In genere consideriamo il confine soprattutto dal punto di vista del diritto internazionale e della geografia politica: il confine è la linea che separa uno Stato da un altro. Il concetto, però, ha un’origine diversa e soprattutto ha un impiego molto più vasto: abbiamo bisogno di ‘confini’ anche per organizzare il nostro pensiero. Il concetto di confine è uno degli strumenti che impieghiamo per padroneggiare la realtà.

La parola fine viene dal latino (finis) e, come in italiano, indica la conclusione di qualcosa (in latino veniva usata proprio per indicare il confine); ‘con-fine’ vuol dire che quella conclusione è comune, è la stessa per entrambi i terreni. Ognuno dei due terreni, cioè, finisce, ha termine, è limitato, si conclude sulla stessa linea.

Il concetto di confine attraversa tutte le classi sociali, tutti gli stati, chiunque proclami di voler difendere la propria cultura. Ci sono confini fisici e immateriali, confini reali e immaginari, confini politici e geopolitici. Il confine è qualcosa che divide, ma allo stesso tempo unisce. Si può considerare una linea che si traccia tra due entità, territori, culture, pensieri o mentalità. Il confine è un concetto artificiale, ossia in natura non esistono confini certi e determinati. I confini sono una convenzione che, come il linguaggio, servono alla sopravvivenza umana. Se andiamo a cercare qualsiasi origine etimologica ci troveremo sempre a discutere di limite, di frontiere, sbarramenti o divisioni. Il confine è geografico, ma lo stesso viene deciso in base a molte ragioni: politiche, religiose, economiche in primis. Anzi, la questione economica viene sempre confusa volutamente con quella religiosa o storico-politica. Nel concetto di confine è intrinseco quello di limite, come esseri umani abbiamo bisogno di creare dei limiti, di misurare la nostra esistenza. Sia per quanto riguarda il rapporto con gli altri, sia per il rapporto personale con noi stessi. Abbiamo bisogno di sapere che ci sono limiti, anche solo per poterli superare. Il confine rimane dunque un artificio umano, atto a soddisfare un bisogno e una necessità particolare che cambia nel tempo e nello spazio. Si può dire sicuramente che i confini che dobbiamo conservare sono quelli della libertà altrui, dell’altrui proprietà, cultura e lingua.

Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche, in una intervista al Corriere della Sera, sul tema : Nascono sui confini le nuove identità, affermò :

“I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni. I confini sono tracciati per creare differenze, per distinguere un luogo dal resto dello spazio, un periodo dal resto del tempo, una categoria di creature umane dal resto dell’ umanità. Creare delle differenze significa modificare le probabilità: rendere certi eventi più probabili e altri meno, se non addirittura impossibili. I «confini spontanei», costituiti dal rifiuto di una commistione, anziché da cemento e filo spinato, svolgono una doppia funzione: oltre ad avere lo scopo di separare, hanno anche il ruolo/destino di essere delle interfacce, di promuovere quindi incontri, interazioni e scambi, e in definitiva una fusione di orizzonti cognitivi e pratiche quotidiane.  Il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile: dalle situazioni che ci spaventerebbero, ci paralizzerebbero e ci renderebbero incapaci di agire. Più i confini sono visibili e i segni di demarcazione sono chiari, più sono «ordinati» lo spazio e il tempo all’interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia. La cultura, dagli inizi e per tutta la sua lunga storia, ha continuato a seguire lo stesso modello: usa dei segni che trova o costruisce per dividere, distinguere, differenziare, classificare e separare gli oggetti della percezione e della valutazione, e i modi preferiti/raccomandati/imposti di rispondere a quegli oggetti. La cultura consiste da sempre nella gestione delle scelte umane. Le frontiere, materiali o mentali, di calce e mattoni o simboliche, sono a volte dei campi di battaglia, ma sono anche dei workshop creativi dell’arte del vivere insieme, dei terreni in cui vengono gettati e germogliano (consapevolmente o meno) i semi di forme future di umanità. Nella storia nulla è predeterminato; la storia è una traccia lasciata nel tempo da scelte umane molteplici e di diversa origine, quasi mai coordinate. Ogni modello di ordine spaziale divide gli esseri umani in «desiderabili» e «indesiderabili». Ordine vuol dire la cosa giusta al posto giusto e al momento giusto. Sono i confini a determinare quali sono le cose, i luoghi e i momenti giusti.” 
Attraverso la costruzione dei confini il mondo si semplifica, diviene più comprensibile. Se i confini sono visibili e i segni di demarcazione chiari, allora spazio e tempo nell’ambito dei quali ci muoviamo risulteranno più ordinati. In questa prospettiva i confini garantiscono sicurezza, impongono ordine al caos e rendono il mondo comprensibile e vivibile, consentendo a noi tutti di sapere sempre come, dove e quando muoverci. Affinché si possa pervenire a questo risultato, tuttavia, i confini devono essere tracciati concretamente, materialmente, non solo simbolicamente. Il confine materiale rappresenta senza dubbio la realizzazione più semplice, fisica, del margine. Tuttavia, confermare uno spazio, segnarlo, non vuol dire necessariamente chiuderlo, impedirne l’accesso agli altri.

