Nella mitologia aborigena australiana, il Tempo del Sogno (o Mondo del Sogno) ovvero “era dei sogni” “il sognare” e “la legge” è l’epoca antecedente alla creazione -o alla formazione- del mondo. Esso è al contempo elemento comune e unificante delle numerose e diverse tradizioni culturali aborigene, sviluppatesi nelle diverse regioni del continente, e giustificazione mitica delle differenze fra di esse.

Risultati immagini per dreamtimeI miti del Tempo del Sogno sono volti a spiegare l’origine della cultura del popolo aborigeno (o dei popoli aborigeni) e l’origine del mondo, o più precisamente delle sue caratteristiche geografiche e topografiche. Benché infatti il Tempo del Sogno sia spesso menzionato come epoca della creazione, alcuni autori e studiosi sottolineano che si tratta più precisamente di “miti della formazione” (del prendere forma); nel Tempo del Sogno il mondo esisteva già, ma era “indifferenziato”. Era abitato da esseri metafisici, totemici, generalmente rappresentati come creature gigantesche con forma di animali. Camminando, cacciando, danzando o semplicemente sedendosi per terra, essi lasciarono nel mondo fisico tracce delle loro azioni e segni del loro passaggio: le montagne, le rocce, le pozze d’acqua, e ogni altro oggetto presente in natura.

Risultati immagini per dreamtimeDeterminati luoghi, creati da eventi di particolare importanza (per esempio combattimenti, morti, o altre vicende drammatiche) mantengono una speciale potenza, chiamata dagli aborigeni il “sogno” del luogo. Inoltre, alla fine del Tempo del Sogno, gli stessi dèi si insediarono in certi luoghi, “diventando” montagne, rocce, fiumi e così via. A Perth, per esempio, i Noongar pensano che la Darling Scarp sia il corpo di un Waugal – un essere a forma di serpente che attraversò nel Tempo del Sogno la zona, creando fiumi, ruscelli e laghi. A seconda delle tradizioni e delle regioni, un particolare essere metafisico può essere indicato come “supremo” o “creatore del mondo”; esso viene chiamato spesso Altjira, Alchera (lingua arrernte), Alcheringa, Mura-mura (lingua dieri), o Tjukurrpa (lingua pitjantjatjara). Risultati immagini per dreamtimeLa visione aborigena assegna una sacralità a ogni luogo della terra, e stabilisce una rete di relazioni originarie fra ogni essere vivente e ogni luogo. Il Tempo del Sogno non è relegato nel passato storico del mondo; nella visione aborigena del mondo, esso è infatti al tempo stesso un “tempo” e quella che gli occidentali chiamerebbero una “dimensione”. Esso rimane accessibile agli aborigeni proprio attraverso il sogno, strumento fondamentale per comunicare con gli spiriti, decifrare il significato di presagi o comprendere le cause di malattie e sfortune.

Ogni gruppo o nazione aborigena conserva un certo numero di racconti del Tempo del Sogno, dei quali è responsabile. Gli anziani di ogni gruppo svolgono questo ruolo di “custodi” dei racconti, e devono tramandarli alle nuove generazioni nei modi e nei tempi previsti dalla tradizione. Questa tradizione millenaria (forse di decine di migliaia di anni) si è interrotta in molte regioni (soprattutto nel sudest australiano) durante la colonizzazione. Proprio in reazione all’azione distruttiva dei coloni nei confronti della loro cultura, oggi gli aborigeni cercano di preservare i racconti sopravvissuti cercando di diffonderne il più possibile la conoscenza.

Risultati immagini per dreamtimeLa tradizione aborigena prevede anche che determinati racconti, particolarmente importanti, siano segreti che non possono essere rivelati che a particolari gruppi o a particolari individui. Vi sono, per esempio, storie del Tempo del Sogno che solo le donne conoscono, o solo gli uomini. Dato il forte legame fra le storie del Tempo del Sogno e la realtà geografica del paese, non stupisce il fatto che vi siano corrispondenze fra le storie che ogni gruppo può conoscere e raccontare e i luoghi sacri che quello stesso gruppo è autorizzato a frequentare. Così, molte storie che gli aborigeni si rifiutano di raccontare ai bianchi sono legate a luoghi vietati ai turisti. A causa dell’effetto della colonizzazione da una parte, e della segretezza dei miti dall’altra, solo una minima parte della mitologia aborigena è effettivamente nota agli antropologi.

