Scriverò della gente
e della quiete rapidità delle labbra,
di un giovane uomo senza meta.
Scriverò delle pagine andate
per panchine,
di quel suono greve di tromba
che sporge dal vento.

Lo farò con tutta l’asprezza dell’acqua
che cade e con la stessa gioia di un gabbiano
che ama il mare.
E verrà la pazienza del marciapiede
a rincorrermi, per una vana rotondità di occhi
e con le vette smarrite delle gonne.

Scriverò della tristezza e di quel piacere
lasciato sui i volti, nel silenzio delle vetrine
e con tutta l’amarezza del vetro.
Di questa città che si degna
di ingozzarci di strade
e dell’incessante cadenza dei bar.

E sarà capitando di tanto in tanto.
Come una perduta, giovane, illibata, menzogna.

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