Venne da chiedersi come mai i temporali
fossero di luce rimossa o perché gli alberi
vinsero proprio alle due del pomeriggio.
Perché in quel cielo alquanto distratto
furono soprattutto gli occhi a competere.

Dei tanti chilometri infilati per migliaia di ciglia
solo sogni sempre più appesantiti d’orizzonte
e inutili previsioni d’arrivo.

Anche i mattoni, con quel moto a strapiombo,
sembravano confini. Del resto non un salto
ci venne in fuga. Per limitare quel fastidio di seduta.

Poi bastava la sosta nei bar di paese
per deludersi in appostamenti di muffa,
assegnati in minuti e viali raccontati a sigarette.

Quando alla sera stormi di forse si piantavano di parole
e non c’era aria per dire chissà.
Dalle mani cadeva il mondo in un mare di frequenze,
pochi amici per vivere,
i capelli della ragazze in onde sparse.

A scegliere il tempo lancette
in pronunciamenti e inconvenienti.
Così accettammo in danza
ogni mestiere. E nessun luogo dette slancio
quando il gesto delle labbra divenne un misero ordine.

Quando il futuro fu un verbo derivato
a dire di un uomo calarono dalla luna le maree.

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