Il 27 gennaio 1945 era una tipica giornata invernale quando i soldati dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli di Auschwitz, campo di concentramento che componeva assieme ad altri la geografia del girone infernale fatto edificare da Hitler in quella parte della Polonia per la “soluzione finale”: lo sterminio degli ebrei e dei prigionieri invisi al regime nazista.

La consapevolezza dell’enormità delle uccisione e delle condizioni disumane in cui vennero detenuti i deportati venne alla luce con l’ingresso nei campi, abbandonati dai nazisti in fuga, delle truppe russe e alleate sul finire della guerra.

Una descrizione radiofonica del lager di Buchenwald venne fatta dal giornalista Edward R. Murrow entrato nel campo assieme alle truppe americane il 12 aprile 1945, che concluse il suo reportage con queste parole: Vi prego di credere a ciò che ho detto a proposito di Buchenwald. Ho riferito quello che ho visto e sentito, ma solo una parte di cio’. Per la maggior parte di esso io non ho parole …. Se vi ho sconvolto con questa cronaca piuttosto edulcorata di Buchenwald, non me ne scuso.

I sovietici che avevano già liberato altri campi, dove la frettolosa fuga dei nazisti aveva lasciato evidenti tracce, non occultate, dei loro crimini, intuivano che cosa avrebbero trovato. E lo trovarono. Figure macilente di malati e moribondi, superstiti incapaci perfino di proferire parola: quel poco che restava di donne, uomini, bambini, giovani e vecchi. Un’umanità dolente, fatta di pelle e ossa, schermita e umiliata, ridotta a pietre cibo e compassione. Liberazione del campo di Auschwitz

Dall’inferno di Auschwitz sono emerse alcune tra le figure più fulgide del Novecento per la loro testimonianza di fede, di impegno civile, di dirittura morale, come quella del frate san Massimilano Kolbe, che sacrificò la propria vita per salvare quella di un altro prigioniero; di Anna Frank, autrice del celebre Diario, che fu internata ad Auschwitz prima di finire i suoi giorni nel campo di concentramento di Belge-Belsen; di Etty Hillesum, anch’essa autrice di un Diario scritto in Olanda prima di essere catturata e deportata; di Edth Stein ovvero santa Teresa Benedetta della Croce, compatrona d’Europa, uccisa nelle camere a gas nel 1942. È al prezzo del loro sacrificio, e di quello di milioni di altre persone, come pure della coraggiosa testimonianza di chi ha maturato la lucida determinazione di continuare a vivere, seppur perseguitato dagli incubi di quell’inferno senza fine, che la civiltà ha potuto riannodare i fili della storia risalendo la china di quell’abisso.

Con il termine Shoah venne ufficialmente indicato lo sterminio degli ebrei operato dai nazisti. Questo vocabolo venne usato per la prima volta nel 1938 nella Palestina sottoposta al mandato britannico durante una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”.

Nella parola Shoah, voce biblica che significa “catastrofe, disastro”, è implicito che quanto è accaduto non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che richiama il termine olocausto, spesso usato, che rinvia a un’idea di sacrificio di espiazione. La Shoah è piuttosto un genocidio, ovvero un’azione criminale che, attraverso un complesso e preordinato insieme di azioni, è finalizzata alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. Ben sei milioni di ebrei (secondo fonti tedesche), giovani, vecchi, neonati e adulti, furono uccisi dalla violenza nazista. La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi:

1. la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei;
2. la loro espulsione dai territori della Germania;
3. la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich, dove gli ebrei furono costretti a vivere separati dalla società e in precarie condizioni sanitarie ed economiche;
4. i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento;
5. la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati.

