“La dea mi fece il tè, che versò dentro del rum e quanto a sé si bevve il rum senza mischiarci affatto una goccia di tè” (Heinrich Heine-1882)

IL NOME

All’inizio i portoghesi lo chiamarono brandy di canna, ma col tempo prese piede un nome molto più pittoresco: rumbullion, termine gergale che deriva dall’Inghilterra meridionale e significa rissa o gran tumulto. Ben presto, come accade spesso ai nomi troppo lunghi, venne abbreviato in rum. Il termine deriverebbe dall’inglese rumble, “gorgogliare” e boil, “bollire” o dal francese bouillir; secondo altri, più semplicemente, rum potrebbe essere una voce abbreviata, usata dai monaci e derivante da saccharum (Saccharum Officinarum, nome scientifico della canna da zucchero).  Oggi il rum viene indicato come rhum nei paesi di lingua francese e ron in quelli di lingua spagnola.

ORIGINI

Per parlare della storia del rum è necessario parlare della storia della canna da zucchero, da cui viene prodotto. Una storia che affonda le sue radici intorno ai 10 mila anni orsono, quando venne per la prima volta coltivata in Nuova Guinea.

Da alcune testimonianze, già nel 6000 a.C. la coltivazione di Saccharum Officinarum (nome botanico) si estendeva in Indonesia, Filippine ed India.

Dalla canna da zucchero se ne estraeva un liquido mieloso e molto dolce, il quale veniva consumato nelle cerimonie religiose delle tribù locali. Le popolazioni che abitavano queste zone non conoscevano le bevande alcoliche, ne tantomeno il processo di distillazione. Le prime testimonianze di bevande alcoliche prodotte dalla canna da zucchero si trovano intorno al 350 a.c., in India, dove lo zucchero estratto della canna veniva lasciato fermentare, producendo alcune bevande dalla bassa gradazione alcolica chiamate Sidhu e Gaudi, come scriveva Nearco, generale di Alessandro il Grande, “una bevanda che produce miele senza l’ausilio delle api, dal cui succo si ricava anche una bevanda inebriante”.

La pianta della canna da zucchero era inizialmente sconosciuta in Europa, così come lo zucchero, prodotto della cui esistenza si avevano solo poche antiche testimonianze. Furono gli arabi a diffondere lo zucchero, il quale era al tempo stesso una costosissima spezia ed una sostanza medicinale. Cominciarono inizialmente a portare dall’Asia modeste quantità di questo prodotto, e successivamente iniziarono la coltivazione di canna da zucchero nei loro territori del mediterraneo meridionale, e della Spagna. Tramite i commercianti veneziani e genovesi, il cosiddetto “sale arabo” si diffuse rapidamente quale prodotto di lusso destinato a nobili e regnanti, spesso faceva addirittura parte del corredo nuziale delle regine.

Grazie ai loro commerci, gli arabi non introdussero solo lo zucchero in Europa, ma portarono con se anche l’arte della distillazione. Tale tecnica, scoperta inizialmente da egizi e persiani, faceva parte dell’alchimia (da Al-Kemi, l’arte egizia). Gli arabi fecero conoscere agli europei gli alambicchi per la distillazione. Tuttavia ancora non si era riusciti ad ottenere una tecnica di distillazione efficace. Non si riusciva a separare le parti più leggere prodotte dalla fermentazione, le “materie sottili” (in arabo Al-Kohl), per poter così creare bevande ad elevata gradazione alcolica. Solo verso l’anno 1100, grazie alle moderne tecniche di lavorazione del vetro, i monaci riuscirono finalmente ad avere la completa padronanza della distillazione. Finalmente si riusciva ad ottenere alcool puro, e si poteva separare con facilità molte delle essenze leggere prodotte con la fermentazione.

L’acquavite di canna da zucchero, distillata a partire dalla fermentazione del succo di canna, era diffusa in Andalusia, nel sud della Spagna e dal 1483 nelle isole Canarie, unici territori europei dove la canna da zucchero era ampiamente coltivata.

Risultati immagini per isla de rum

Con la scoperta del Nuovo Continente nel 1492 si apre una vasta zona propizia alla coltivazione di questa spezia. Nelle Americhe, dato il clima, le piantagioni crescono a dismisura, richiedendo un crescente fabbisogno di manodopera che viene prelevata in Africa, acquistando schiavi nel nord.

