Mi dissero della voce
e di quelle arrampicate di grattacielo,
dove il silenzio
vanta ancora la sua pena per un suono.

Di come un sussurro
s’intrattiene nel breve episodio dei volti
e che ancora esiste al di là del marciapiede.
Dove una sparuta increspatura di gente avanza,
precisa e instabile quanto la paura di passare.

Nell’attimo esatto di un fiore che avvizzisce,
mentre si dirada terminando il suo passo.
Un passo rimasto, intimamente mancato,
e che spesso accade.

Ho gli occhi intorno in questo cielo,
un’opaca vetrina che ama il grigio dei soffitti,
e mi sento un accostamento di realtà
luna e intervallo di panchine.

Perché non è definirsi strada
l’agitazione di un semplice stare:
a misura d’uomo ci si abitua spesso alle incursioni,
sempre ordinate, dell’abitudine.

Un’abitudine che prosegue lenta,
come un’amara permanenza di freddo.
E con tutto il mestiere che manca al rumore.

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