Giappone 日本国 – cerimonie e tradizioni /2

Secondo capitolo dedicato alle tradizioni e alle cerimonie della cultura giapponese che inizia con la leggenda sulla nascita del Giappone.


Immagine correlataLa mitologia Giapponese narra che in principio nacquero in cielo tre divinità. Queste ebbero molti figli finché, alla settima generazione, nacquero Izanagi ed Izanami. Questi ultimi decisero di scendere sulla terra attraverso un ponte ancora oggi chiamato Amanohashidate (un cordone di sabbia in mezzo al mare coperto da una pineta visibile nella prefettura di Kyoto). Prima di scendere sulla terra però, non conoscendone la superficie, affondarono un’ alabarda per vedere se sotto di loro ci fosse terra o acqua. Ritirando l’alabarda verso di loro, caddero delle gocce d’ acqua e si creò la prima isola del Giappone, sulla quale scesero le due divinità, creando in seguito anche le altre isole. Izanagi ed Izanami divennero fratelli ed al contempo amanti e generarono numerose altre divinità, tra cui il dio del fuoco che finì per bruciare Izanami. Izanagi decise poi di andare a cercare la compagna perduta nel regno dei morti ma non la ritrovò mai più. Tornò allora sulla terra e, lavandosi il viso nel mare, creò numerose altre divinità tra cui la dea del sole Amaterasu (alla quale faranno riferimento gli Imperatori del Giappone come origine della loro stirpe) ed il dio delle tempeste Susanoh.

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In seguito Amaterasu, stanca di essere tormentata da suo fratello Susanoh, si nascose in una caverna ed il mondo sprofondò nell’ oscurità. Le altre divinità organizzarono una festa per indurla ad uscire dalla caverna, invitando dei galli per cantare la nuova alba. Tutte le divinità danzarono, bevvero sakè e si divertirono, mentre uno di loro si appostò all’ ingresso della caverna con uno specchio. Amaterasu, attratta dai suoni della festa, uscì dalla caverna e, guardandosi allo specchio, fu affascinata dalla sua stessa immagine, decidendo di tornare ad illuminare il mondo. Gli dei introdussero poi una corda nella caverna in modo che Amaterasu non potesse cambiare idea e tornare a nascondersi. Risultati immagini per Jimmu TennoQuesto è il motivo per cui nei santuari Shinto si vedono così spesso figure di galli e corde. Dopo questa vicenda, Amaterasu e Susanoh, tornati nel regno celeste, si riappacificarono ed ebbero dei figli, uno dei quali fu incaricato dai genitori di portare sul Giappone uno specchio, dei gioielli ed una spada: oggetti sacri appartenenti a queste divinità e diventati poi i simboli del Giappone imperiale. Il primo imperatore leggendario del Giappone fu Jimmu Tenno, nato da discendenti di queste divinità e fondatore del regno Yamato.


I torii, cancelli del mondo sacro 私は鳥居

Il torii è una tradizionale costruzione giapponese comunemente ritrovabile all’ingresso dei santuari shintoisti (sandō) dove marca simbolicamente la transizione da un luogo profano a uno sacro. Tali cancelli, dalla semplice struttura e dipinti di rosso vermiglione, venivano un tempo costruiti in legno o roccia, ma sono ogni visibili in alluminio, cemento e altri materiali. La loro apparizione in Giappone risale al 922, anno a cui risale il primo testo antico in cui sono menzionati, ma le loro origini sono ancora misteriose.

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Sulla loro provenienza esistono varie ipotesi: quella principale li fa risalire alle torana, porte esistenti in India e usati nei templi induisti. I torana sarebbero stati poi adottati dal Buddismo e successivamente importate in Giappone. Altri studiosi, invece, propendono per un’origine cinese, data la somiglianza coi i pailou cinesi, oppure coreana (la più accreditata). I hongsalmun coreani sono infatti simili in struttura e colore e, come i torii, sono posti in prossimità di località sacre per marcarne il confine. I sandō dedicati al dio Inari, molto numerosi in Giappone, hanno tipicamente un sentiero formato da centinaia di torii, donati da famiglie commerciali come offerta di gratitudine per il successo del business. Fushimi Inaritaisha a Kyoto ha addirittura migliaia di torii, ognuno dei quali porta il nome del donatore inscritto.

