Parlo della pioggia e di quel velo sopramonte
che non ha più cielo. Del vento e del morire di foglie.
Delle molte occasioni strette al tempo per restare
o di quelle strade che disertano passi.

Di ricordi lunghi appena la lama del suono,
già sconfitti di labbra e slancio,
e destinati in qualcosa che brucia senza colpa.
Delle soffitte e dei sogni che vi abitano,
di stelle appuntate alla memoria.

Parlo del mare a misura d’approdo
o della schiuma che si attrae quotidianamente alla sabbia.
Dei vicoli a chilometri zero, quando giocare
era purezza di madre.

Ma sono parole. Unicamente parole. Onde corte
per un gioco di tastiera di cui non ho altra capacità
se non quella di restare seduto e lontano.

Una solitudine di mani che non ha voce :
inchiostro a venature di finestre come il solco dei lampioni
che crede sia ancora possibile guardare nel buio.

Poi verrà il giorno
e sarà ancora, soltanto, piccola e inutile poesia.

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