il brigantaggio

“Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell’unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell’abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori.” Francesco Saverio Nitti

Col termine brigantaggio si definisce una forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, mentre in altre circostanze esso assume risvolti insurrezionalisti su sfondo politico e sociale.

Secondo il prof. Alessandro Barbero: “Il brigantaggio è stato al tempo stesso un fenomeno criminale, una rivolta contadina, repressa dall’esercito italiano con una violenza inimmaginabile e una guerra civile. Se cerchiamo di semplificarlo, riducendo tutto a una sola dimensione, non capiamo nulla di questo fenomeno del quale, per decenni, non si è mai più parlato

Sebbene il fenomeno abbia origini remote e riguardi periodi storici e territori diversi, nella storiografia italiana il brigantaggio, inteso come rivolta antisabauda, interessò quasi esclusivamente i territori meridionali continentali ex borbonici, mentre in pratica non si verificò nei territori di tutti gli altri stati preunitari annessi dal Regno di Sardegna per formare l’Italia unita durante il Risorgimento. Tale diversità di avvenimenti e comportamenti indica la profonda differenza, già esistente nel 1861, tra il Nord-Centro ed il Sud della penisola, divario che sarà meglio noto con il nome di Questione meridionale. Gli eventi del 1860-61 vennero accolti dalla popolazione come un ennesimo episodio di sopraffazione e di assoggettamento: il governo piemontese appariva, in definitiva, un altro usurpatore. All’indomani dell’unità d’Italia, il nuovo Stato italiano vende all’asta le terre e aumenta le tasse e i contadini si ritrovano di nuovo a lavorare la terra per conto di aristocratici e latifondisti. Una parte del popolo meridionale si sente tradito e risponde con la lotta armata contro i nuovi governanti.

Già durante la spedizione dei mille e dopo il raggiungimento dell’unità d’Italia, diverse fasce della popolazione meridionale cominciarono a manifestare un crescente malcontento verso il processo di unificazione. Ciò era anzitutto generato da un improvviso peggioramento delle condizioni economiche dei braccianti della provincia meridionale, che si ritrovarono a dover fronteggiare un nuovo regime fiscale per loro insostenibile. Un altro importante motivo che spinse alla rivolta i contadini fu la privatizzazione delle terre demaniali a vantaggio dei vecchi e nuovi proprietari terrieri. A tutto ciò si aggiunse l’istituzione del servizio militare obbligatorio di massa (tramite coscrizione) – che precedentemente col governo borbonico era obbligatorio, ma soggetto a sorteggio per il suo svolgersi, ed era evitabile col riscatto – e in quel periodo l’organico dell’esercito delle Due Sicilie era in parte costituito da truppe di mercenari svizzeri.

Negli anni precedenti il 1860 il Regno delle due Sicilie, il più vasto tra gli stati italiani, era considerato abbastanza prosperoso dal punto di vista economico data la presenza sul suo territorio di industrie operanti in svariati settori, agricolo, cantieristico, navale, siderurgico, tessile, dell’industria cartaria, estrattiva, conciaria, e altre di minore importanza. Malgrado ciò parte degli abitanti di alcune provincie e più in particolare di quelle a connotazione prevalentemente agricola, si trovarono a vivere in condizioni particolarmente disagiate. Le problematiche economiche e sociali, accompagnate dalla propaganda svolta dai comitati borbonici e dal clero, dagli errori commessi dal governo italiano, dalla durezza con cui furono represse le reazioni che si verificarono in talune provincie, crearono i presupposti per scatenare la reazione di masse di diseredati che alimentarono le file della guerriglia e del brigantaggio nelle sue varie sfaccettature.

I briganti del periodo erano principalmente persone di umile estrazione sociale, ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie ed ex appartenenti all’esercito meridionale, e vi erano anche banditi comuni, oltre che briganti già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico. La loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli.

