dedica a Emanuel Carnevali

Un autore che ho conosciuto da poco e che mi ha folgorato con la sua poetica così graffiante e malinconica, in lui si incontra, infatti, tutta l’asperità e la nudità della vita, canti leggeri e disperati. Ringrazio di cuore l’amico Flavio Almerighi del blog https://almerighi.wordpress.com/ per essere stato il tramite.

A seguire alcune note sulla vita di questo autore ai più sconosciuto e alcune sue poesie “musicate e cantate” da Emidio Clementi, cantante, bassista e scrittore italiano, fondatore e principale autore dei Massimo Volume.

Emanuel Carnevali: Il Soffio Selvatico Della Poesia

«Volevo maledire i miei occhi encefalitici,
ma non maledissi nulla, perché la mattina era bella e c’era pace nel mio cuore. »
(Emanuel Carnevali, Castelli sulla terra – Le montagne)

Manuel Federico Carlo Carnevali nacque a Firenze il 4 dicembre 1897 . Dopo l’infanzia trascorsa tra Pistoia, Biella e Cossato e dopo la morte della madre, venne messo in collegio dal padre che, risposatosi, volle che raggiungesse la nuova famiglia a Bologna. Nel 1911 Emanuel vinse una borsa di studio del Collegio Marco Foscarini di Venezia e vi trascorse quasi due anni, prima di esserne espulso. Nel 1913 fece il suo ingresso nell’Istituto Tecnico “Pier Crescenzi” di Bologna, dove fu allievo del critico letterario e narratore Adolfo Albertazzi. Questo rapporto col maestro, non del tutto pacifico, rappresenterà per Carnevali un’iniziale conferma della sua vocazione letteraria.

Come racconta lui stesso nel suo romanzo “Il primo dio”, scritto in inglese e tradotto in italiano dalla sorellastra Maria Pia, per i continui litigi con il padre che lui considerava autoritario e troppo reazionario, decise di emigrare negli Stati Uniti nel 1914, a soli 16 anni. Emanuel partì da Genova sul Caserta il 17 marzo 1914 e arrivò a New York il 5 aprile.

Visse quindi fino al 1922 tra New York e Chicago, all’inizio senza conoscere una sola parola d’inglese ed esercitando lavori saltuari: lavapiatti, garzone di drogheria, cameriere, pulitore di pavimenti, spalatore di neve ecc., e soffrendo fame, abbietta miseria e privazioni di ogni sorta. Col tempo imparò la lingua (leggendo le insegne commerciali di New York), cominciò a scrivere e ad inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva. Inizialmente rifiutate, le sue poesie cominciarono man mano ad essere pubblicate ed Emanuel a farsi conoscere nell’ambiente letterario, diventando amico di diversi poeti, tra cui Max Eastman (1883-1969), Ezra Pound, Robert McAlmon (1896-1956), e William Carlos Williams (che lo nomina nella sua Autobiography del 1951).

Dimenticato dalla critica e dal pubblico, ha lasciato un piccolo, ma tagliente e forte segno nella letteratura americana del Novecento. Pur vivendo quasi in miseria, passando da un lavoro all’altro, e da un amore all’altro, frequentando prostitute e teppistelli, riuscì a partecipare, da straniero, al rinnovamento dell’avanguardia letteraria americana dell’epoca. Sherwood Anderson si ispira a lui quando scrive il racconto Italian Poet in America (1941). Le sue poesie vengono pubblicate dalla rivista “Poetry Magazine”, fondata nel 1912 e diretta da Harriet Monroe (1860-1936) e di cui diventa lui stesso, per un breve periodo, vicedirettore.

Fu autore dei racconti Tales of an hurried man (1925), poi lasciò New York ed Emilia Valenza, la ragazza d’origine piemontese che aveva sposato nel 1917 e che viveva con lui nell’allora malfamato “East Side” di Manhattan, per andarsene a Chicago, dove visse ancora in stenti traducendo e collaborando a «Others». Le sue lettere a Benedetto Croce e a Giovanni Papini verranno poi pubblicate col titolo Voglio disturbare l’America (1980), a cura di Gabriel Cacho Millet, il quale ha anche raccolto i Saggi e recensioni e il Diario bazzanese.

Carnevali si scaglia contro la vita beffarda e scrive le sue poesie con impeto e rabbia, avverso anche a quell’America che avrebbe dovuto adottarlo e, nel suo sogno, consacrarlo poeta. Si legge ne “Il ritorno”: “America tremendamente laboriosa / costruttrice di città meccaniche. / Ma nella fretta la gente dimentica di amare; / ma nella fretta abbandona e perde la gentilezza”.

Colpito da una malattia nervosa, l’encefalite letargica, nel 1922 ritornò in Italia, dove visse gli ultimi vent’anni fra l’ospedale e varie pensioni di Bazzano, il Policlinico di Roma e la clinica bolognese Villa Baruzziana, e dove continuò a scrivere, come sempre, in lingua inglese. Morì l’11 gennaio 1942 nella Clinica Neurologica di Bologna, soffocato da un boccone di pane. Due giorni dopo venne sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa.
Durante la sua vita è stata pubblicata solo la raccolta di racconti Tales of an Hurried Man nel Contact Editions di Robert McAlmon, Paris 1925, di cui è uscita solo nel 2005 una versione italiana col titolo Racconti di un uomo che ha fretta. Il romanzo autobiografico Il primo dio è stato pubblicato postumo nel 1978, a cura di Maria Pia Carnevali.

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