Riannodi il filo del tempo
camminando a ritroso verso la sedia,
incespicando nei sogni lasciati al giorno.
Nel vuoto pallido della malattia
che ti fa sopportare ancora l’alba,
con le parole a chiedere un’altra sillaba
un altro suono per sconvolgere il metallo della stanza.

Nello spazio di un sorriso che non ricordi
mentre l’ala del sole muore,
in quei forse dalle pupille nere,
nelle anche che sferzano il dolore d’ogni attimo :
proprio quello che urla e stride dentro le ossa.

Quando la sera soffoca le luci
nei contenitori bianchi d’inchiostro,
nel vassoio di carta appoggiato ad un lamento
senza stormi alla finestra.
E l’odore d’ammoniaca che bussa forte a cena,
nei metri di ghiaccio che separano il legno immobile
da un altro quasi normale.

Oltre questo mondo, oltre la linea grigia di una foto
supina alle doglie d’ogni ora,
quelle che sfornano oggetti artificiali
per un giorno da comodino
e sere incartate dalla schiena curva.

Nei segni di un futuro che credi sconfitto,
rovesciata alle candele di pietra sopra il cuscino.
Sospinta dallo spago di un rosario arrugginito,
da pagine incise dall’ennesimo stregone
che diffondono solo ombre,
onde ammucchiate di lacrime.

A mia madre che arranca tra dolori e ricordi. Ti voglio bene.

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