Il brigantaggio, secondo alcuni, fu la prima guerra civile dell’Italia contemporanea e fu soffocato con metodi brutali, tanto da scatenare polemiche persino da parte di esponenti liberali e politici di alcuni stati europei. Se in un primo momento la rivolta era solo portata avanti da nostalgici dei Borboni, dopo, anche per gli effetti di una distribuzione della ricchezza favorevole al clero e alle classi abbienti si aggiunsero i contadini che, relegati in una situazione di assoluta povertà, si ribellarono e si ritirarono sui monti a formare squadre di briganti.

BRIGANTI FAMOSI

Carmine Crocco

Carmine Crocco, detto Donatello o Donatelli (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un brigante italiano, tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune dell’Irpinia e della Capitanata. Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di duemila uomini, e la consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione legittimista borbonica e infine per sé stesso, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi. Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un’intelligenza non comune, fu uno dei più temuti e ricercati fuorilegge del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come “Generale dei Briganti”,”Generalissimo”, “Napoleone dei Briganti”Arrestato nel 1864 dalla gendarmeria dello stato pontificio, ove aveva tentato di trovar riparo, venne processato nel 1870 da un tribunale italiano. Fu condannato a morte e poi all’ergastolo nel carcere di Portoferraio.

Cosimo Giordano

Cosimo Giordano (Cerreto Sannita, 15 ottobre 1839 – Isola di Favignana, 14 novembre 1888) è stato un brigante italiano. La sua figura è connessa alla strage di quaranta soldati piemontesi e quattro carabinieri a Pontelandolfo e Casalduni, che ebbe come conseguenza la violenta rappresaglia ordinata dal generale Enrico Cialdini ai danni delle popolazioni dei due comuni.  A venti anni entrò a far parte del corpo borbonico dei Carabinieri a cavallo grazie anche alla sua costituzione fisica. Durante la battaglia del Volturno venne premiato al grado di capitano da Francesco II delle Due Sicilie per il coraggio e l’impegno dimostrato. Dopo la guerra, a Napoli venne accusato del furto di una valigia che conteneva 800 ducati. Successivamente tornò nel suo paese natale. La sua “avventura” iniziò sui monti del Matese dove assieme ad altri filo borbonici formò una banda per sollevare la popolazione locale contro il nuovo governo. In poco tempo la banda si arricchì di molti uomini e divenne una delle protagoniste del brigantaggio postunitario. Tradito dalla donna che amava, alla quale aveva riferito il suo vero nome, venne arrestato a Genova il 25 agosto 1882 e condannato ai lavori forzati a vita.  Morì nel carcere di Favignana il 14 novembre 1888.

Luigi Alonzi

Luigi Alonzi, detto Chiavone (Sora, 19 giugno 1825 – Trisulti, 28 giugno 1862), è stato un brigante italiano, fedele a Francesco II delle Due Sicilie, ma anche estimatore del suo contraltare Giuseppe Garibaldi, che aveva assunto a modello. Operò con azioni di brigantaggio e guerriglia contro le truppe del Regio Esercito nella zona settentrionale di Terra di Lavoro, ed in particolare, nella zona di Sora. Distintosi in battaglia, fu insignito di diversi riconoscimenti dalla monarchia delle Due Sicilie. Nell’inverno del 1861 gli scontri col regio esercito italiano lo misero in difficoltà, e crearono disagi, risentimenti e contestazioni in seno alla banda. Sulle montagne di Sora, dove sempre rientrava per star vicino alla sua Olimpia, prima che potesse reagire Chiavone venne intercettato ed arrestato da una compagnia di “tristanisti”, come spregiativamente venivano chiamati dai “chiavonisti” i simpatizzanti di Tristany, (Rafael Tristany de Barrera, l’ufficiale spagnolo mandato da Francesco II con l’intento di potenziare e riorganizzare la banda decimata e indisciplinata e di addestrarla secondo le regole militari. Un tribunale improvvisato da Tristany lo condannò subito alla pena di morte. La sentenza fu eseguita il 28 giugno 1862 in un bosco vicino all’abbazia di Trisulti.