I “Racconti del tempo del sogno” 

I racconti del tempo del sogno appartengono alla tradizione aborigena australiana e si rifanno a quel periodo che viene definito “Dreamtime” (il Tempo del Sogno) ed ebbe inizio con le gesta dei mitici antenati totemici, in grado di trasformarsi in uomini o animali a loro piacimento. Nella mitologia aborigena, il Sogno è un’epopea primordiale, vaga, nebulosa e tuttavia reale, una dimensione in cui gli uomini sono anche animali e gli animali sono anche uomini. Tramandate attraverso la tradizione popolare, le straordinarie avventure degli antenati totemici raccontano di uomini che si trasformarono negli animali che oggi vediamo in Australia, uomini, che con le loro gesta generarono il paesaggio fisico della regione e diedero vita alle tribù che popolano quelle terre.

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Secondo gli Aborigeni l’era mitica della creazione è il principio fondamentale di tutto, in cui gli Antenati Totemici uscirono dal terreno e percorsero tutto il territorio plasmandolo e nominando le cose affinché fosse il paese dei loro successori. Gli Aborigeni credono che ogni Progenitore Ancestrale abbia sparso lungo il suo cammino delle scie di parole e di note musicali durante il suo viaggio originale per tutto il continente e che queste “Piste del Sogno” o “Vie dei Canti” siano diventate le vie di comunicazione tra le più lontane tribù australiane. Il viaggio che i Progenitori Ancestrali fecero per creare e per cantare l’intero paese prende il nome di “Walkabout”. Gli Aborigeni ricompiono questo viaggio almeno una volta nella vita, prendendo le sembianze di un viaggio sacro e rituale perché si calcano le orme dei loro antenati. Nella raccolta di miti australiani a cura della scrittrice friulana Graziella Englaro, «Il Tempo del Sogno -miti australiani-», si trova scritto che una terra non cantata è una terra morta, perché il sogno e il canto sono la base dell’essere e questo canto deve essere tramandato sempre. La tradizione orale, come ha scritto una famosa antropologa australiana, è «il tessuto che in un certo senso tiene insieme il popolo aborigeno: essa è l’espressione della loro eticità ed uno strumento per immagazzinare e trasmettere quelle che secondo loro sono le grandi verità, che influiscono in modo diretto sulla loro vita sociale». Il Tempo del Sogno è, quindi, la chiave interpretativa della realtà.

 

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Nella complessa cultura aborigena per ogni individuo che osservi il rigido codice tribale arriva prima o poi il momento di partire, di abbandonare la tribù e la famiglia per iniziare un lungo viaggio attraverso gli immensi spazi australiani. Che lo faccia a piedi, in treno o in automobile, non ha importanza. Nessuno farà domande e tantomeno saprà se e quando egli farà ritorno. E’ un viaggio rituale che ricalca le peregrinazioni degli antenati totemici. Ecco allora che il viaggio rituale svolge l’importante funzione di assicurare la continuità del clan e della tribù, di ristabilire il vecchio ordine naturale, come era in origine quando è stato affidato agli uomini, quindi di comunicare con il Tempo del Sogno.

Immagine correlataNel ripercorrere le piste del sogno o le vie dei canti – un labirinto di sentieri immaginari visibili soltanto agli aborigeni -, avviene la ritualizzazione di antichi eventi mitologici e la rivelazione della segreta armonia della Creazione. Il principio generatore viene celebrato attraverso formule iniziatiche e rappresentazioni totemiche visibili (rocce, stagni, sorgenti, ecc) che simboleggiano la comunione con gli esseri primordiali. Ricalcando le tjurna djugurba (le orme degli esseri mitici) cioè le antiche Vie dei Canti, viene compiuto uno degli atti più belli e simbolici della spiritualità degli aborigeni australiani, un rito che rappresenta la chiave di volta della loro complessa struttura sociale e religiosa, la celebrazione dell’intimo e imprescindibile legame che li unisce alla natura.

Immagine correlataIl libro che meglio esprime e decifra il complesso concetto del Tempo del Sogno e delle conseguenti Vie dei Canti è «The Songlines» (Le Vie dei Canti), di Bruce Chatwin. Il libro non è soltanto un racconto di viaggio, ma anche un’autobiografia e una sintesi curata di appunti. Chatwin porta il lettore a scoprire quei sentieri invisibili che solo gli Aborigeni riescono a vedere e che loro chiamano «Orme degli Antenati» (Tjukurpa), mentre gli Occidentali le conoscono come «Vie dei Canti» o «Piste del Sogno». Secondo i miti aborigeni sulla creazione, alcune creature totemiche avevano percorso il continente durante il Tempo del Sogno, cantando il nome delle cose e delle creature in cui si imbattevano, facendo così esistere il mondo. Chatwin ci porta a conoscenza di quei percorsi raccontandoci la vita degli Aborigeni, i loro usi e costumi, e spiegandoci la sacralità di quei sentieri e l’importanza della loro salvaguardia.