Il Vecchio Mondo è sempre più dedito al consumo di the, caffé e cioccolato, quindi alla costante ricerca di zucchero, che paga con denaro, armi e manufatti tessili. I mercanti di schiavi africani amano le armi, amano i manufatti tessili ed amano il rum (cominciano le prime distillazioni ad opera degli europei sulle isole caraibiche) in cambio dei loro schiavi. I negrieri delle piantagioni americane sono sempre a corto di manodopera, e quindi di schiavi, che pagano con cotone, tabacco, rum e zucchero.

Il triangolo economico che ne deriva arricchisce a dismisura i mercanti europei e allo stesso tempo segna uno degli esodi forzati più grandi della storia dell’uomo, creando nei Caraibi una mescolanza di etnie, costumi e tradizioni che ancora oggi è palpabile nelle strade di ogni isola, di ogni città, di ogni rum!

IL MITO DEI CARAIBI

Bisogna sfatare un mito, che vuole che il rum sia nato come per caso nelle piantagioni di canna caraibiche. Non è del tutto vero. Il rum inteso come distillato della canna da zucchero è nato con l’aguardiente, o acquavite di canna. Nei caraibi si è diffuso un particolare metodo di produzione di questa acquavite, probabilmente introdotto dai monaci benedettini instauratisi a Santo Domingo verso il 1500. Basilius ValentinusTale metodo è quello del monaco e alchimista Basilius Valentinus , che nel 1480 produsse un distillato chiamato Rectificando Verum Medicinam: RVM, codificando i passaggi essenziali del processo produttivo tutt’ora utilizzato per i migliori rum. E’ comunque sicuro che, per quasi due secoli, il distillato di canna da zucchero veniva uffcialmente chiamato Aguardiente in tutti i territori del nuovo mondo. Solo verso la fine del 1600 compaiono i primi documenti contenenti il terminerum. Con l’evoluzione degli alambicchi, verso la metà del 1600, il rum iniziò finalmente a mostrare il suo vero potenziale: ora poteva essere venduto nel vecchio continente. I commercianti europei iniziarono ad importare elevate quantità dirum, prevalentemente in sostituzione del cognac, la cui produzione aveva subito alcuni cali dovuti a cause naturali. Il fascino di questo distillato proveniente da terre lontane conquistò gli europei, i quali tuttavia preferivano miscelarlo a spezie creando i punch al rum. Il calo del prezzo dello zucchero spinse la produzione di rum, che assicurava ormai alti guadagni, fino a farlo diventare una vera e propria merce di scambio con cui pagare commerci e schiavi, e creando il mito che lo lega a pirati e navigatori.

Il rum che conosciamo oggi ha poco a che vedere con il rum antico. Il metodo di produzione è rimasto praticamente invariato nei secoli, si è però affinato, permettendo a questo distillato di esprimersi completamente, e di mostrare i suoi complessi aromi. Verso la metà del 1800 l’industria del rum si modernizza. Vengono creati rum più morbidi e leggeri, affiancati a rum dagli aromi molto dolci e speziati, rum da cocktail e rum da degustare.

