Sono quello che sono
e vesto i miei anni
nei giorni che afferro al tempo.
Ho solo sogni, quattro lire di vento,
gli attimi presi nei vicoli.

E scorro insieme alle pietre,
dove la Chiesa Madre disegnava la storia.
Tra l’acqua e i muri sulle panchine in piazza
come un intreccio di posti e parole,
quelle che a Rosario
bastavano per chiudere la sera.

E un passaggio a largo di Copanello
spesso era una partita in discesa,
un’altra corsa da mediano sulle fasce di Filippo.
Poi il mare pareggiava sempre i passi.

Sono quello che sono, una foto
scattata agli anni di paese,
alle diecimila lire strappate alla pioggia,
al fuoco dei diciotto anni
tra gli alberi di Gianni e le storie di Gregorio.

Sono tutto questo e niente,
un pensiero ritagliato in qualche telefonata,
il fumo di una sigaretta consumata in silenzio.

Mentre gli occhi trasportano gocce
e i numeri degli anni chiudono la finestra.

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