Michele Caruso

Michele Caruso, detto “Colonnello Caruso” (Torremaggiore, 30 luglio 1837 – Benevento, 22 dicembre 1863), è stato un brigante italiano, tra i più famosi che agirono nelle province di Foggia, Campobasso e Benevento. Il “colonnello” e la sua banda che, ormai contava diverse centinaia di effettivi, operando in un territorio a lui favorevole nelle zone della Capitanata, del Sannio e del Molise, con azioni di guerriglia tipo “mordi e fuggi”, per circa tre anni riuscì a sfuggire e tenere in scacco l’esercito italiano (al comando del generale Emilio Pallavicini), Carabinieri e Guardia Nazionale di vari comuni. Alleandosi di volta in volta con altri capi briganti come Giuseppe Schiavone, Caruso, non disdegnò di affrontare in campo aperto i militari che gli davano la caccia. Questi scontri, con alterne vicende, si concludevano quasi sempre senza prigionieri, con inaudita violenza da una parte e dall’altra. Caruso fu infine acciuffato (forse in seguito ad una soffiata) dalla Guardia Nazionale a Molinara, tradotto a Benevento e processato da un tribunale militare. Fu condannato a morte e fucilato nella città nei pressi di Porta Rufina il 22 dicembre 1863.

Pasquale Domenico Romano

Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano (Gioia del Colle, 24 agosto 1833 – Gioia del Colle, 5 gennaio 1863), è stato un brigante italiano. A soli 17 anni, si arruolò nell’Esercito borbonico dove raggiunse il grado di sergente divenendo “Alfiere” della Prima Compagnia del 5º Reggimento di Fanteria di linea. A seguito dell’Unità d’Italia divenne il comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Ben presto lasciò il comitato volendo passare subito all’azione, formando in poco tempo una squadra composta dalla maggior parte di ex-militari dell’Esercito Borbonico. Ebbe anche contatti con Carmine “Donatello” Crocco e parteciparono, assieme, ad alcuni assalti alle truppe unitarie. Dopo aver subito una dura sconfitta il 4 novembre 1862 presso la masseria Monaci, vicino Noci, il capobrigante divise la sua banda in piccoli gruppi più manovrabili, ispirandosi alla tattica di Crocco. Sergente Romano morì nelle campagne tra Gioia del Colle e Santeramo in Colle durante un sanguinoso scontro a fuoco con la Guardia Nazionale e i Cavalleggeri di Saluzzo il 5 gennaio 1863 e prima di morire chiese di essere ucciso come un soldato ma fu invece ammazzato a sciabolate.

Anche le donne parteciparono attivamente alle rivolte postunitarie.

Michelina Di Cesare
Michelina Di Cesare (Caspoli, 28 ottobre 1841 – Mignano Monte Lungo, 30 agosto 1868) è stata una brigante italiana, nata nell’allora Regno delle Due Sicilie. Nata poverissima ebbe un’infanzia disagiata e si rese protagonista sin da piccola di piccoli furti nel circondario di Caspoli. Nel 1862 conobbe Francesco Guerra, ex soldato borbonico capo di una banda. Michelina ne divenne la donna e in seguito lo raggiunse in clandestinità. Michelina divenne un elemento di spicco della banda e fu riconosciuta come una dei suoi capi. La tattica di combattimento della banda era tipicamente di guerriglia, con azioni effettuate da piccoli gruppi che, concluso l’attacco, si disperdevano alla spicciolata per riunirsi in seguito in punti prestabiliti. La banda di Michelina, talvolta singolarmente, talvolta in unione ad altre note bande locali, operò per parecchi anni, dal 1862 al 1868, e le sue scorrerie non scemarono neppure quando dopo il 1865 in molte altre zone del Sud il brigantaggio era stato fortemente ridimensionato. Sorpresa ed uccisa assieme ad alcuni compagni nel 1868, il suo cadavere denudato fu esposto sulla piazza principale di Mignano

