Chiamami nelle sere in cui non ho parole,
quando gli alberi stringono il vento
o mentre la neve
sceglie l’abitudine lenta della terra.

Promettimi il tuo volto
come fosse sottile penombra d’edera
senza altro scopo
se non quello di essere muro.

E amami anche inutilmente
ma con tracce d’arcobaleno
finché ad ogni battere di figlio
il respiro possa avvicinarsi all’infinito.

Attraversami di sorrisi
in questo orizzonte di seta sospesa,
per essermi canto, come onda
che si scopre al mare o al profumo
di un giardino raro.

Portami il gusto selvatico delle impronte
con tutta la nostalgia dei passi.
E non avere dubbi sulla tenuta dei colori,
saprò guarire anche l’ombra.

Così che a queste discese d’inchiostro
io possa allenarmi d’universo,
definendo luogo ogni perimetro,
ogni stella una magia per gli occhi.

E quando saremo memoria
fermati come siepe e cielo ad ogni passaggio di tempo.

-a mia moglie

 

 

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