Le mie parole sono un soggetto debole
come la gente sofferente,
un segreto d’acqua e di memoria perduta,
lasciata senza essere toccata.

Le mie parole sono le tue. Quelle bianche
in punta di disegno
mentre assumi il silenzio dei passi.
O quel poco dei lampioni che allunga agguati
tra ombre e imbarazzo.

Stanno di voce alle albe differenti,
in un singolo respiro affollato
quando, con tremore, vanno in contrasto di vela.
Quasi fossero riparo del tempo o del vento in disuso.

E senza luogo di petto si addentrano
in questo caldo sonno, spianando.
Dentro scontrose interruzioni di pallide notti,
col cuore a finire. Dentro un covo di luna.

Un racconto di molo chiama un battito:
città che non fiorisce cambiando spine
cade al gioco dei gabbiani.

Le parole vivono e non lo sanno,
non mi ricordo nulla di loro.

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