Maria Oliverio
 Maria Oliverio, detta Ciccilla (Casole Bruzio, 30 agosto 1841 – Forte di Fenestrelle ?, 1879 circa), è stata una brigante italiana, facente parte della banda di Pietro Monaco, suo marito, tra il maggio 1862 e il febbraio 1864, operante in Calabria all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II. Con la banda di Pietro Monaco, Ciccilla fu protagonista di molti atti di brigantaggio e venne accusata di innumerevoli reati: sequestri, rapine violente e a mano armata. Il 23 dicembre 1863, la sera prima della vigilia di Natale, dopo un tradizionale cenone, Monaco venne ucciso dal suo braccio destro e in quella occasione la stessa pallottola che colpì Monaco al cuore ferì Maria al polso. Per 47 giorni sfuggì alla caccia spietata della forza pubblica, con la ferita mal medicata al braccio che teneva stretto al collo. Alla fine fu catturata nel febbraio 1864, in una grotta in luogo impervio a strapiombo sul fiume Neto in località Serra del Bosco nel comune di Caccuri (oggi in provincia di Crotone). Processata a Catanzaro dal Tribunale di Guerra della Calabria Ultra fu condannata a morte. Fu l’unica brigantessa italiana alla quale venne data una tale pena, ma il re Vittorio Emanuele II le concesse la grazia commutando la pena di morte in ergastolo (“lavori forzati a vita”) forse scontato presso il Forte di Fenestrelle, dove secondo alcune ipotesi si spense quindici anni dopo.

REPRESSIONE

A metà 1861, il fenomeno del brigantaggio era assunto a  dimensioni così dilaganti che costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nel dicembre del 1861; che aumentato a 105.000 unità, l’anno successivo, fino a raggiungere il numero di 120.000. In cinque anni ci fu una ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che tra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento o passati per le armi 5212 briganti. Fu determinante al riguardo la “Legge Pica” del 15 agosto 1863, quando venne proclamato lo stato d’assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri pagando con la distruzione di interi villaggi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti. Per acquietare la ribellione meridionale, furono necessari massicci rinforzi militari e promulgazioni di norme speciali temporanee (come la legge Pica in vigore dall’agosto 1863 al dicembre 1865 su gran parte dei territori continentali del precedente regno delle Due Sicilie ), dando origine uno scontro che porterà migliaia di morti. La repressione del brigantaggio postunitario fu molto cruenta e fu condotta col pugno di ferro da militari come Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna e Ferdinando Pinelli, che destarono polemiche per i metodi impiegati.
Alla sconfitta di questo brigantaggio contribuì anche il cambiamento di atteggiamento dello stato Pontificio, che dal 1864 non fornì più appoggio ai briganti, arrestando lo stesso Crocco, che cercava rifugio nel suo territorio; non più terra franca per i briganti, il Papato iniziò a sua volta a combatterli, istituendo un apposito reparto di “squadriglierie stipulando nel 1867 un accordo di collaborazione reciproca con le autorità italiane sullo sconfinamento delle truppe all’inseguimento di briganti in fuga; lo stesso anno fu emanato un editto firmato dal Delegato apostolico Luigi Pericoli, per le province di Frosinone e Chieti, che ricalcava le tematiche della legge Pica.

Massimo d’Azeglio, in una lettera al senatore Matteucci scriveva tra l’altro: “A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per ristabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra ciò non basti, sessanta battaglioni…Abbiamo  il suffragio universale? Io nulla so di suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Ci dev’essere per forza qualche errore…. Bisogna cangiare atti o principi…

IL MASSACRO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI

All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, in molte parti dei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie scoppiarono moti di rivolta filoborbonici, spesso capeggiati da cittadini o ex militari del disciolto Esercito delle Due Sicilie. Uno di questi moti ebbe luogo il 7 agosto 1861 quando alcuni briganti della brigata Fra Diavolo, comandati da un ex sergente borbonico, il cerretese Cosimo Giordano, approfittando dell’allontanamento di una truppa delle Guardie Nazionali da Pontelandolfo, occupò il paese, uccidendo i pochi ufficiali rimasti, issandovi la bandiera borbonica e proclamandovi un governo provvisorio. L’11 agosto il luogotenente Cesare Augusto Bracci, incaricato di effettuare una ricognizione, si diresse verso Pontelandolfo alla guida di quaranta soldati e quattro carabinieri. Nei pressi del paese, gli uomini del reparto piemontese furono catturati da un gruppo di briganti e contadini armati che li portarono a Casalduni, dove furono uccisi per ordine del brigante Angelo Pica. Un sergente del reparto sfuggì alla cattura e successiva uccisione e riuscì a raggiungere Benevento, dove informò i suoi superiori dell’accaduto. Costoro chiesero a loro volta un dettagliato rapporto ai capitani locali della Guardia Nazionale Saverio Mazzaccara e Achille Jacobelli. Ottenuti dettagli sull’accaduto, le autorità di Benevento informarono quindi il generale Enrico Cialdini. Racconta Carlo Melegari, a quel tempo ufficiale dei bersaglieri, che il rapporto inviato a Cialdini conteneva una descrizione raccapricciante dell’uccisione dei bersaglieri. Cialdini, consultandosi con altri generali, ordinò l’incendio di Pontelandolfo e Casalduni con la fucilazione di tutti gli abitanti dei due paesi “meno i figli, le donne e gli infermi”

Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra” Cialdini al colonnello Negri

All’alba del 14 agosto i soldati raggiunsero i due paesi. Mentre Casalduni fu trovata quasi disabitata (gran parte degli abitanti riuscì a fuggire dopo aver saputo dell’arrivo delle truppe), a Pontelandolfo i cittadini vennero sorpresi nel sonno. Le chiese furono assaltate, le case furono dapprima saccheggiate per poi essere incendiate con le persone che ancora vi dormivano. In alcuni casi, i bersaglieri attesero che i civili uscissero delle loro abitazioni in fiamme per poter sparare loro non appena fossero stati allo scoperto. Gli uomini furono fucilati mentre le donne (nonostante l’ordine di risparmiarle) furono sottoposte a sevizie o addirittura vennero violentate. Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle sue memorie:

 “Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava.”

Il brigantaggio nell’accezione tipica di fenomeno antisabaudo cessa di esistere nel 1870, quando il generale Pallavicini, comandante di tutte le forze per la repressione del brigantaggio, catturò gli ultimi banditi Pomponio e Crocitto.

ASPETTI MILITARI

Fin dal 1861 la repressione del brigantaggio venne affidata all’esercito che arrivò a schierare circa i due quinti della sua forza militare, andando da un massimo di 116.799 soldati, nell’ottobre 1863, ad un minimo di 92.984 nel settembre 1864; notevole inoltre il dispiegamento della guardia nazionale italiana. Al tempo dell’annessione le forze militari presenti nel mezzogiorno erano esigue: circa 1.500 carabinieri e il VI Corpo d’armata del generale Giovanni Durando con 20.000 militari quasi tutti di presidio a Napoli e nei capoluoghi di provincia, nella campagna e nelle zone montuose vi erano poche centinaia di soldati. Dopo i primi gravi insuccessi iniziò, con maggior insistenza, l’invio di ulteriori truppe a rinforzo, contingenti che il governo era restio a concedere per la minaccia, sempre presente alle frontiere settentrionali, di un possibile attacco austriaco. Le truppe impegnate era costituite da 17 reggimenti di fanteria, 22 battaglioni di bersaglieri, 8 reggimenti di cavalleria, i “quarti” battaglioni di ulteriori reggimenti di fanteria e granatieri, ossia singoli battaglioni di reparti che rimasero nelle loro sedi, e supporti di artiglieria e del genio militare.

Il governo Ricasoli I con decreto istituì il 4 aprile 1861, con sede a Napoli il 6º Gran Comando Militare con a capo il generale Cialdini, a cui rispondevano i comandi divisionali di Napoli, Chieti, Bari, Salerno e Catanzaro organizzati in 16 Comandi provinciali e 38 Comandi distrettuali. La lotta, che si svolse principalmente secondo le tattiche della guerriglia si rivelò difficile e complessa per il regio esercito italiano, le cui truppe spesso si trovavano ad operare in luoghi a loro sconosciuti, la cui topografia era invece ben nota agli avversari. Il sottotenente Temistocle Mariotti, del 55º reggimento di fanteria così descrisse la situazione: “Noi giungevamo colà quasi completamente digiuni di tutto, del clima, della particolare configurazione del terreno, della natura, dell’indole dei costumi, del grado di civiltà abitanti… Quanto a direttive sanitarie, noi mancavamo affatto di norme e precauzioni igieniche anche le più elementari… Di carte geografiche della regione neppure parlarne…“. Nelle sue memorie l’ufficiale racconta la morte di tre militari per insolazione durante il trasferimento a piedi da Manfredonia a Foggia e la perdita di disciplina del reparto che tale marcia comportò, anche a causa dell’equipaggiamento inadeguato: “13 giugno 1862. I soldati erano muniti di equipaggiamento invernale… per combattere i 40º all’ombra“.