Ancora oggi, disse Wendy, quando una madre aborigena nota nel suo bambino i primi risvegli della parola, gli fa toccare le «cose» di quella particolare regione: le foglie, i frutti, gli insetti e così via. Il bambino, attaccato al petto della madre, giocherella con la «cosa», le parla, prova a morderla, impara il suo nome, lo ripete e infine la butta in un canto. «Noi diamo ai nostri figli fucili e giochi elettronici», disse Wendy. «Loro gli hanno dato la terra». (da Le Vie dei Canti, p. 192)

I Canti del Geco dalla Coda a Pomo

Il canto prende le mosse dal Grande Incendio Ancestrale che prese inizio proprio nella regione degli Aranda e si spostò verso nord-est. Narra le vicende di un mitico antenato, il quale diede origine al sogno di questo animale totemico.

1. In cenere il fuoco bruciò, in cenere bruciò,
In cenere il fuoco bruciò.

La Lucertola delle Dune, Wakultyuru, era nel fuoco al campo Kudnara. Egli tentò di proteggersi col suo scudo, ma lo scudo si bruciò. La sua pelle si staccò. Mentre giaceva nella cenere cantò questo verso.

2. Tutto bruciò in cenere, nella cenere egli giace
Egli giace
In cenere, senza più vedere nella cenere giace.

Sarà stato il giorno dopo: ritornò lentamente alla vita tra la cenere. Non era ancora un Geco dalla Coda a Pomo. Era Wakultyuru, cioè una lucertola delle regioni delle dune sabbiose. Lo si può vedere dappertutto: è marrone con una grossa testa e la coda lunga. Le ustioni lo hanno fatto sembrare diverso: si sarebbe trasformato in un Geco dalla Coda a Pomo chiamato Mayipalkuru o Tyarla-tyarla.

3. Giace nella cenere senza vedere,
Giace nella cenere.

Rimase là,se ne stette appiattito dopo l’incendio, senza guardare da nessuna parte. Se ne stette disteso e continuò a restare disteso. Non che dormisse: era come morto.

4. Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!
Il tizzone ardente lo bruciò. Cenere, il fuoco!

Riuscì a guardare in su e vide il proprio campo; era stato bruciato.

5. Akilyawa chiama se stesso, il nome Aranda che indica la “lucertola drago”
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.

Gradualmente recuperò abbastanza forza per muoversi. Diede a se stesso il nome con un verso. E girò il verso intorno.

5a. Egli abbandona il suo campo bruciato, guarda le sue ossa nude
Chiama se stesso Akilyawa,
Guarda le sue ossa nude e abbandona il suo campo bruciato.
(mezzo cantato)
Ora alzati!

E si levò dal morto.

6. Era sera, crepuscolo, sera
Crepuscolo e il mulga era bruciato, era sera.

Ecco come partì e si guardò intorno attentamente per decidere in quale direzione e da che parte andare.

7. Raccoglie ramoscelli,
Raccoglie ramoscelli,
Con le mani costruisce un riparo.

Continuò a cercare un posto dove accamparsi ma la campagna intorno era già nel crepuscolo. Il sole tramontò. Cercava un frangivento, un po’ di rami d’acacia mulga per farsi un riparo. Tutto era stato bruciato dal fuoco. “Dove posso andare a riposare tra qualche albero di mulga?”
Andò avanti. C’era un albero di mulga nella palude, un albero di mulga! La palude non era bruciata e l’albero era rimasto in piedi, vivo. Trascorse la notte sotto l’albero di mulga e il giorno dopo si si spinse ancora più a sud-ovest, nel deserto.

8. Il lago salato Mirkala è laggiù, risplende,
Egli produce un rumore mentre vomita, risplende.

Allora vide il lago salato Mirlaka e lo nominò nel suo canto.

9. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là si accorge
di essere diventato bianco grigiastro.
Là giace la sua coda. Mentre si gratta essa si stacca.
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, là.

Era ancora molto ammalato, poiché il fuoco gli aveva bruciato lo stomaco. Mentre guardava il lago si trasformò in un Geco dalla Coda a Pomo poiché era stato bruciato dal fuoco. Vide che dall’altra parte del lago, non lontano dalla riva, c’era una grande duna di sabbia. Raggiunse la sommità e osservò l’area circostante. Cercava un posto. Dove poteva nascondersi sottoterra e riposare in pace? Era ancora sofferente per il fuoco e la coda si era staccata.

9a. Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta,
Si accorge di essere diventato bianco grigiastro, da qualche parte,
quando si gratta.
10. Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.
10a. Nascondo il mio corpo sottoterra,
Nascondo il mio corpo sottoterra.
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo,
Sono il Geco dalla Coda a Pomo, il Geco dalla Coda a Pomo.
Nascondo il mio corpo sottoterra.

