Carso 1917.
Ho sempre immaginato questo posto come un luogo di morte e di solitudine, dai racconti di mio nonno paterno ho appreso la crudeltà della guerra e i suoi orrori immancabilmente legati a questo posto che lui chiamava “u carzu”, storpiandone il nome, quasi a stigmatizzarne il significato.
Non parlava spesso della sua vita, era troppo preso a guardare i giorni attraverso il vetro di un bicchiere di vino, quelle volte che si apriva era un vulcano che eruttava tutto il suo fuoco, un fiume di lava che mi toccava profondamente, che mi bruciava la pelle.
Quando raccontava aveva un portamento e un tono da narratore navigato, sembrava di vedere un film e le scene che uscivano direttamente dalla sua bocca si materializzavano nei miei occhi di bambino, stregandomi.
Mi ricordo quei pomeriggi sull’uscio di casa, lui seduto e appoggiato al suo bastone che non lasciava mai, un altro arto che secondo me non gli serviva, era solo un modo come un altro per imporre la sua autorità -così era come io interpretavo quella sua scelta-.
Mi sedevo per terra o dove capitava, erano così pochi i momenti che riuscivo a farlo parlare che mi sarei seduto anche su un cesto di spine.
Erano racconti che mi catapultavano insieme a lui verso altre situazioni, aveva quel suo particolare modo di parlare e di raccontare che anche le cose più crude sembravano meno dolorose e a volte comiche.
Invece erano conditi di astio per il modo autoritario e crudele che l’avevano portato, insieme ad altri, a combattere una guerra che non voleva, in un posto che non conosceva.
Strappato come l’erba dalla sua terra, chiuso in carro di ferro verso una destinazione che non aveva contorni, un luogo mai sentito prima.
Era la chiamata alle armi (una partenza probabile fino a quel giorno, ora la brutale realtà), un appello che voleva dire addio : il suo nome scritto col sangue su quel foglio di carta fatto di lacrime e di polvere da sparo.
L’arrivo al reparto fu segnato dall’inverno e dal suo primo vestito nuovo. Peccato che fosse di un colore uniforme : un colore che avrebbe segnato i giorni a venire. Furono acquartierati presso una cascina, una collocazione dimenticata dagli uomini ma occupata dalle divise, divise che vestivano facce impaurite e corpi ignoti.
Non conosceva nessuno dei suoi commilitoni e non sapeva neanche l’italiano, del resto il suo dialetto gli bastava per vivere, almeno fino ad allora. Ma non era l’unico : tanti i giovani mescolati in un caravanserraglio di idiomi e storie, manovrati come burattini da chi, ignaro di cosa significasse dolore e disperazione, si baloccava con la guerra.
Per il regime e le invettive di gloria e potenza loro rappresentavano il meglio d’Italia. Invece e purtroppo erano soltanto figure di cartone ammorbate da pioggia e sangue.
Il suo ingresso in quel capannone fece subito scalpore, un omone dalla faccia truce e rigata dal sole : un contadino, si capiva dalle mani nodose e grosse come pale abituate a maneggiare altro; nemmeno salutò, non per maleducazione, ma per quel suo modo di essere schivo e di poche parole. Lo sguardo fermo sugli occhi della moglie e i pensieri appesi come i rami dell’albero vicino casa – un grande amico quell’albero, un fratello sempre pronto a scambiare qualche frutto con un po’ d’acqua e qualche cura -.
Si riprese solamente quando qualcuno gli urlò di non stare impalato e di muoversi perché la guerra non aspettava. Già come fosse soltanto un treno da cavalcare per qualche viaggio, peccato che quel viaggio avrebbe potuto essere di quelli senza ritorno.
Si sedette in angolo cercando di capire -come un animale che annusa l’aria- cosa fosse quel luogo e, soprattutto, chi fossero quelle persone. Cercò di reagire all’inquietudine, ormai non poteva fare nulla, tanto valeva abituarsi subito a quella nuova condizione.
Come suo solito prese di petto quella nuova vita, non aveva niente da perdere, vivere di paura non sarebbe servito a riportarlo a casa.
Il suo carattere e la sua imponenza lo designarono da subito come colui che avrebbe rotto tante uova nel paniere.
Incominciò presto.
Gli assegnarono un posto dove dormire e poche altre cose, gli furono impartiti ordini sbraitati in modo arrogante e brutale, ordini che nemmeno capiva.
Fu così che un capitano conobbe i suoi pugni.