Naturalmente la presenza di un confine è la condizione che trasforma qualcuno in straniero : quando compare all’orizzonte del “nostro” mondo, lo straniero è un essere “incomprensibile”, tant’è che a volte si stenta perfino a riconoscergli la caratteristica stessa di uomo. Tutto in lui “fuoriesce” dalla misura, dai canoni che noi riteniamo essere quelli “giusti”.

 Parlare di confini significa anche parlare di “recinti” mentali, culturali, religiosi, ideologici che raffigurano lo scontro tra due modi opposti di stare nel mondo, di occupare uno spazio. Ma i confini, le frontiere materiali e immateriali e simboliche se in alcuni casi sono dei campi di battaglia, in altri dimostrano di poter essere dei laboratori creativi della capacità del vivere insieme, terreni in cui possono germogliare i semi delle future forme di umanità.

“I confini e le frontiere instaurano e dimostrano un profondo legame con lo spazio. Con il loro delimitare danno forma a territori e paesaggi, ritagliano e segmentano spazi e ambiti di competenza differenti. Non sono però in relazione solo con lo spazio fisico, quello geografico; essi sono strettamente legati anche agli spazi della nostra cultura e della nostra identità. In forme e modi differenti, confini e frontiere hanno entrambi a che vedere con la modificazione del nostro paesaggio reale, trasformando il territorio che fisicamente occupiamo e abitiamo. Allo stesso tempo, influiscono in maniera profonda con i luoghi e gli spazi che segnano e danno forma ai nostri orizzonti mentali, alle nostre identità, più o meno autentiche. I confini muoiono e risorgono, si spostano, si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano l’esperienza, il linguaggio, lo spazio dell’abitare, il corpo con la sua salute e le sue malattie, la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti, la politica con la sua spesso assurda cartografia, l’io con la pluralità dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni, la società con le sue divisioni, l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate, il pensiero con le sue mappe dell’ordine.” (Claudio Magris)


“Proprio perché la via più semplice per la definizione delle identità è quella del riconoscimento per opposizione, i confini, che necessitano solo di un segno trasformabile in un simbolo, diventano non rinunciabili nella costruzione delle identità. Quelle identità che in qualche modo sono riconducibili a territori, siano esse statali, nazionali, di gruppo etnico-culturale, di comunità. Non riusciamo ad immaginare nessuna di queste identità che non si ricolleghi ad una distinzione da altre, sempre in connessione a dimensioni spaziali, su un territorio segnato da un confine.” (Gian Primo Cella)

DIFFERENZA TRA CONFINE E FRONTIERA

Con il termine confine si identifica la linea immaginaria che delimita uno spazio e viene comunemente usato in geografia per identificare la separazione tra territori: ad esempio confine tra i territori di due o più comuni, o stati. Confine identifica anche il limite di una proprietà privata e in senso lato può essere utilizzato per significare anche l’atto di contenere qualcosa o qualcuno all’interno di una determinata area. Ad esempio “confinare una persona in casa”. Per estensione, confine può essere utilizzato per individuare il segnale materiale che visivamente identifica il luogo fisico in cui esso è collocato: ad esempio la linea tracciata su una carta geografica, o la pietra o il muro che delimita un territorio.

Il termine frontiera viene comunemente utilizzato per indicare il territorio a ridosso del confine tra due stati o anche il passaggio (normalmente presidiato dalla polizia detta appunto di frontiera o dalle forze armate) tra essi. Per frontiera si può anche intendere quel luogo (anche figurato), non necessariamente concretamente identificabile in uno spazio preciso, posto ai confini tra il noto e l’ignoto: es. le frontiere della scienza, attività di frontiera, il far west eccetera.

Passando dalla frontiera al limite, attraverso il confine, l’idea della demarcazione si fa via via più astratta, legata all’immaginario. Frontiera è la traiettoria geografica di passaggio fra due spazi connotati differentemente, linea che separa e sancisce una contrapposizione. L’idea di confine comprende la frontiera e la supera dal momento che “i confini vengono tracciati per creare delle differenze: differenze tra un luogo e lo spazio circostante (ad esempio, tra la casa e il “fuori”), […] tra una categoria di individui e il resto dell’umanità (“noi” e “loro”)” (Z. Bauman). Il confine delinea quindi uno schema dell’appartenenza più generale rispetto a quella della frontiera. Il limite è la linea più estrema e contiene in sé, più delle altre, l’idea e la prospettiva del suo superamento; più delle altre, inoltre, permette le rappresentazioni di topografie immaginarie. Le traiettorie della frontiera, del confine e del limite, siano esse reali o immaginarie, geografiche o culturali, individuano una serie di spazi in grado di condizionare la rappresentazione del mondo e dell’uomo.

