A salire sugli autobus ci si spinge
come la pioggia senza memoria.
Delle inutili resistenze in salita
un posto dal corpo molle
e due occhi che invece del vetro
avrebbero bisogno di un’immagine.

Intorno i volti si accettano stancamente,
appena qualche parola di finto salotto
e nelle mani il fastidio per non essere soli.

Più in là le porte ballano da sole :
la gomma in difetto costante, ingranaggi annoiati,
qualche finestrino in disuso.
Poi il silenzio tecnologico sfoga tutto il suo mestiere.

Del resto in un dentro
che tutto sommato è uguale a fuori
non si sceglie il compagno :
la ragazza dai riccioli bagnati,
il vecchio che parla da solo,
masticando chilometri e canzoni senza fermata,
le ore a raccontare di quella volta che c’era il sole.

Ma un saluto che non aspettavi,
è lì, sulla porta,
a dire grazie per due minuti di viaggio.

 

*da un viaggio in autobus. Ho avuto la sensazione che il mondo non fosse nemmeno salito, che volesse lasciare -in quel viaggio- i suoi residui, le sue ultime volontà. Ma poi un lampo, un saluto sconosciuto. E ho intravisto una qualche speranza, l’alba di un mondo in attesa. In attesa di essere vissuto. Forse basta poco, un sorriso, un arrivederci, per rendere più vera questa realtà.

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