 

Fra il 1939 e il 1945 circa 6 milioni di Ebrei vennero sistematicamente uccisi dai nazisti del Terzo Reich con l’obiettivo di creare un mondo più ‘puro’ e ‘pulito’  Alla base dello sterminio vi fu un’ideologia razzista e specificamente antisemita che affondava le sue radici nel 19° sec. e che i nazisti, a partire dal libro Mein Kampf («La mia battaglia») di Adolf Hitler (1925), posero a fondamento del progetto di edificare un mondo ‘purificato’ da tutto ciò che non fosse ‘ariano’. Alla ‘soluzione finale’ (così i nazisti chiamarono l’operazione di sterminio) si arrivò attraverso un processo di progressiva emarginazione degli Ebrei dalla società tedesca. Le leggi di Norimberga del 1935 legittimarono il boicottaggio economico e l’esclusione sociale dei cittadini ebrei; dal 1938, e in particolare dalla cosiddetta ‘notte dei cristalli’ (8-9 novembre 1938, quando in tutta la Germania le sinagoghe furono date alle fiamme e i negozi ebraici devastati) in poi, il processo di segregazione e repressione subì un’accelerazione che sfociò nella decisione, presa dai vertici nazisti nella Conferenza di Wannsee (gennaio 1942), di porre fine alla questione ebraica attraverso lo sterminio sistematico. Lo sterminio partì dalla Germania, ma si espanse via via con le conquiste del Terzo Reich, colpendo gli Ebrei dei paesi occupati, vale a dire di quasi tutta Europa. Essi furono in una prima fase ‘ghettizzati’, cioè forzosamente concentrati in appositi quartieri delle città (il principale ghetto europeo, per estensione e numero di abitanti, fu quello di Varsavia), e in seguito deportati nei campi di concentramento e di sterminio, costruiti soprattutto in Europa orientale.

Ad Auschwitz, Treblinka, Dachau, Bergen Belsen, Mauthausen (ma furono decine e decine i campi disseminati in Europa, tasselli di un sistema pianificato nei minimi dettagli) giungevano ogni giorno convogli carichi di persone. Dopo la selezione iniziale, che ‘salvava’ temporaneamente coloro che erano in grado di lavorare, una parte veniva inviata direttamente verso la meta cui tutti i deportati erano infine destinati: la camera a gas. I campi di sterminio erano anche luoghi di torture, di esperimenti pseudoscientifici su cavie umane (come quelli effettuati sui gemelli di Josef Mengele), di lavori sfiancanti e selezioni quotidiane: di tali atrocità è rimasta testimonianza nelle memorie di coloro che riuscirono a sopravvivere. Vittime dello sterminio, oltre agli Ebrei, furono anche zingari, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici.

I prigionieri, al loro arrivo, erano obbligati a indossare dei triangoli colorati sugli abiti, che qualificavano visivamente il tipo di «offesa» per la quale erano stati internati. I più comunemente usati erano: Giallo: ebrei (due triangoli sovrapposti a formare una stella di David, talvolta con la parola Jude, “giudeo”, scritta sopra), Rosso: oppositori politici, Rosso con al centro la lettera S: repubblicani spagnoli, Verde: criminali comuni, Viola: testimoni di Geova, Blu: emigrati, ossia gli oppositori fuoriusciti, Marrone: zingari, Nero: i cosiddetti “asociali”, ossia lesbiche, prostitute, malati di mente, eccetera, Rosa: uomini omosessuali, o ritenuti tali.

 

Meccanismo del genocidio

Lo storico Raul Hilberg ha descritto dettagliatamente il meccanismo dello sterminio evidenziandone il carattere di gigantesco complesso amministrativo gestito in cooperazione attiva ed efficace dai quattro centri di potere della Germania nazista: la burocrazia ministeriale, la Wehrmacht, l’amministrazione economica e l’apparato del Partito nazista. Secondo Hilberg ognuno di queste quattro strutture burocratiche eseguì compiti fondamentali in tutte le fasi del processo di distruzione. I funzionari civili definirono il concetto legale di “ebreo”, organizzarono espropriazione e concentramento, negoziarono con gli stati esteri, organizzarono il trasporto ferroviario delle vittime, diressero le varie polizie. La Wehrmacht controllava i territori occupati, collaborò al concentramento e all’annientamento in modo attivo, prese parte alle misure di deportazione. L’amministrazione economica ebbe un ruolo centrale nelle espropriazioni, nel lavoro schiavistico e nelle procedure tecniche dei campi di sterminio; infine il Partito nazista spinse per una continua radicalizzazione, e, con l’apparato delle SS, in collegamento con le polizie civili, gestì concretamente le operazioni di annientamento.