“La frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei, oltre il giusto e il consentito, verso l’inconoscibile che ne avrebbe scatenato l’invidia. Varcare la frontiera vuol dire uscire da uno spazio familiare, conosciuto, rassicurante, ed entrare in quello dell’incertezza”. (Piero Zanini)

“La frontiera è una necessità, perché senza di essa ovvero senza distinzione non c’è identità, non c’è forma, non c’è individualità e non c’è nemmeno una reale esistenza, perché essa viene risucchiata nell’informe e nell’indistinto. La frontiera costituisce una realtà, dà contorni e lineamenti, costruisce l’individualità, personale e collettiva, esistenziale e culturale”. (Claudio Magris)

TIPICITA’ DI UN CONFINE : LA CITTA’

Nei processi di formazione identitaria e culturale è importante il contatto e il legame con il territorio, ma proprio il rapporto con lo spazio nell’epoca attuale sembra essere entrato in crisi, soprattutto nell’ambito metropolitano: la città appare infatti come uno spazio frammentario, in balia delle paure dei suoi abitanti. La città, nata come luogo sicuro per permettere ai suoi abitanti di vivere a contatto con gli altri sentendosi protetti, è oggi diventata un luogo che suscita soprattutto inquietudine e insicurezza.

All’interno dello spazio urbano è inevitabile (e lo è sempre stato) entrare in contatto con l’altro, soprattutto con chi è estraneo e diverso da noi. Il fatto di vivere a distanza ravvicinata e condividere gli stessi spazi con persone che non conosciamo e ci sembrano tanto diverse, diventa però motivo di ansia, che fa aumentare lo stato di incertezza nel quale già viviamo. Persino la possibilità di interagire e comunicare con le altre persone, presenti sul suolo cittadino, viene percepita come un pericolo e non più come importante occasione di incontro, dialogo e confronto, che sono ingredienti fondamentali, essenziali per la vita comunitaria. Il senso di protezione che le città erano in grado di fornire in passato cede il posto all’insicurezza, alla paura, alla preoccupazione, che spingono gli individui all’isolamento e alla solitudine e si traducono in elementi concreti e visibili nel territorio urbano: recinzioni, muri, guardie e sistemi di controllo servono a conservare la divisione tra il proprio spazio e quello degli altri.

Tutte queste barriere racchiudono spazi isolati, che possono essere o degli spazi protetti o degli spazi interdetti, limitando l’accesso o la fuoriuscita degli individui, creando così una distinzione tra lo spazio interno e lo spazio esterno.

“Ci sono città che si trovano sul confine a altre che hanno i confini dentro di sé e sono costituite da essi. (…) È in queste città che si esperimenta in modo particolarmente intenso la duplicità della frontiera, i suoi aspetti positivi e negativi; i confini aperti e chiusi, rigidi e flessibili, anacronistici e travolti, protettivi e distruttivi.” (Claudio Magris)

IL MURO DI BERLINO : SIMBOLO DI OGNI CONFINE!

Il Muro di Berlino , il cui nome ufficiale era antifaschistischer Schutzwall, Barriera di protezione antifascista, era un sistema di fortificazioni fatto costruire dal governo della Germania Est (Repubblica democratica tedesca, filosovietica) per impedire la libera circolazione delle persone tra Berlino Ovest (Repubblica Federale Tedesca, pro-occidente) e il territorio della Germania Est.

È stato considerato il simbolo della cortina di ferro, linea di confine europea tra la zona d’influenza statunitense e quella sovietica durante la guerra fredda. Il muro, che circondava Berlino Ovest, ha diviso in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale decretò l’apertura delle frontiere con la repubblica federale. Tra Berlino Ovest e Berlino Est la frontiera era fortificata sia militarmente che da due muri paralleli di cemento armato, separati dalla cosiddetta “striscia della morte”, larga alcune decine di metri.

Durante questi anni, in accordo con i dati ufficiali, furono uccise dalla polizia di frontiera della DDR almeno 133 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino Ovest. Alcuni studiosi sostengono che furono più di 200 le persone uccise mentre cercavano di raggiungere Berlino Ovest o catturate e in seguito assassinate. 