IL RUM, MARINAI E LEGGENDE

Il rum era la bevanda quotidiana delle classi meno abbienti, facile da reperire nelle taverne e nelle bettole delle isole rifugio di trafficanti di schiavi, di pirati ed ammutinati provenienti dalle varie marine coloniali. Non a caso il famosissimo e reale ammutinamento della HMS Bounty, reso ancora più leggendario dal film interpretato da Marlon Brando, trova nella mancata distribuzione della dose giornaliera di rum che era a ruolino nella marina imperiale britannica, la goccia, è il caso di dirlo, che fa traboccare il vaso. Con il proliferare dei mercantili sulle rotte economiche nel mare caraibico e con gli attriti di potere venutisi a creare tra le potenze coloniali europee, ben presto le acque al largo del Nuovo Mondo si videro invase da flotte militari nazionali e vascelli pirata. Si narra che i pirati trasportassero con se barili di draque, ovvero rum grezzo mescolato con zucchero di canna e foglie di menta, che rendevano l’equipaggio euforico, incosciente e spavaldo, tanto che la marina militare britannica decise di somministrare questa bevanda anche a bordo delle sue navi. Per contrastare l’attacco di questi indiavolati e per evitare il propagarsi di infezioni a bordo (l’alcool è da sempre un ottimo disinfettante, senza contare che l’acqua tenuta per diversi giorni a bordo con salsedine e caldo ben presto si tramutava in fanghiglia ricca di batteri) l’ammiraglio William Penn, intorno alla metà del VII secolo ordinò di stivare aguardiente a bordo delle navi. Risultati immagini per rum piratiQuesta mossa però si rivelò subito un’arma a doppio taglio, con episodi di insubordinazione ed euforia non degni di una struttura militare, tanto che il suo successore, l’ammiraglio Edward Vernon, nel secolo successivo, ordina la diluizione dell’aguardiente con acqua e zucchero di canna (per addolcirne il sapore). La bevanda che ne nasce eredita il nomignolo del suo inventore (Old Grog) e successivamente, per combattere lo scorbuto e implementare il consumo di vitamina C, questa miscela viene arricchita di lime. Per avere un’idea di quanto questa tradizione entrò a far parte della marineria si pensi che la razione giornaliera di grog a bordo della British Royal Navy venne abolita solo due secoli dopo, più precisamente il 31 luglio del 1970 (Black Tot Day).

Nelle colonie inglesi fu chiamato kill devil (cioè “ammazza diavolo”, per la sua tendenza a causare spiacevoli postumi dopo una sbornia, oppure per le sue accertate virtù anestetiche e medicinali), o anche rumbillion (nel gergo dei bucanieri, violenza e trambusto: col tempo la parola si ridusse alla sillaba iniziale rum, e divenne rhum in francese e ron in spagnolo). Le incursioni e le scorribande dei corsari inglesi e francesi nel Mar dei Caraibi e la loro costante presenza su tutte le rotte navali contribuirono a divulgare la popolarità del rum, diffondendola da un’isola all’altra e trasferendola infine in Europa, dove si iniziò a bere il distillato dapprima nelle taverne dei porti di Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo per poi propagarne il consumo anche nei Paesi confinanti e presso le classi sociali più agiate e raffinate.

Nel corso degli anni si diffusero moltissime leggende sul rum, tra le più celebri quella legata all’ammiraglio Horatio Nelson che morì nel corso della Battaglia di Trafalgar.

I marinai, per conservarne il corpo decisero di adagiarlo all’interno di una cassa di rum. Arrivati in madrepatria, la cassa era vuota perché i marinai l’avevano bucata per berne il contenuto misto al sangue dell’ammiraglio. Da qui deriva l’espressione “sangue di Nelson” in riferimento al rum.

Oppure quella riguardante il pirata Barbanera – il pirata più feroce che si potesse avere la sventura di incontrare nelle acque dei Caraibi, il “pirata cattivo” per eccellenza. I suoi metodi terrorizzavano non solo i naviganti ma il suo stesso equipaggio – che sembra bevesse il rum mischiato con la polvere da sparo.

Nel 1878 , la nave spagnola Providencia naufragò al largo della costa della Florida. Salpata da L’Avana, Cuba, e diretta a Cadice, in Spagna, col suo carico di 20.000 noci di cocco Trinidad e, naturalmente, rum e sigari. La leggenda vuole che l’affondamento sia stato intenzionale con lo scopo di incassare i soldi dell’assicurazione mentre il carico venne consegnato ai pionieri coloni. Essi piantarono le noci di cocco in tutto il territorio, dando quindi vita a Palm Beach, una cittadina della Florida conosciuta in tutto il mondo per le sue palme.

COME NASCE IL RUM

La raccolta

La raccolta della canna da zucchero può avvenire in modo meccanico o manuale. La fase più importante della raccolta è il tempo di stasi della canna. Generalmente per evitare proliferazioni batteriche ed eccessive perdite di grado zuccherino, le canne tagliate dovranno raggiungere lo zuccherificio (o la distilleria) entro le ventiquattro ore. Una volta giunta in fabbrica, la canna viene tagliata in pezzi di circa 20 cm, schiacciata e frantumata per estrarne il succo. Questo, infine, viene poi portato ad ebollizione e ridotto ad uno sciroppo con un grado zuccherino che si attesta intorno al 30%.