Hilberg inoltre evidenzia le rispettive caratteristiche amministrative delle quattro strutture burocratiche che concorsero a caratterizzare il processo di distruzione degli ebrei d’Europa: i burocrati ministeriali introdussero nel meccanismo la loro precisione, diligenza e capacità organizzativa; i militari infusero disciplina, meticolosità e imperturbabilità militare; l’apparato economico concorse con la sua accurata contabilità, la sua ricerca dell’economicità e con lo sviluppo delle tecniche “industriali” delle “fabbriche della morte”. Il Partito e le SS immisero nella macchina del genocidio la loro carica ideologica, la loro aberrante convinzione millenaristica e la loro impronta di fanatismo.

Le eliminazioni di massa venivano condotte in modo sistematico: venivano fatte liste dettagliate di vittime presenti, future e potenziali, così come sono state trovate le meticolose registrazioni delle esecuzioni. Oltre a ciò, uno sforzo considerevole fu speso per trovare metodi sempre più efficienti per uccidere persone in massa, passando dalle fucilazioni, all’avvelenamento con monossido di carbonio dei campi di sterminio di Bełżec, Sobibór e Treblinka, all’uso dello Zyklon-B di Majdanek e Auschwitz; speciali autocarri con dispositivi di immissione di gas (gaswagen) che utilizzavano monossido di carbonio vennero usati nel campo di sterminio di Chelmno.

Adolf Hitler scrisse nel suo testamento finale prima di suicidarsi il 30 aprile 1945 che i “criminali ebrei” avevano “espiato” il loro “errore” in “modo umano”; l’assurdo concetto di “umanità” accoppiato al processo di distruzione di milioni di ebrei d’Europa si riferiva alle procedure adottate, non per alleviare le vittime ma per rendere più agevoli i compiti degli esecutori. In effetti vennero dispiegati notevoli sforzi da parte dell’apparato di distruzione per evitare eccessi di brutalità ed esplosioni di violenza incontrollata, per alleviare il carico psicologico sul personale addetto allo sterminio. Fungevano anche a questo scopo l’adozione di metodi “scientifici” come gli autocarri e le camere a gas, l’impiego di ausiliari ucraini e baltici per gli incarichi più crudeli, l’utilizzo degli stessi ebrei per l’attività più macabre nei campi di sterminio come il prelevamento, il sotterramento e l’incenerimento dei cadaveri.

questa è una mia poesia scritta mentre il gelo delle mani rifiutava altre parole

arbeit macht frei

raccontami gli uomini delle stelle
e delle feritoie di ferro,
dei corpi rapati a memoria di Dio,
dell’impasto di lacrime e minzioni
che splendeva per un sole svanito

dimmi di quella paura chiamata doccia
dove anche l’acqua era senza foce
o del fumo di forno
quando la carne univa altra carne

di quelle mani al cielo
senza più aria addosso,
del freddo d’anima che latrava
aprendo le anche all’inferno

raccontami di quando gli ordini
erano accenti di un’altra razza,
della superficie a misura di treno
mentre la neve si vergognava del sangue

e dimmi di quel parto senza vanto
ora che nessuna parola potrà marcare di ricordo

/arbeit macht frei dichiarava l’ultima meta
il silenzio invece rende morti
e possiede il tempo stremato di un grido

In Italia il regime fascista aveva emanato nel 1938 le leggi razziali che, tra l’altro, escludevano gli Ebrei dalle scuole, da molte professioni, dalla vita sociale. La deportazione e lo sterminio iniziarono dopo il settembre 1943 quando, in seguito al crollo del regime fascista e all’armistizio, i Tedeschi occuparono l’Italia settentrionale. Le autorità della Repubblica sociale italiana collaborarono alla deportazione.