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Il torii più famoso del Giappone è sicuramente quello di Itsukushima, un santuario che si trova sull’isola di Miyajima, nella città di Hatsukaichi. Il sito è inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO nonché è tesoro nazionale e l’immagine del torii di fronte al Monte Misen è classificata come una delle Tre Vedute del Giappone (insieme alla lingua di sabbia di Amanohashidate e alla Baia di Matsushima).

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Il portale originale è stato eretto nel 593 e rinnovato nel 1168, ma la versione attuale è del 1875. Il torii è alto sedici metri ed è costruito in selezionatissimo legno di canfora. Con l’alta marea il portale sembra fluttuare sull’acqua, mentre con la bassa marea può essere raggiunto a piedi dall’isola. È un’usanza comune per i visitatori inserire monete nelle crepe dei pilastri del torii esprimendo un desiderio; altra abitudine degli abitanti del luogo è riunirsi alla bassa marea per raccogliere i crostacei attaccati alla base del torii stesso, che di notte viene illuminato, donando un’atmosfera ancor più suggestiva.

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Il santuario di Itsukushima è dedicato alle tre figlie di Susano-o no Mikoto, la divinità shinto dei mari e delle tempeste e fratello di Amatarasu, dio che tutela la Casa Imperiale. L’intera isola è da sempre considerata sacra e, in modo da mantenerne la purezza, nella storia la gente comune non è mai stata autorizzata a metterci piede. Per dare la possibilità ai pellegrini di approcciarla, fu costruito il torii galleggiante, attraverso il quale essi dovevano passare con le lorobarche. Per il mantenimento della purezza del santuario fin dal 1878 morti e nascite non sono state autorizzate sull’isola. Ancor oggi donne incinte, anziani e malati terminali devono allontanarsi e raggiungere la terra ferma.

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Wabi-sabi 侘寂

Immagine correlataIl Wabi-sabi costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose. L’espressione deriva da due caratteri 侘 (wabi) e 寂 (sabi). Tale visione, talvolta descritta come “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” deriva dalla dottrina buddhista dell’anitya (sanscrito, giapp. 無常 mujō; impermanenza). Secondo Koren, il wabi-sabi è la più evidente e particolare caratteristica di ciò che consideriamo come tradizionale bellezza giapponese dove “occupa all’incirca lo stesso posto dei valori estetici come accade per gli ideali di bellezza e perfezione dell’Antica Grecia in Occidente”. Andrew Juniper afferma che “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi”. Richard R. Powell riassume dicendo “(il wabi-sabi) nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

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Le parole wabi e sabi non si traducono facilmente. Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava “freddo”, “povero” o “appassito”. Verso il XIV secolo questi significati iniziarono a mutare, assumendo connotazioni più positive. Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto. Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.

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Sia wabi che sabi suggeriscono sentimenti di desolazione e solitudine. Nella visione dell’universo secondo il Buddhismo Mahayana, questi possono essere visti come caratteristiche positive, che rappresentano la liberazione dal mondo materiale e la trascendenza verso una vita più semplice. La filosofia mahayana stessa, comunque, avverte che la comprensione genuina non può essere raggiunta attraverso le parole o il linguaggio, per questo l’accettazione del wabi-sabi in termini non verbali può costituire l’approccio più giusto.

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I concetti di wabi e sabi sono originariamente religiosi, ma l’uso che si fa attualmente di queste parole in giapponese è spesso abbastanza causale. In ciò si può notare la natura sincretica dei sistemi di credenze giapponesi. Una traduzione molto semplice di wabi-sabi potrebbe essere bellezza triste. Altra interpretazione possibile è “bellezza austera e, quasi malinconicamente, chiusa in sé”.

