Una sedia vale poco come orizzonte,
le macchinette del caffè
sono lì a due giri di ruota.
La barba incolta ama il tempo delle persone.
Qualche gesto di testa
sottolinea la perfetta conoscenza del luogo.

Ci sta che un atrio sia abitudine :
alcuni numeri in fila al cielo grigio,
quattro mura a castello e la tunica bianca
per immaginare una discesa di scale.

La poca luce che offende gli occhi
è buio per un destino di letto,
ma a sentirsi re basta un po’ di silenzio
ripiegato al volto di un pallido corridoio.

Un regno di acetone,
liscio di scopa a ben vedere :
pareti bianche dentro attese inutili,
le ruote ferme per un euro di liquido,
l’orologio appeso.

Intanto un altro caffè di naftalina
si spegne nell’odore,
come un triste quotidiano di gocce.