Uno dei primi episodi fu il rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, nel corso del quale furono catturate oltre 1000 persone. Il campo di Fossoli, in provincia di Modena, divenne il luogo di transito verso i campi dell’Europa orientale, in cui trovarono la morte circa 8000 Ebrei italiani. L’unico campo di sterminio realizzato dai nazisti in Italia fu la Risiera di San Sabba che si trova alla periferia di Trieste. Oggi museo della memoria, la Risiera tra l’inverno del 1943 e il marzo del 1944 è stata luogo di eliminazione fisica e campo di transito. Qui hanno trovato la morte tra le 4 e le 5 mila persone, per lo più oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati. Per gli ebrei triestini e italiani la Risiera è stata invece quasi sempre una sistemazione temporanea, in attesa della deportazione finale ad Auschwitz o in altri lager.

La Risiera di San Sabba è un grande complesso di edifici del 1913 adibito alla pilatura del riso e poi a caserma, è dapprima utilizzata dall’occupante nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e quindi strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. A gestirla sono chiamati militari e ufficiali già sperimentati nelle atrocità dello sterminio ebraico in Polonia.

 
Il forno crematorio viene messo in funzione nel cortile interno, al posto dell’essiccatoio preesistente utilizzato finora allora, il 4 aprile 1944. Le uccisioni, per fucilazione, gassazione all’interno di un grosso automezzo di trasporto pesante, colpo di mazza ferrata alla nuca dei prigionieri, avvenivano di sera, dopo il coprifuoco imposto al popoloso rione di Servola. Le operazioni di cremazione si concludevano al mattino presto col trasbordo della cenere, raccolta in grossi sacchi, su un automezzo col quale veniva portata fino ad un punto isolato del porto di Trieste, caricata su motobarcone e quindi abbandonata al largo del golfo. La Risiera rimane attiva per oltre quindici mesi. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 i nazisti in fuga fanno saltare con la dinamite il forno crematorio, così da cancellare le prove dei loro crimini.

A contrassegnare quest’area nel cortile centrale è ora un basamento metallico che collega il forno all’edificio usato per le eliminazioni. E a commemorare quanti qui hanno trovato la morte, sull’impronta della ciminiera sorge una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.


Oggi nel complesso della Risiera di San Sabba, cui si accede da un lungo e angoscioso corridoio di cemento, si possono visitare le strutture destinate ai prigionieri, le terribili celle d’isolamento, dove le pareti recano i messaggi e i graffiti dei detenuti, le celle di tortura e la cosiddetta cella della morte.

La storia e la realtà di quegli anni sono ripercorse da un’esposizione che propone documenti, oggetti personali dei prigionieri. Tra questi, alcuni di quelli razziati agli ebrei triestini dai nazisti, donati dalla Comunità ebraica di Trieste nel 2000 dopo il ritrovamento in un sotterraneo del Ministero del Tesoro delle bisacce di iuta che li contenevano. La Risiera, proclamata monumento nazionale della memoria nel 1965, con un decreto del presidente Giuseppe Saragat, è stata inaugurata nella sua attuale veste il 24 aprile 1975 come Civico museo ed è sede ogni anno di commemorazioni (in particolare le celebrazioni del Giorno della Memoria ed della Liberazione), ospita anche spettacoli, concerti, conferenze e convegni di studio.

Ho visitato la Risiera in un paio di occasioni e devo dire che ne sono uscito “soffocato” : su quei muri erano ancora presenti la disperazione, il dolore, la violenza. E’ stata un’esperienza di vero strazio visivo ed emozionale, immaginare tutte quelle piccole celle stracolme di esseri umani mi ha sconvolto. Ma ho sentito il bisogno impellente di “toccare” quelle storie sfiorando le porte, le corde e i tavolacci che fungevano da letti e mi sono sentito colpevole. Non ho potuto fare altro che lasciare qualche lacrima per chiedere perdono come uomo.

