È un silenzio che assorda
quello dei muri bianchi al di là della bora.
Intorno agli occhi il respiro lento
e qualcosa da appendere come tempo.

Gli ascensori muti nel gioco delle discese,
due file di sedie col peso dell’attesa
e i passi agevoli di chi ha mestiere.

Le porte invece sono sentinelle in lunghezza di letti,
attendono un ansa di luogo
per appoggiarsi al verso della chiusura.

E addosso all’entrata una sorda immersione
di cartelle indifferenti. E ancora silenzio.
E migliaia di centimetri in astinenza
che si cercano nel vuoto stanco delle mattonelle.

Intanto due lacrime raccontano
di quella volta che il sole era a misura di mano
e il parcheggio una pratica veloce.

Stasera il pianto intimo delle lancette
mi fa compagnia nel contare i minuti del buio.

Per chi vede solo foglie cadere
la finestra è una vita di passo infinita,
una fessura lontana che rincorre una qualche luce.

Ci sarà tempo per sentirsi ancora albero
e linfa di miele.

-a mia moglie, tra muri di ospedale e malinconia

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