Le nazionali sfuse a due lire di bambino
erano come la voce dei grandi,
il fiammifero di un colore così acceso
da confondere anche il cielo.

Un po’ d’aria sulle gambe per essere vento
e una sola, indiscussa,
remata d’orizzonte inventato
a misurare corse all’ultimo giro di piede.

Più in là la bottega di Angelo,
il bancone del vino,
le bottiglie in fila a scegliersi un bicchiere.
E nel tempo immobile del legno usato
il peso della pensione a promettere
un debito di bevuta.

Ai tavoli il fumo era d’abitudine
e le carte un giro di mestiere.
Sulla porta il buio,
con quell’indifferenza tipica della continuità,
addosso ai volti uguali di giornata.

Forse un richiamo di mogli
sarebbe bastato a vincere una mano
o almeno a raccontare di quella volta
che la briscola
si equipaggiò a vincita.

Poi, distante quanto due rintocchi di campanile,
il camino acceso e due grammi di famiglia
a fiutare il senso del grano.

Si stava d’origine al tempo dei resi:
il vetro di cento lire
era una bella ricompensa per crescere.

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