A questo punto, vi è la prima grande scelta che divide il rum in due tipologie molto differenti, quello di melassa e quello di vesou (o succo di canna vergine). Nel primo caso nello sciroppo vengono aggiunti cristalli di zucchero e il tutto viene riportato ad ebollizione sotto vuoto. Ripetendo più volte questa operazione, lo zucchero che può essere cristallizzato, presente nello sciroppo, viene estratto e successivamente separato per centrifuga. Il residuo di questo processo è una sostanza di colore bruno, densa ed appiccicosa, nota come melassa.

Fermentazione

La fermentazione è il momento cardine nella produzione del rum. La scelta dei lieviti (selezionati o, più raramente, indigeni) la durata del processo, il controllo delle temperature, sono i fattori che maggiormente influenzeranno il risultato ultimo. E’ in questa fase che si definiscono la concentrazione di esteri, il corpo e l’aroma del rum. Qui si distingue in modo marcato anche la filosofia di distillazione delle varie aziende. In linea di massima però, la maggior parte delle distillerie usa un tempo di fermentazione standardizzato.

Le fermentazioni brevi producono fermentati leggeri da distillare generalmente in alambicchi continui, viceversa, fermentazioni più lunghe producono fermentati più robusti da distillare in alambicchi discontinui.

Distillazione

A questo punto subentrano gli alambicchi. Il principio fisico alla base è semplice: dividere cosa serve da cosa non serve sfruttando le diverse temperature di evaporazione dei vari componenti. La distillazione è un processo tecnologico abbastanza semplice, ma in verità alla base ci vuole tanta esperienza, tanta cura e una enorme sensibilità e dedizione. Decidere cosa scartare e cosa tenere, decidere il tipo di alambicco da usare, il numero di distillazioni, sono tutte scelte che porteranno ad avere un distillato con caratteristiche estremamente differenti. Inoltre, in questa fase, l’abilità più grande è nel riuscire a trasferire nel rum solo i profumi del fermentato desiderati, eliminando quella serie di “cogeneri” che rovinerebbero il bouquet. Esiste una enorme quantità di “variazioni su tema” su cui in questa fase il mastro distilltore può intervenire, per rendere “proprio” il rum.

Invecchiamento

Da non confondere con l’affinamento, è il processo in cui il distillato viene messo a riposare in botti di legno. Anche in questo caso la scelta del tipo di legno, della grandezza della botte e del luogo di invecchiamento è discriminante. Un clima umido e caldo come quello tropicale porterà ad optare per un rapido invecchiamento, mentre un clima freddo come quello scozzese permetterà invecchiamenti più lunghi. Una botte in cui sia stato messo a riposare sherry, conferirà al distillato note differenti di una botte identica che però ha ospitato un bourbon. Il Limousine francese, conferirà sicuramente note di legno diverse da quelle del rovere grosso americano. Lo stesso metodo di costruzione della botte, se ad asce tagliate o spaccate, se di un solo legno o di un collage, se vulcanizzato più o meno, darà note diverse al distillato. Questa fase, al pari della fermentazione, è un passo cruciale ed una scelta da operare con cura per il raggiungimento di un buon risultato.

Una piccola nota… il rum, al pari della grappa e differentemente da whisky e cognac, è un distillato che può essere bevuto anche bianco, senza invecchiamento, dopo un breve periodo di affinamento.

Blending

Il blending è un’operazione affascinante che richiede la maestria di “nasi eccelsi”, in grado di miscelare le varie annate e le varie partite di prodotto al fine di ottenere negli anni un prodotto finale sempre uguale a se stesso. La figura del “master blender” è di sicuro impatto poetico e la sua bravura è l’ago della bilancia su cui si poggia il consenso del mercato dei consumatori. Per fare un rum coerente negli anni, sarebbe impensabile poter utilizzare una “ricetta”, in quanto ogni annata, ogni barile ed ogni fermentazione, possono sviluppare caratteristiche differenti. La bravura del master blender sta’ nel capire il carattere di ogni rum e i suoi profumi, in modo da miscelare nelle giuste dosi varie annate o barili al fine di ottenere un prodotto finale di qualità e costante negli anni. Va da se che questo, unito al fatto che non vi è (a parte in rari casi) una legislazione che regoli l’età in etichetta, significa che il numero riportato sulle bottiglie è un’indicazione di massima che vuol dire tutto e niente a seconda di chi la mette.

