza la parola e il contatto fisico sai quante cose avremmo smarrito del nostro passato : mi ricordo mio nonno quando mi raccontava della “sua” guerra, sentire la sua voce e l’emozione che scaturiva dal ricordo è stata una di quelle esperienze che non dimenticherò mai!
      Ciao

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  2. Ho trovato molto, molto interessante questo articolo, è un vero e proprio mini-trattato sull’argomento, quindi esaustivo e capace di collegare tempi e luoghi diversi, inoltre fa riflettere e scoprire nuove angolazioni sotto le quali ripensare ciò che siamo oggi, in rapporto al nostro passato.
    Grazie davvero

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    1. tramandare è sempre stata una necessità viscerale e quale modo migliore che farlo con la parola parlata : esempio tipico di aggregazione, comunità, calore!
      Grazie Marina

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  3. Altro post veramente interessante e ricco di notizie su questa forma artistica, perché la oralità, i costumi, la musica sono arti che si tramandano da sempre nell’uomo, un patrimonio che rischia di rimanere travolto dalle nuove tecnologie.
    Sembrerà strano ma il processo di modernità rischia di impoverire quest’arte fino a ridurla a qualcosa di amorfo, privo di quel calore umano che dovrebbe trasmettere.

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  4. articolo stupendo! Ursula Le Guin disse che “sono esistite cultura che non hanno inventato la ruota, ma non sono esistite culture che non narrassero storie”, e la voglia di raccontare e raccontarsi è sempre stata alla base di una civiltà: capire che la vita va portata avanti ricordando il passato per costruire il futuro. Infatti era molto bella l’immagine (nelle tradizioni dei nativi americani, per esempio, che hai appena trattato) del nonno che insegna al nipote (perché i genitori sono occupati a lavorare per portare avanti la famiglia) i segreti dell’esistenza, e come tali, non dovranno mai morire, soprattutto con il dono della parola: la vera artefice della nostra intelligenza.

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  5. le tue ricerche sono sempre molto esaustive e approfondite, leggerti è sempre piacevole, il tuo blog è una porta aperta sulla cultura e la società del mondo.

    Buona domenica (:-)

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  6. Mi interessa molto il capitolo sulla oralità in Africa.
    E penso anche che stiamo Per commemorare come ogni anno i giorni della memoria mentre le voci narranti di chi è sopravvissuto per logica conclusione della vita se ne stanno andando. Resterà la scrittura: parole da aggiungere o cancellare, lo si sta già facendo.
    Poi mi collego a Fahrenheit 451 al libro di Bradbury piuttosto che al film di Truffaut e penso agli uomini libro e non aggiungo altro perché immagino che tu conosca un po’ fuori tema perché il procedimento inverso passando dalla scrittura alla parola raccontata!
    Sheraconunabbracciogelidocongelato

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    1. credo la parola al di là della forza che può avere come suono sia la vera “voce” dell’anima, nel senso che la comunicazione orale, sebbene la scrittura non sia da meno, abbia la capacità di scatenare quell’empatia visiva ed emozionale che la rende unica e assolutamente imprescindibile in ogni rapporto umano. Penso alla tecnologia e a quanto sia fredda e distaccata, tutti questi nostri ragazzi attaccati allo smartphone stanno perdendo il senso di cosa voglia dire parlare. Bellissimo commento Shera, grazie per il coinvolgimento!

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