Infine trovò un posto per accamparsi. Andò a stendersi sottoterra, si scavò un rifugio sottoterra, poi pronunciò una maledizione, una formula magica per quel posto. (Il cantore non rivela la maledizione che, afferma, gli è stata rivelata dal padre. Si riferisce a ciò che era accaduto al Geco. Può essere rivolta solo contro un uomo.)

Didgeridoo, il suono del Tempo del sogno

Ai piedi dell’arcobaleno, dice la leggenda, c’è la pentola dell’oro. L’arcobaleno è simbolo di pace e riconciliazione, dello spirito che appare in terra sotto forma di colori e vibrazioni; vero e reale anche se ‘illusorio’, perfetta metafora della nostra vita che è insieme concreta e fatta di sogni. Come la musica. Che è magica: fisica e spirituale al tempo stesso, materiale e immateriale.

Il didgeridoo è probabilmente il più antico strumento musicale della storia umana e forse quello più magico di tutti. In origine era uno strumento assolutamente naturale: un ramo di eucalipto “scavato” dall’interno dalle termiti, suonato soffiando nel cavo. In seguito tuttavia venne anche “lavorato” e perfezionato e decorato con motivi i totemici caratteristici degli aborigeni, per cui era soprattutto lo strumento sacro per le cerimonie.

Immagine correlataIl nome del didgeridoo deriva dall’interpretazione onomatopeica del suono ritmato data dagli inglesi che, sbarcati in Australia, sentirono il suono ritmato “did-ge-ridoo” provenire dai rami di eucalipto cavi suonati dagli aborigeni. Ma è chiamato in almeno cinquanta modi diversi a seconda del luogo e delle etnie: djalupu, djubini, ganbag, gamalag, maluk, yidaki, yirago, yiraki, yigi yigi.

Le sue dimensioni variano: può essere lungo da uno a quattro metri, e avere un diametro interno da un minimo di tre centimetri (all’imboccatura) fino a 30 o più (nella parte finale). Musicalmente è classificato negli aerofoni ad ancia labiale e la sua nota fondamentale è data principalmente dalla lunghezza.

Il didgeridoo ha accompagnato vita, feste e cerimonie degli aborigeni australiani, il popolo che al mondo ha conservato le tradizioni più arcaiche al mondo (pare siano vissuti nello stesso modo per 40.000 anni, da quando arrivarono in Australia provenienti forse dal Sud-Est asiatico), che si stanno rivelando tuttavia di una stupefacente attualità.
Col didgeridoo gli aborigeni riproducono il suono e l’atmosfera mistica del Tempo del sogno, il periodo mitico della creazione, un Big Bang sonoro in cui gli Esseri ancestrali modellarono il mondo col suono “emergendo” dalla terra. Il rituale musicale ri-crea il mondo: il Tempo del sogno è come una dimensione parallela in cui gli aborigeni “rientrano” quando percorrono il deserto australiano lungo le Vie dei canti: pellegrinaggi cantati ai luoghi segreti dove la creazione prese forma emergendo dal buio e dal silenzio (lo racconta il grande viaggiatore Chatwin nel suo libro Le vie dei canti).

Risultati immagini per Allo stesso modo, il didgeridoo fa riemergere sensazioni arcaiche e potentiAllo stesso modo, il didgeridoo fa riemergere sensazioni arcaiche e potenti, producendo una sorta di Om che vibra in profondità in tutto l’essere di chi lo suona o l’ascolta, immergendolo in sensazioni difficili da esprimere a parole: ricorda l’amen, i canti gregoriani, i suoni interiori percepiti nella meditazione profonda; ma col didgeridoo si imitano anche suoni naturali e versi di animali. È uno strumento versatile, dalle infinite possibilità: suonandolo si possono produrre armonici, si possono raccontare storie pronunciando parole al suo interno, si può fare accompagnamento ritmico colpendolo con bastoncini. Risultati immagini per Allo stesso modo, il didgeridoo fa riemergere sensazioni arcaiche e potentiParadossalmente, però, sembra di ascoltare anche l’ansare della moderna vita meccanica, il rumore sordo di motori. Proprio perché se ne ottengono sonorità molto particolari e uniche, negli ultimi anni il didgeridoo s’è molto diffuso anche in Occidente ed è sempre più utilizzato da gruppi musicali, artisti e ricercatori ed esecutori di musica etnica, in tutto il mondo. È una guida nei seminari e nelle cerimonie moderne dei ricercatori spirituali: il didgeridoo ha la straordinaria capacità di portare in una dimensione interiore con il suo suono ipnotico e ancestrale.

bibliografia: video/immagini tratte liberamente in rete e dai seguenti siti, oltre ad alcune note personali

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