I sopravvissuti



“Immagina che cosa vuol dire vivere in un campo dove si bruciavano 10 mila persone al giorno, col fetore di carne umana che ti perseguita giorno e notte. Immagina i prigionieri di Auschwitz, di Treblinka, di Mauthausen, uomini e donne che hanno assistito impotenti alla morte dei loro genitori, delle loro mogli, dei loro figli, dei loro parenti. Mi dirai: ma come si esce da quell’inferno? In quali condizioni? Semplice. Un uomo che è stato nel Lager non esce più dal campo. Un uomo è sempre là”. Nedo FIANO, deportato e sopravvissuto ad Auschwitz con il numero A5405


“Chi è stato torturato rimane torturato […] Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”. Jean AMÉRY, il filosofo austriaco deportato ad Auschwitz perché ebreo


“Quando quell’angoscia ricompare ci si ritrova al centro di un vortice di nulla, di una nebulosa di vuoto, grigia e torbida. Sotto la splendente superficie della vita quotidiana, questa certezza a portata di mano: niente è vero all’infuori del campo, il resto non è stato altro che un sogno. Di vero c’è soltanto il fumo del crematorio, la fame, gli appelli sotto la neve,le bastonate, la morte, il fetore fraterno delle latrine del campo”. Jorge SEMPRUN, deportato a Buchenwald, dal volume “La scrittura o la vita”


“Allora vidi i morti. Erano fagotti fatti di lenzuola. Da alcuni sporgevano gambe e braccia. Certi corpi erano nudi. Altri avevano ancora i calzoni. Giacevano lì, gettati disordinatamente uno sopra l’altro, per verso e per traverso. Uno stava rovesciato all’indietro in cima la mucchio, la testa gli penzolava giù. Aveva grandi occhi scuri e braccia penzoloni, molto magro. Un altro giaceva con la testa posata su un braccio teso. L’altro braccio non c’era. Sparsi intorno c’erano anche pezzi staccati, braccia, gambe. Cercai di scoprire qual era mio padre. Piegai la testa in tutte le possibili direzioni, di lato, mi misi a testa in giù per poter guardare tutti quei volti che stavano sbiechi o rovesciati. Ma erano tutti terribilmente uguali. E c’era anche troppa poca luce. Proprio davanti a me c’era, in cima al mucchio, un fagotto di lenzuola. Dalla forma si vedeva benissimo che c’era dentro un corpo. Che fosse mio padre? Vicinissimo, davanti a me c’era un corpo sul pavimento, nudo, voltato a pancia in giù. La testa era voltata di lato. Che fosse quello mio padre? La testa rasata l’avevano tutti. No, mio padre non c’era. Doveva essere ancora nella baracca dell’infermeria. E poi lo avrebbero sepolto”. Jona OBERSKI, dal libro autobiografico “Anni d’infanzia”


“Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.” Primo LEVI

“Nel mio ricordo, a differenza che per Andra, Auschwitz è soprattutto il camino. Non so quando, ma a un certo punto sapevo di essere in quel posto chiamato Auschwitz e per me quel nome si legava alla ciminiera. Qualcuno, non ricordo chi, dovette dirmi qualche cosa. Sta di fatto che io sapevo che lì dentro si inceneriva la gente. Uscivano anche fiamme, non solo fumo grigio. Vampate di fiamme, da cui pioveva come una nebbiolina grigia che si posava dappertutto. E si sentiva sempre quell’odore, io non capivo che cosa fosse. Dopo ho saputo che era carne bruciata”. Tatiana BUCCI, dal volume di Titti Marrone “Meglio non sapere”


“Un’altra volta all’appello le tennero in piedi tutta una mattina perché mancavano due prigioniere e i conti non quadravano. Si trattava di due ebree triestine che erano andate al gabinetto; la madre era molto anziana e la figlia l’aveva accompagnata. Nonostante piovesse a dirotto, fecero mettere tutte in ginocchio con le braccia alzate e così le tennero per delle ore. Finalmente trovarono le due ebree. Le portarono sul piazzale e, davanti a tutte, iniziarono il pestaggio coi calci fino a che la vecchia mori. La figlia fu portata via con lei e certamente finì al camino”.  Mimma PAULESU QUERCIOLI, da “L’erba non cresceva ad Auschwitz”


“Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli. I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso momento. Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli rotolarono… Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora; così leggero, il ragazzo era ancora vivo… Stette là per più di mezz’ora, lottando tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro di me, udii lo stesso di prima domandare: “Dov’è Dio adesso?” E udii una voce dentro di me rispondergli: “Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella forca”. Elie WIESEL, da “La notte”


“Non potevano fare a meno di vedere i vicini ebrei che venivano portati via dagli uomini con le uniformi nere delle SS. I loro figli, quando tornavano a casa da scuola, raccontavano che i loro compagni ebrei erano stati cacciati via. Vedevano le svastiche sulle vetrine infrante dei negozi ebrei saccheggiati. Non potevano ignorare le macerie delle sinagoghe incendiate nella notte del 9 novembre 1938. La gente sapeva quello che stava succedendo, sebbene molti avessero paura e preferissero guardare altrove per non vedere troppo”. Simon WIESENTHAL, cacciatore di nazisti, da “Gli assassini sono tra noi”


Il Giorno della Memoria

Con una legge del 20 luglio 2000, la Repubblica italiana ha istituito il Giorno della Memoria e nel primo articolo riconosce il 27 gennaio come data simbolica per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Primo Levi, il grande scrittore italiano deportato e sopravvissuto al lager di Auschwitz ha scritto che ogni qualvolta si pensa che uno straniero, o un diverso da noi è un Nemico, si pongono le premesse di una catena al cui termine c’è il Lager, il campo di sterminio.

A proposito del genocidio del popolo ebraico, ne “I sommersi e i salvati” Primo Levi ha detto: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

La legge che istituisce il Giorno della Memoria cerca di prendere in carico il ricordo tremendo di quanto è accaduto e la responsabilità preventiva della nostra comunità e di quella europea in generale nei confronti del futuro. Lo scopo indicato dalla legge nell’articolo 2, è proprio quello di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.


  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare da memoriapace-campagna.it, treccani.it, wikipedia.it, albopress.it, triestebraica.it, carnialibera1944.it e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle.
  • tra le tante commemorazioni cinematografiche quella che mi ha colpito maggiormente, per non dire annichilito, è stata quella che rievoca la tragedia della Shoah nel film “Schindler’s List”. Caratteristica saliente del film è quella di essere stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: la prima è la scena iniziale, in cui si vedono due candele spegnersi, così come, simbolicamente, la fiammella di altre due candele riacquista colore verso il termine della storia. La seconda e la terza scena in bianco e nero, dove appare una bambina con un cappotto, solo quest’ultimo colorato di rosso, dapprima durante il rastrellamento del ghetto, poi durante la riesumazione delle vittime. http://www.youtube.com/watch?v=AEePEWGGLOs  . Le ultime immagini del film, a colori e girate nel 1993, mostrano gli anziani ebrei ancora in vita, accompagnati dagli attori che li hanno interpretati, porre delle pietre, secondo l’usanza ebraica, sulla tomba di Oskar Schindler http://www.youtube.com/watch?v=92UaUyJZ6ZE
  • ma anche il film “Il pianista” merita l’evidenza e non solo per la grande prova di Adrien Brody. Si tratta del racconto di quanto vissuto dal pianista ebreo Władysław Szpilman dallo scoppio della seconda guerra mondiale con l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, l’occupazione di Varsavia, la creazione del ghetto, la vita e la sopravvivenza nel ghetto e la sua fuga e sopravvivenza fuori dal ghetto, fino alla liberazione della città da parte dell’Armata Rossa. Le note melodiose e tristemente struggenti del pianista, qui funzionali specialmente ai numerosi cambi di sequenza che curiosamente non si appoggiano alla più classica dissolvenza in nero, costituiscono una sorta di ideale fil rouge, che si dipana fra dolore e memoria, dell’esperienza umana sperimentata dal protagonista. Il pianista sopravvive soprattutto grazie alla forza datagli dalla sua passione per la musica: ideale di sopravvivenza.
     

 

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