un solco al netto di facce

non so atterrare
in questo angolo di città,
mi basterebbe sopravvivere alla pioggia
per sentirmi come gli alberi,
magari verde con quell’alba che appare

andare per mare
se la strada non fosse strana
con queste voci che tagliano aria
e fritti di trattoria

ma andare in libertà
non avrebbe direzione senza l’urto della luna,
senza il mistero degli occhi
che arriva addosso alle onde

un autobus mi segue come in vetrina,
ombre e volti si affannano sul vetro,
intorno le macchine bagnate di solitudine
poi ancora due passi
e il bar mi accoglie in piedi

Antonio ha trovato un brindisi per festeggiare
mentre Marisa aspetta sigarette
in pegno ad un orologio

la 4 è in sospensione,
le righe gialle delimitano alzate di corpi
come fossero pesi di un altro mondo
e il vento che chiude la pubblicità
intaglia un solco lungo un millennio

un solco al netto di facce,
al lordo della vita

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14 pensieri su “un solco al netto di facce

  1. non è un brano facile questo, perché ha una serie di tagli spazio temporali non indifferenti, come se le singole parti che lo compongono siano state da te concepite in forza di un evento, un’immagine che ti si è parata davanti, il vento che accartoccia le inserzioni pubblicitarie, l’autobus che quasi ti sfiora e pare di vederli quegli ampi finestrini riflettenti. Alla fine tutto confluisce il un solco, un gorgo forse di altre facce, altre identità, ma anch’esse pulsanti di vita se pure sconosciute

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    1. è un brano sull’asimmetria dei corpi e dei volti, una rappresentazione duale sulla quale ci si incammina per il “resto” della vita. Sullo sfondo un agglomerato urbano misto a un mal di vivere che assorbe e sconfigge, la raffigurazione di un viavai discontinuo e continuo allo stesso tempo. Quasi un dettato di passi e circostanze in una sorta di fatalismo che rende “l’arredamento” a tratti scialbo e sconosciuto. Ma è anche un coacervo di emozioni che non si arrendono, sebbene i “proprietari” sembrano non averne coscienza. Emozioni che non sono facilmente arginabili e che alla fine -forse- avranno e saranno vittoria. Perchè non ha necessità di luogo la vita ma di una vera e profonda appartenenza, di quella sostanza che rende liberi e veri a qualunque latitudine, evidentemente con tutti i risvolti e le pieghe del quotidiano.
      L’evento da te sottolineato è insieme ricordo e raffronto tra due mondi : da un lato quello in cui la scelta è stata sancita dalla casualità della vita -nascere in un determinato posto e farne parte per un breve -seppur intenso- periodo e l’altro in cui non è stata libera la scelta e nemmeno auspicata, ma dovuta esclusivamente alle contingenze e che alla fine si è dimostrata un “angolo” (casa, famiglia, lavoro) dove in qualche modo sono atterrato.
      Ciao e grazie Flavio

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  2. La forza dei tuoi versi continua ad essere la capacità di osservare la realtà e raccontentarla, oltre che a rievocare la tua vita passata.
    Uno sguardo sul mondo, in questo caso sulla città come fonte di ispirazione, misurandoti con le differenze dei tuoi luoghi d’origine e con la difficoltà di riuscire ad amare altri luoghi così differenti ” in cui non riesci ad atterrare”
    Chissà, forse, un giono………….

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    1. ottima lettura carissima, come sempre riesci a compenetrare le piccole cose che scrivo con l’empatia di chi sa!
      In qualche modo sono atterrato, è la capacità di essere veramente volo che a volte latita.
      Ciao e grazie

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