Questa è una mia poesia dedicata a loro e in particolare a Peter Fechter (Berlino, 14 gennaio 1944 –Berlino Est, 17 agosto 1962), un muratore di Berlino Est che all’età di 18 anni divenne la ventisettesima delle vittime finora note del Muro di Berlino, tentò di scappare dalla RDT scavalcando il secondo muro di recinzione. Quando le guardie si accorsero di quello che stava accadendo iniziarono a sparare e Fechter fu colpito al bacino mentre si arrampicava davanti a centinaia di testimoni. Cadde all’indietro nella striscia della morte dove rimase in vista dei cittadini occidentali, di molti giornalisti e naturalmente delle guardie di frontiera dell’Est. Nonostante le sue urla non ricevette aiuto medico. Morì dopo circa un’ora di agonia.

c’era il sole a Berlino Est

sulle distanze le gallerie
non possedevano metri
fango e cani s’incontravano spesso
facce e macerie in sottofondo
occupati di freddo e spine

alla frontiera i soldati distribuivano mattoni
piazze vuote e divise in spalla
nei garage il rock and roll
suonava marlboro di contrabbando

il Checkpoint Charlie,
continuo e teso come un fucile,
mirava alle piccole trabant
nelle lamiere tutte uguali
le donne tentavano minigonne
con chilometri d’occidente
e prospettive di jeans

ad un’ora per sentirsi eternità
c’era il sole a Berlino Est :
un lasciapassare confinato di corpi,
il traguardo alle spalle 

www.youtube.com/watch?v=VEWnqS1xdDc

Il 9 novembre è considerata la data della caduta del Muro festeggiata l’anno seguente, il 21 luglio 1990 con il mega concerto di Roger Waters (ex bassista dei Pink Floyd) con l’esecuzione di The Wall dal vivo. Nei giorni e settimane successive molte persone accorsero al muro per abbatterlo e staccarne dei souvenir: queste persone furono chiamate Mauerspechte (in tedesco significa letteralmente “picchi del muro”). Il 18 marzo 1990 furono tenute le prime e uniche libere elezioni della storia della Repubblica Democratica Tedesca; esse produssero un governo il cui principale mandato era quello di negoziare la fine stessa dello Stato che rappresentavano. La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 (questa è la data designata per il “Giorno della riunificazione”), quando i cinque Laender già esistenti nel territorio della Repubblica democratica tedesca ma aboliti e trasformati in province (Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia), si ricostituirono e aderirono formalmente alla Repubblica federale tedesca (Germania ovest).

Durante la sua visita a Berlino del 26 giugno 1963, il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy tenne un discorso pubblico che sarebbe divenuto uno dei momenti simbolo della Guerra Fredda:

Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Fateli venire a Berlino! [..] Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner! (sono un Berlinese). “

“I muri minacciano tutto il mondo, dall’uno e dall’altro lato della loro oscurità. Finiscono per inaridire ciò che si è già disseccato sul versante della miseria, finiscono per inasprire le reazioni d’ansia che si manifestano sull’altro versante, quello dell’abbondanza. La relazione con l’altro (con qualunque altro, nelle sue presenze animali, vegetali, culturali e, di conseguenza, umane) ci indica la parte più alta, più rispettabile, più feconda di noi stessi. Che cadano i muri.” Chamoiseau Patrick e Glissant Édouard : Quando cadono i muri.

  • pagina redatta con notizie tratte e adattate dal web in particolare da treccani.it, wikipedia.it, il corriere della sera.it, italiatoday.eu, mediterraneaonline.eu, tesi.cab.unipd.it, compalit.it, differenzatra.it e corroborata da alcune note personali.
  • anche le immagini utilizzate sono state rinvenute su internet utilizzando il motore di ricerca di Google immagini e pertanto considerate pubbliche. Se i proprietari degli scatti dovessero ritenere che sono state pubblicate in violazione al copyright basta scrivermi e provvederò immediatamente a rimuoverle.
  • consiglio la lettura de “1989” : I dieci racconti che compongono l’antologia, curata dall’australiano Micheal Reynolds, hanno come protagonisti i muri, “sia materiali, come recinzioni, confini, sia immateriali, che separano gli uomini per i colore della pelle, la religione, la cultura, la ricchezza”, e come tanti tasselli che si incastrano formano un “ponte di idee per superare i confini”.
  • invece per quanto riguarda i film, la cinematografia è piena di pellicole che hanno trattato questo tema ma per rimanere in tema di guerra fredda vorrei segnalare il “Ponte delle spie”. Un film che in qualche modo riassume il “freddo” di quel periodo e dei suoi confini, non solo fisici. Un film ben diretto e ben interpretato che sebbene non sia uno dei più riusciti di Spielberg offre allo spettatore un’idea di cosa volesse dire cortina di ferro. 

 

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