Andavamo per strade senza esperienza
in quell’estate del 1987,
sull’asfalto la lucente esaltazione dei passi snelli
era di quelle che non ha tempo,
o meglio ne ha così poco da non vedere
quanto siano perfette le orme senza affanno.

Un giorno di quelli belli,
lo stesso che portammo per alcuni anni
senza renderci conto di vivere, già allora,
come una semplice, passeggera, testimonianza.
Del resto amavamo solo la magnifica
incombenza di essere esito impensato.

Spesso in compagnia di continui piazzamenti da bar,
con le parole immediate della gravità,
a sfidare un mondo
che non capivamo fosse meglio custodire.

Esistevamo nel modo dei fiori al mattino,
giovani e orgogliose sponde
di quella superba sensualità dettata dai sogni.
Abbaglianti novità di un paese che a tratti
sembrava non amarci
e che forse sarebbe stato meglio non amare
per la malinconica dolcezza subita a distanza.

Ma ci bastava la fame del momento,
eravamo vie percorribili a celebrare luglio,
che ci rivelava il mare come inguaribili onde,
con i profumi delle ragazze in pieno senso di vento,
e alcune birre, ovvia contropartita
per un’attraente indugiare di forme.

Con quel ghiotto omaggio di occhi sempre pronto
a raccogliere rotondità, a misurare sospiri.
E quando il sale smorzava ogni profumo
al ritmo dei falò si cantava
di appuntamenti e guance abbronzate.

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