Ci chiamarono al pomeriggio
per raccogliere le impronte di Mimmo.
Incoscienti al cancello
non capimmo il ferro né i lumi in piedistallo.
Ma fummo svelti a camminare,
gli alberi in colonna
non ebbero molto tempo da dedicarci.
Pipistrelli e allocchi in cravatta
intanto mentivano su sermoni e piedi.

Il paese, tra le troppe fanfare di saluti,
si era arreso al marmo,
come le assi di legno in ginocchio alle candele.
Solo quel piccolo segno di mano
insisteva nel racimolare un po’ di cordoglio.

Erano anni che contava chilometri,
le storie della Merica del resto non erano lontane.
Come i baci di Mary Jane per sentirsi lontano
o le parole in coda all’imbarco.

Poi venne primavera
e qualche sdraio, preparata all’estate,
ondeggiava tra le cose smesse.
Delle canottiere tenemmo il colore,
dei Ray-Ban il contrasto di sole
mentre le sigarette vollero i denti gialli.

Noi ricordammo una data, un volto in camposanto
e le lanterne a braccetto dei morti.
Ma anche le storie di Charlie e i suoi dollari in cartolina.

Uno sguardo diverso avrebbe detto che era matto.

*Dedicata a Mimmo, detto Charlie.
Parlava spesso della Merica e dei girotondi di Buick tra le strade. Delle donne col foulard e di come si sentiva figo con gli occhiali e le canottiere a stelle e strisce.

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