Wabi-sabi nell’arte giapponese わび・さび

Molte arti giapponesi negli scorsi millenni sono state influenzate dallo Zen e dalla filosofia Mahayana, in particolare la contemplazione dell’imperfezione, il flusso costante e l’impermanenza di tutte le cose. Tali arti possono essere esempio di un’estetica wabi-sabi. Eccone una lista incompleta:

  • la casa tradizionale giapponese
  • Ikebana (disposizione dei fiori)
  • giardino giapponese
  • bonsai (giardini in vaso)

La casa tradizionale giapponese 伝統的な日本家屋

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La casa tradizionale giapponese è costruita per adattarsi al clima caldo della regione: le pareti esterne sono infatti costituite da pannelli scorrevoli che permettono di aerare i locali. Lo spazio interno è caratterizzato da una grande flessibilità; anche le pareti interne sono scorrevoli, permettendo di trasformare lo spazio in base alle esigenze ed agli orari. La sera i materassi futon e le trapunte vengono srotolati per preparare il letto e al mattino vengono riposti in appositi armadi, per preparare lo spazio alla vita giornaliera. Il legno è il materiale impiegato maggiormente, insieme a pietre e mattoni usati per le fondamenta. La religione shintoista insegna infatti il pieno rispetto della natura e dell’ambiente, dogma seguito alla lettera nella costruzione delle dimore, che sono infatti ecologiche ed interamente riciclabili. Il rapporto speciale con la natura è inoltre visibile nella cura dedicata al giardino che è spesso la parte migliore della casa. Gli shoji, i pannelli mobili che formano le pareti interne ed esterne, vengono rimossi in estate per far entrare la brezza e godere della vista del giardino, creando con esso un rapporto di intimità e di vicinanza con la natura e le stagioni. L’engawa, una specie di veranda con tetto spiovente, unisce lo spazio interno a quello esterno, filtrando inoltre la luce naturale all’interno oltre che a riparare dalla pioggia.

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L´interno dell´abitazione è concepito per integrarsi con l’ambiente in piena armonia ed equilibrio, in accordanza con gli insegnamenti derivanti dai monaci del Buddhismo zen. Gli ambienti sembrano parlare allo spirito e infondere attraverso il ritmo delle superfici verticali e orizzontali accostati a materiali e colori naturali. Minimalismo e semplicità sono alla base di questa armonia, al fine di eliminare tutto ciò che non è essenziale in omaggio alla bellezza delle cose umili, poco appariscenti e modeste. Tutte le misure dell’abitazione sono standardizzate in accordanza con il modulo del tatami, le stuoie che ricoprono il pavimento, le quali misurano 90cm x 180 cm, misura considerata adeguata per il giaciglio di una persona giapponese. Si avrà quindi ad esempio l’altezza delle porte scorrevoli in carta, fusuma, di 180 cm, la larghezza di un pilastro strutturale di un decimo di 90cm e così via. Si può quindi concludere che le misure della casa siano direttamente derivanti dalle dimensioni del corpo umano. Molte case giapponesi hanno un´area riservata alla cerimonia del tè, solitamente nei giardini, in una zona in cui viene ricercata un´atmosfera armoniosa ottenuta tramite l’uso di materiali naturali e un’accurata scelta di mobili ed utensili.

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Altri elementi della casa giapponese sono l’irori, cioè il cuore della casa che si usa anche per cucinare; il doma, cioè l’ingresso con pavimento di terra dove si lasciano le scarpe prima di raggiungere il pavimento in legno; il tokonoma, un´alcova posta in una stanza cerimoniale con pavimento in legno leggermente rialzato, utilizzata per dipinti, fiori o ceramiche; l´altare buddhista domestico, presente in molte case spesso insieme a un altare shintoista.