Le operazioni contro il brigantaggio furono poi rese difficili dal fatto che, a causa della scarsa spesa pubblica borbonica, nelle province meridionali ben 1321 su 1848 comuni erano allora privi di collegamento stradale (ad esempio, 91 su 124 in Basilicata, 60 su 75 nella provincia di Teramo, 92 su 108 in quella di Catanzaro).

Per quanto la lotta contro il brigantaggio non sia stata considerata una “campagna di guerra” ma un insieme di operazioni di ordine pubblico e di polizia dirette e coordinate dall’autorità militare, il Regio esercito sopportò un costo molto elevato per le perdite che si verificarono nelle unità impegnate nelle operazioni di contrasto. Secondo i dati riportati dalla Commissione di inchiesta, i caduti dell’esercito nel periodo dal 1861 al marzo del 1863 furono di 21 ufficiali e 386 soldati, a cui aggiungere 6 soldati fatti prigionieri e 19 di cui non si ebbe più notizia. Ma l’attendibilità di tali cifre appare dubbia considerato il numero dei militari impegnati nelle operazioni belliche e di contrasto al brigantaggio : distaccati nei presidi del Mezzogiorno a partire dal 1862 furono inviati notevoli rinforzi, raggiungendo l’apice nel 1863 con circa 90.000 uomini; numero che diminuì gradatamente fino a 40.000 effettivi nel 1865.

  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare da wikipedia.it, raistoria.rai.it, cronologia.leonardo.it e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle.
  • tra i tanti film dedicati alle figure dei briganti e alla loro storia, a tratti intrisa di fascino e mistero, segnalo “Li chiamarono… briganti!” di Pasquale Squitieri . È stato definito un film esempio di revisionismo storiografico sul risorgimento, volto a raccontare un’altra versione dei fatti avvenuti poco dopo il Risorgimento, in special modo nel Meridione. Il film fu penalizzato dalla critica e registrò un incasso irrisorio al botteghino dovuto anche all’immediato ritiro dalle sale cinematografiche e tuttora introvabile sia in supporto VHS che DVD. I motivi della sospensione non sono stati resi noti, sebbene i sostenitori parlino di vera e propria censura. Lo scrittore Lorenzo Del Boca ha detto al riguardo che “per ammissione unanime dei commentatori, è stato boicottato in modo che lo vedesse il minor numero di persone possibile”. Adolfo Morganti, direttore della casa editrice Il Cerchio e coordinatore nazionale dell’associazione Identità Europea, sostiene che il film venne ritirato a causa di pressioni da parte dello Stato maggiore dell’Esercito, poiché non avrebbe visto di buon occhio la raffigurazione dei metodi attuati dal Regio Esercito nel Mezzogiorno. Il film è stato criticato da diverse testate giornalistiche per un supposto trattamento agiografico nei confronti di Crocco e una visione troppo sanguinaria di personaggi come Cialdini. Il Dizionario dei film a cura di Morando Morandini lo giudicò “Isterico più che epico. Un’occasione mancata di controinformazione storica.” Stefano Della Casa lo definì “Un film interessante proprio perché fuori dal tempo”. Lo scrittore Nicola Zitara si espresse positivamente, giudicandolo “un racconto epico e appassionante”.
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13 pensieri su “il brigantaggio

  1. Un altro bel pezzo di storia, questa volta italica. Il brigantaggio fu come hai detto ampiamente un fenomeno sociale che secondo taluni sarà la causa fondante dei fenomeni criminali come mafia e camorra.
    In romagna si ebbe un fenomeno analogo che però cessò all’indomani del passaggio dagli stati pontifici al regno sabaudo.
    Complimenti per le ricerche storiche e geografiche.

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