Come ogni anno arriva il 17 di novembre, giorno in cui si festeggia il Santo patrono. Un giorno che non vuole dire solo processione di santi ma carovane di zucchero filato, palloncini che incorniciano le strade e bambini che corrono incontro a sorrisi di centolire.

Cinque giorni dal significano quasi mistico, alchimie di gesti e situazioni che rendevano il paese un luogo dove tutto si cambiava d’abito, ogni angolo, ogni vicolo si abbelliva di volti noti e danzatori inventati, di fate e miraggi custoditi nelle tasche, che in quei giorni oltrepassavano il confine finito per diventare infinito. Come una favola da mille e una notte, le case sapevano volare, libere dalla polvere immobile del quotidiano, così le strade, avvallamenti malinconici per molte lune, autostrade per migliaia di solchi tutti da arruolare.

E poi niente scuola e soprattutto giostre e divertimento, con tutte quelle bancarelle che promettevano ricreazione. Ogni metro misurato dai venditori, ogni via assegnata all’odore di mandorle caramellate, sempre pronte a regalare i sensi vagabondi di un girotondo.

Ma il posto più bello, quello che illuminava gli occhi, era vicino casa mia. Lì ogni volta sistemavano l’autoscontro e già dal primo giorno io e miei amici sostavamo nei pressi degli operai, assaporando quel gettone di plastica dare vita ad un viaggio oltre i limiti degli anni. Oltre ogni limite imposto dalla mancata capacità di guida.
Quel click era l’ingresso nel mondo degli adulti, la dimensione senza tempo né regole, in cui poter stringere i sogni fino al risveglio, possedendo quelle automobiline in una sorta di amplesso con la libertà.

Libertà.

Come se fino ad allora non fossimo altro che prigionieri. Ma così ci sentivamo, anime di un altrove fantastico, in un corpo troppo angusto per contenere l’entusiasmo dell’eternità, un corpo troppo limitato per comprendere l’avventura di un sorriso.

A parte l’estate in cui il mare ci veniva in soccorso come un padre a raccogliere figli, quando noi piccole onde imparavamo a baciare il movimento, era lunga l’attesa, stranamente crudele nel suo dilungarsi. E poi i segni dei compiti sulle mani e tutta quella serie di doveri ai quali dovevamo in qualche modo dare conto. Ci sentivamo sempre troppo poco considerati, martiri di una religione che, purtroppo, allora non capivamo: la famiglia.

Invece quando si avvicinava novembre i giorni sembravano colorarsi di rose e l’alba, figlia di una notte quasi sempre stretta ai sogni, arrivava col suo carro di sole a splendere di vita. Su quelle strade ogni pietra diventava compagna, complice di una nuova corsa, a portarci in lontananza da tutti quegli obblighi quotidiani che non ci permettevano di volare.

E non era un banale susseguirsi di ritrovi per bambini, ma il senso divertito di una consapevolezza acquisita. Quella consapevolezza da “grandi” che ci permetteva di non avere ostacoli. Anche i genitori accettavano di buon grado quella breve emancipazione, del resto in un tutt’uno col paese in cui tutti erano guardiani di tutti, nessun miracolo di “fuga” sarebbe bastato per perderci.

La piazza e i vicoli diventavano isole, immense latitudini d’orizzonte, battelli in un oceano d’avventura in cui essere pirati e avventurieri, tesori e mappe, donne e filibustieri della Tortuga.

E sapevamo navigare talmente bene che scoprire nuove rotte non ci sembrava una missione così ardua da compiere, anzi era la dimensione più adatta alla nostra natura di candidi adoratori d’incanto. Ci sentivamo gli eroi di un libro imparato a memoria, parole dall’inchiostro rosso come il fuoco; tra noi c’era un’intesa di tempi lontani, quando le favole erano storie narrate dal vento e la vita sembrava un gioco di guardie e ladri.

Eravamo indiani di strada, con le frecce sempre pronte a scoccare una nuova gara.
Ci sembrava che tutto fosse fatto di vino, ambrato e dolce, con quella leggera euforia dei racconti davanti al camino. Una serie di puntate in cantina, dove i grandi, quelli “veri”, sapevano trovare sempre le parole giuste perché i discorsi si accasassero in un condominio di storie e avvenimenti d’altri tempi. Quando i ricordi erano sempre giovani e felici. Almeno finché il signor litro non avesse segnato il confine con la sbornia.

Per noi la sbornia era invece il leggero stordimento che ci prendeva a saperci finalmente autonomi, ed erano giorni in cui ci sentivamo veramente tali perché tutti erano indaffarati nei preparativi sia religiosi che gastronomici; troppo presi dalla foga di esaudire i voleri del santo, o almeno di chi in quei giorni affermava di esserne il rappresentante, come se per il resto dell’anno non facesse altro.

Ogni singolo giorno cantava le gesta di un’odissea. Caramelle di battaglie e filati di arrembaggi erano i nostri piccoli segni con cui tracciavamo le ore, troppo compiaciuti del nostro essere viaggio per pensare che quella giostra potesse concludersi senza essere arrivati.

Ma purtroppo ogni anno, come un orologio vecchio e scontato, marchiava, con lancette troppo testarde per essere rimandate, il momento della raccolta. Tendoni e bancarelle si piegavano al destino in un ripetuto atto di sottomissione, infagottati dal nomade gesto di un violino, suonavano la messa di un arrivederci.

E noi ritornavamo a vestirci da pinocchio.
Aspettavamo lungo la strada il gatto e la volpe, convinti che i giorni passati sarebbero germogliati come denaro in un campo fuori paese.

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