TIPI DI RUM E PRODUZIONE OGGI

Diverse sono le varietà di rum. C’è quello bianco, leggero di corpo, usato soprattutto per la miscelazione. Il tipo ambrato differisce dallo scuro per una minore ricchezza di colore e per una struttura non così piena. Il rum speziato viene messo in infusione con spezie o aromi di frutta. I rum invecchiati, infine, riportano in etichetta l’età del distillato più giovane presente nel loro blend, e in alcuni casi recano l’annata precisa di produzione. Dal punto di vista geografico i Caraibi restano l’epicentro classico della produzione di rum nel mondo: in pratica ogni grande isola o arcipelago produce il proprio tipo caratteristico di rum.

Paesi come Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Giamaica, Portorico, Barbados, Guyana, Martinica, Guadalupa, Trinidad, Isole Vergini ecc. sono tradizionalmente e indissolubilmente associati alla storica acquavite dei bucanieri e dei pirati. Molti altri, oltre a quelli citati, sono gli stati produttori di rum, come le Filippine, il Brasile, l’Argentina, il Messico, la Nuova Zelanda, l’Australia e addirittura diversi Paesi dell’Africa: nessuno di loro tuttavia può competere in qualità con le produzioni delle isole caraibiche.

DEGUSTAZIONE

La maturazione del rum, detta anche tempo del rum, è scandita da frequenti degustazioni indispensabili per i maestri di cantina per tenere sotto controllo la maturazione e l’evoluzione del distillato nei barili. Sono assaggi tecnici, che danno informazioni sugli eventuali interventi correttivi necessari per migliorare il rum, per far sì che rispetti gli standard imposti dai disciplinari di produzione. L’ora che viene ritenuta ideale per la degustazione professionale è le dieci del mattino, poiché i sensi sono rilassati, l’attenzione è viva e la luce naturale aiuta a percepire i colori. I bicchieri devono essere allineati e rivolti verso l’alto, mentre le bottiglie devono essere al riparo dalla luce diretta. 

Il rum, ha una gradazione alcolica che si aggira circa attorno al 40% vol. come la maggior parte dei distillati. La volumetria è abbastanza alta e non è l’ideale per il gusto e l’olfatto poiché l’alcool tende a bruciare le papille gustative e la mucosa olfattiva, anestetizzando e rendendo impossibile riconoscere i sentori che arricchiscono l’acquavite. Quando viene degustato, questo viene diluito con acqua pura a pari volume, così da poter cogliere i profumi e i sapori. Assaggiando in purezza però, lasciando che il rum scorra contro le guance e sul palato, si scopre la consistenza, detta anche texture, che solitamente è grassa e burrosa. Si devono seguire delle regole, così da abituare i sensi con cautela e con criterio, ma soprattutto lentamente.

  1. In uno snifter (bicchiere da degustazione a forma di tulipano), oppure in un tumbler basso, si versano 2 cl di rum e si lascia respirare per qualche minuto.
  2. Alzando il bicchiere, si osserva il colore e la densità del liquido. Si confrontano due rum invecchiati, solitamente uno industriale e unagricole e si appoggiano i bicchieri su uno sfondo bianco. Gli agricole tenderanno ad accendersi di color oro, mentre gli industriali avranno un velo grigio che tenderà a smorzare la luce.
  3. Si avvicina il bicchiere al naso, con inspirazioni brevi, così da evitare l’anestesia iniziale che provoca l’alcool, cercando di individuare i primi sentori. Il bicchiere va avvicinato e allontanato più volte, così da permettere alle narici di percepire gli odori, poiché non sempre li percepiscono in sincronia. La testa va piegata un po’ a destra e un po’ a sinistra.
  4. Con una mano si tappa il bicchiere, tenuto stretto nel palmo dell’altra, così da trasmettere il tepore del corpo al distillato.
  5. Si avvicina il bicchiere al naso e si alza la mano appena, inspirando così da percepire i profumi. Viene fatta una piccola pausa, nella quale si scambiano i pareri con gli altri assaggiatori. Una volta aggiunti 2 cl di acqua si continua ad odorare, con calma e a lungo. Tramite il descrittore si prende subito nota delle impressioni, che tendono a succedersi velocemente.
  6. Successivamente si procede all’assaggio, sorseggiando il distillato diluito. Il fatto che questo sia stato diluito preserva le papille e permette loro di cogliere i gusti dolci, salati, acidi e amari, permettendo anche di avvertire con il retro-olfatto iflavour del rum.
  7. Infine si deglutisce, stando attenti alle sfumature che corrono durante la prima espirazione, tramite la via retro-nasale, e alle persistenze e agli aromi che invadono il palato.