Non aveva mai potuto sopportare le persone che urlavano. Per lui in quel momento non esistevano divise o gradi, se avessero voluto ordinargli qualcosa avrebbero potuto farlo tranquillamente, senza grida e possibilmente in calabrese.
Le parole che uscirono dalla bocca del superiore gli sembrarono un insulto e lui agli insulti reagiva nel solo modo che conosceva : ricacciarli in gola a colpi di pugni.
Cominciò così la sua avventura.
Un mese agli arresti.
E gli andò bene avrebbe potuto essere corte marziale e quindi galera per anni o forse peggio, ma in quel momento serviva carne da mandare al fronte non da nutrire in qualche cella.
Appena libero fu mandato immediatamente al fronte, dove conobbe la guerra e la morte, ma non la paura. Non aveva mai avuto paura di nulla e neanche infossato nelle trincee cedette.
Aveva la capacità di donarsi anima e corpo a qualunque impegno venisse chiamato e sebbene quello non fosse un compito piacevole né voluto, ci si dedicò con tutto se stesso.
il suo battesimo del fuoco fu un giorno, che a parer suo, avrebbe dovuto essere scritto nei libri di storia.
Ma fu anche una porta aperta sul baratro del nulla, scaraventato in una trincea maleodorante e colma all’inverosimile; lui che soffriva i luoghi chiusi, era nato e vissuto all’aria aperta con quattro mura di cielo e mare, non resistette a lungo in quel mare di fango e al primo assalto si catapultò, primo fra tanti, verso il nemico.
Sarà stata la fortuna o la sua pazzia, ma arrivò in faccia al nemico come un macigno che rotola dalla vetta, trascinò a terra tutto quello che gli girava intorno, preso da una furia cieca : rabbia e voglia di finire presto quello sporco lavoro e tornarsene a casa.
Una reazione in qualche modo tipica del suo essere, quando c’era da menare le mani era sempre il primo, fin da ragazzo non aveva mai avuto il minimo dubbio : per vivere veramente non serviva piegare la testa ma reagire e guardare in faccia la vita. Anche lì si sarebbe comportato come al solito, nessun dubbio su cosa fare.
Era cosi, senza mezzi termini : bianco o nero, niente ripensamenti, né scrupoli.
Non ebbe nemmeno il tempo di capire quello che stava succedendo quando tre soldati nemici catturarono un uomo del suo reggimento. Come una lepre scattò su e in un attimo li raggiunse e facendo quello sapeva fare come pochi, li stese uno ad uno a suon di pugni, liberando quel suo compagno ferito.
Lo caricò sulle spalle e cominciò a correre verso le file amiche saltando insieme al suo carico in quel fosso che per il momento non era quello dell’addio.
Un carico che si rivelò essere il capitano che qualche giorno prima aveva preso a pugni.
Per quel gesto gli fu concessa – come riconoscimento – una piccola croce di ferro e due settimane di licenza.
In quel momento di quella croce avrebbe fatto a meno (non dopo, quando in là con gli anni la trattò come una reliquia), ma della licenza si che ne aveva bisogno.
Tornò immediatamente a casa dalla moglie, riabbracciando quella giovane donna che per tutta la vita curò come un fiore. Un fiore delicato nelle mani di un uomo che cadenzava anche la luce e l’acqua, un amore che segnò tutta un’esistenza. Si conobbero ragazzi e si sposarono subito dopo, separandosi per quel dovere di patria che nessuno voleva adempiere. E quando venne il giorno del suo arruolamento si salutarono in silenzio senza una parola. Un silenzio che però racchiudeva mille parole : sapevano che questa vita sarebbe proseguita nell’altra.
Ma ora era a casa, nulla avrebbe rotto quell’incantesimo.
Però due settimane passano subito… se si contano i giorni!
Dopo circa un mese due carabinieri lo prelevarono da casa per rispedirlo al fronte.
Aveva semplicemente smesso di contare. Forse si era dimenticato di farlo o forse perché non sapeva contare, ma lo fece per altre cinque volte.
Era fatto così, fino all’ultimo giorno della sua vita non seppe mai “contare” il passato.

Se il nonno materno mi lasciò in “pegno” un ritorno (per motivi legati al mio lavoro) in quei luoghi dove fu costretto a vivere per qualche anno – dopo la sua fuga da un campo di concentramento si ritrovò in Trentino e solo dopo molto tempo riuscì a tornare a casa -, quest’altro nonno, anche lui di nome Rosario (evidentemente non potevo chiamarmi diversamente), invece mi “preparò” la strada verso quel Carso dove tuttora vivo.

A pensarci bene la mia vita sembra essere stata “programmata” da questi due grandi uomini.

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