Ikebana 生け花 o いけばな

Ikebana è un termine giapponese che si riferisce all’arte della disposizione dei fiori recisi, anticamente conosciuta come kadō (華道 o 花道). La traduzione letterale della parola ikebana è “fiori viventi”[1], ma l’arte dei fiori può essere anche indicata come Kadō, cioè “via dei fiori”, intendendo cammino di elevazione spirituale secondo i principi dello Zen.

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L’Ikebana è un’arte molto antica. Ebbe origine in Oriente (India, Cina), ma solo nel complesso artistico e religioso del Giappone trovò terreno fertile per il proprio sviluppo trasformandosi, da iniziale offerta agli dei, in una multiforme espressione artistica. Le origini risalgono al VI secolo d.C., al periodo in cui il buddhismo, attraverso la Cina e la Corea, penetrò nell’arcipelago nipponico introducendovi, fra le altre, l’usanza delle offerte floreali votive.

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In origine l’arte dei fiori era praticata solamente da nobili e monaci buddhisti, le classi elevate del Giappone; solo molto più tardi si diffuse in tutti i ceti, diventando popolare con il nome di Ikebana.

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Il primo stile, piuttosto elaborato, fu il Rikka, che nella composizione comprendeva la presenza di sette elementi: i tre rami principali e i quattro secondari. In seguito fu elaborato uno stile più semplice, il Nageire, al quale seguì il Seika, un Rikka semplificato, meno austero del Nageire. In epoca moderna ogni scuola adottò un proprio stile personale e si cominciarono ad usare anche vasi bassi dal bordo poco elevato, e sassi, rami secchi ed altri materiali naturali.

Risultati immagini per IkebanaTutti gli elementi utilizzati nella costruzione dell’ikebana devono essere strettamente di natura organica, siano essi rami, foglie, erbe, o fiori. Nelle composizioni dell’Ikebana rami e fiori sono disposti secondo un sistema ternario, quasi sempre a formare un triangolo. Il ramo più lungo, più importante, è considerato qualche cosa che si avvicina al cielo, il ramo più corto rappresenta la terra e il ramo intermedio l’uomo. Così come queste tre forze si devono armonizzare per formare l’universo, anche i fiori e i rami si devono equilibrare nello spazio senza alcuno sforzo apparente. Le scuole più famose, ognuna col proprio stile, sono: Ikenobo, Ohara, Sogetsu

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Un capitolo a parte è costituito dalle composizioni che vengono preparate per la Cerimonia del tè o Cha no yu, che sono di solito di dimensioni molto contenute e vengono designate come chabana, cioè fiori per il tè.


Il giardino giapponese 日本庭園

Il giardino giapponese (nihon teien) è un giardino tradizionale che crea paesaggi ideali in miniatura, spesso in un modo altamente astratto e stilizzato. I giardini degli imperatori e nobili sono stati progettati per la ricreazione e il piacere estetico, mentre i giardini di templi buddisti sono stati progettati per la contemplazione e la meditazione.

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I principali stili di giardini giapponesi sono:

karesansui, giardini di roccia giapponesi o giardini zen, dove si medita, dove la sabbia bianca sostituisce acqua;
roji, semplici, giardini rustici con case da tè, dove si svolge la cerimonia del cha no yu (the giapponese);
kaiyu-shiki-teien, dove il visitatore può seguire un percorso intorno ad esso per vedere paesaggi accuratamente composti;
tsubo-niwa, piccoli giardini situati in cortile.

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Per secoli i giardini giapponesi si sono sviluppati sotto l’influenza dei giardini cinesi, ma a poco a poco i progettisti di giardini giapponesi cominciarono a sviluppare i loro stili, basati su materiali della cultura giapponese. Durante il periodo Edo, dal XVII al XIX secolo, il giardino giapponese raggiunge il suo massimo livello e cristallizzò le sue forme in aspetti distinti. Successivamente, dalla fine del XIX secolo, i giardini giapponesi hanno iniziato a modellarsi fondendosi con le impostazioni occidentali.