Il rum è un prodotto straordinariamente versatile, e si presta benissimo a essere miscelato: chi non ricorda qualcuna delle più celebri ricette (Cuba Libre, Mojito, Daiquiri, Piña Colada) a base del distillato caraibico per eccellenza. Le grandi riserve e i tipi invecchiati, invece, vanno apprezzati come prodotti da meditazione, lisci o magari in accompagnamento a qualche scaglia di cioccolato fondente o a un buon sigaro avana.

IL RUM TRA SUCCESSO E DECLINO

Inevitabilmente la storia del rum segue quella della canna da zucchero che all’inizio del XX secolo, con l’avvento della barbabietola da zucchero, vede definitivamente infranto il predominio tra le spezie sul mercato europeo. Via via l’importazione diventa sempre meno proficua dati i costi eccessivi rispetto alla produzione di zucchero bianco e le rotte commerciali vengono abbandonate. Con esse l’importazione di rum. I giovani inglesi passano al gin, nei the si preferisce lo zucchero bianco, il mondo dei Caraibi viene presto dimenticato.

Si fa strada così in alcune isole l’idea di distillare direttamente l’intero succo di canna fresco senza estrarne lo zucchero (l’odierno agricole). Nascono così dei distillati d’eccellenza nel loro genere che trovano terreno fertile nella nuova America e il rum sembra fare di nuovo capolino sulla scena degli alcoolici, ma di lì a breve la battuta d’arresto sarà inesorabile e pesantissima. Con il proibizionismo degli anni 20 i contrabbandieri (rum runners) trovano ben presto più generosi margini di guadagno nel commercio illegale di distillati più economici quali whisky, gin e brandy.

Questo invece è il rum che ho bevuto io per la fine dell’anno : un rum Solera invecchiato col tipico invecchiamento da cui prende il nome.

IMG_20151217_003007

Il sistema Soleras è un metodo di invecchiamento che diventa famoso nel mondo grazie al suo impiego nella produzione del vino iberico, più precisamente dello Sherry e del Madera. Data la sua enorme semplicità, da un lato, e la sua versatilità, dall’altro, ben presto diventa piuttosto comune anche nell’invecchiamento dei distillati e più precisamente del rum. Potremmo dire, racchiudendo in una sola definizione l’intero processo, che il sistema soleras è contemporaneamente un metodo di invecchiamento e di blending. Il sistema solera è qualcosa di poetico e decisamente particolare, se usato seriamente. Immaginiamo di inserire in tale processo diversi tipi di botti, da quelle carbonizzate a quelle lievemente tostate, dal rovere americano a quello francese, qualche ex sherry, qualche ex bourbon e così via. Il risultato è un prodotto che è la miscela di tutte le caratteristiche organolettiche di ognuna di queste botti, più il carattere di un blending verticale tra rum giovani e rum più invecchiati. Un sistema solera fatto a regola d’arte, con la giusta scelta dei legni, degli invecchiamenti di partenza e del numero di botti, oltre eventualmente alla presenza di una nursery, può essere davvero un prodotto dalle sfumature uniche, senza bisogno di alcuna indicazione di numero in etichetta.

Devo ringraziare un mio caro amico per la splendida serata, che oltre ad essere gestore di un pub eccezionale, con una varietà di birra esagerata, è anche un cultore di distillati. Dovreste vedere la cantina privata, cose da far girare la testa : bottiglie di rum, whisky, cognac assolutamente introvabili. Alcune sono numerate altre hanno ancora la ceralacca con stampigliata sopra la data della messa in commercio (e che date, ragazzi!!!).

  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare da oifb.com, elritual.com, isladerum.com, wikipedia.it e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle.
Annunci