Guardo mia figlia nella sua camicetta bianca, i leggings scuri e quel papillon rosso così vicino all’amore. La concentrazione del viso, il ripetersi i passi non lascia dubbi sulla passione che esprimerà nel suo saggio di hip hop. Con tutta la leggerezza dei quattordici anni, col suo corpo di giovane fiore, con la caparbietà tipica dell’adolescenza, quella voglia sacrosanta di esserci, di lasciare un segno.

E penso a quel figlio mai avuto che scompare ad Aleppo. Penso alla sua musica fatta di raid aerei, alle note dei proiettili, alla melodia delle bombe. il suo corpo in guerra è un artiglio che ferisce. Penso ai sorrisi spenti nelle lacrime, alla polvere che stana ogni angolo, che saccheggia la fuga, al sospiro agonizzante di un nascondiglio.

Vedo la gente applaudire, godere di quelle figure musicali che i figli continuano a rappresentare. Con ogni grazia possibile, convinti di quel loro tempo, abbracciando gli applausi che gratificano tutto il loro impegno. Vedo la commossa partecipazione dei nonni, il vanto della maestra, il cenno orgoglioso dei genitori.

E penso alle palestre del cielo, alle pietre scaraventate addosso, alle gambe senza più terra. Penso al mancato orizzonte degli occhi, alle parole simili al pianto, alla povertà del tempo. Penso al grigio teatro della sabbia, a quell’unico palcoscenico di morte, alle sedie fatte di tombe, alla strada che buca come un ago le vene.

Le riprese sono venute bene. Mia figlia è stata splendida nella sua coreografia. Sentire una goccia scendere sul viso è stato come un bacio.

Ad Aleppo nessuna grazia avrà il viso dei bambini. Non ci saranno rinfreschi, nessuna mano a offrire pace. Qualche velo si poggerà e sarà vento dimenticato anche il ricordo.

Penso a quel figlio mai avuto, al bacio che vorrei dargli.

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