Dietro al cielo di uno specchio ormai vecchio
migrammo a est col fastidio d’autunno
e con tutta la sofferenza di una parte che manca.

Fu in un pomeriggio come tanti
che ci chiamarono arrivederci,
un pomeriggio distante e tiepido con le gambe del tempo
a fare male.

Scese tra i cambi di nuvole, il veto delle mani
ormai in ginocchio, tra gli occhi senza posto,
fin dentro l’amarezza del mare.

Venne con la paura di svanire,
in preghiera all’asfalto come in processione,
con la rendita dei giorni a contare la resa delle valigie.

Poi le ore si mostrarono in tutta la loro sconfitta
tra il disordine e il mondo di sempre,
portando via la pioggia dei volti
come fosse mattino.

E noi, uomini col foglio di via senza più faccia,
inciampammo nelle cadute delle marce
a precipizio nelle curve.

Piangendo l’odore del vento
e in astinenza a parole mai dette.

 

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