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I giardini giapponesi sono nati sull’isola di Honshu, la grande isola centrale del Giappone. Nel loro aspetto fisico sono stati influenzati dalle caratteristiche distintive del paesaggio Honshu; aspre cime vulcaniche, valli strette e ruscelli impetuosi, cascate, laghi e spiagge pietrose. Sono stati anche influenzati dalla ricca varietà di fiori e diverse specie di alberi, sempreverdi in particolare, e dalle quattro stagioni ben distinte in Giappone: estati calde e umide e inverni nevosi.

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I giardini giapponesi hanno le loro radici nella religione dello shintoismo giapponese, con la storia della creazione di otto isole perfette, e degli Shinchi, i laghi degli dei. Preistorici santuari shintoisti per i kami, gli dei e gli spiriti, si trovano sulle spiagge e nelle foreste in tutta l’isola. A volte hanno preso l’insolita forma di rocce o alberi, che sono stati contrassegnati con corde di fibra di riso, e circondati da pietre o ciottoli bianchi, simbolo di purezza. Il cortile di ghiaia bianca è diventato un tratto distintivo dei santuari shintoisti, palazzi imperiali, templi buddisti e giardini zen.

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I giardini giapponesi sono stati anche fortemente influenzati dalla filosofia cinese del buddhismo, il buddismo e induismo, importato dalla Cina nel 552 d.C. circa. Alcune leggende parlano di cinque isole montuose abitate dagli Otto Immortali, che vivevano in perfetta armonia con la natura. Ogni essere immortale volò dalla sua casa di montagna sul retro di una gru. Le isole stesse si trovavano sul retro di una tartaruga marina enorme. In Giappone, le cinque isole della leggenda cinese sono diventate una sola, chiamata Horai-zen, o Monte Horai. Le repliche di questa montagna leggendaria, simbolo di un mondo perfetto, sono una caratteristica comune dei giardini giapponesi, come lo sono le rocce che rappresentano tartarughe e gru.

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I primi giardini giapponesi furono quelli per il piacere degli imperatori giapponesi e dei nobili. Sono citati in diversi brevi passaggi di Nihon Shoki, la prima cronaca della storia giapponese, pubblicato nel 720 d.C.. Nella primavera dell’anno 74 d.C., la cronaca ha registrato: “L’imperatore Keiko ha fatto mettere alcune carpe in uno stagno, felice di vederle al mattino e alla sera “. L’anno successivo, fu scritto: “L’imperatore ha fatto mettere una barca a doppio scafo nello stagno di Ijishi a Ihare, e se ne andò a bordo con la sua concubina imperiale, e banchettavano sontuosamente insieme”. E nel 486, “L’imperatore Kenzo andò in giardino e banchettò a bordo di una barca in un ruscello”

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Bonsai 盆栽

I bonsai sono alberi in miniatura, che vengono mantenuti intenzionalmente nani, anche per molti anni, tramite potatura e riduzione delle radici. Con questa particolare tecnica di coltivazione si indirizza la pianta, durante il processo di crescita, ad assumere le forme e dimensioni volute, anche con l’utilizzo di fili metallici guida, pur rispettandone completamente l’equilibrio vegetativo e funzionale.

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“Bonsai” è la lettura giapponese dei due kanji 盆栽: il primo (bon) significa “bacinella”, “ciotola”, mentre il secondo (sai) significa “piantare”.

L’arte giapponese dei bonsai si è originata da quella cinese del penzai (o penjing). A partire dal secolo VI, l’organico dell’ambasciata e gli studenti buddisti giapponesi ritornarono dalla Cina con dei vasi. Almeno 17 missioni diplomatiche sono state mandate dal Giappone alla corte Tang dal 603 all’839.

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La tecnica bonsai, nata in Cina e modificata in Giappone applicando alle piante coltivate i canoni della propria estetica influenzata dallo Zen, è legata a quello che gli Orientali chiamano seishi: l’arte di dare una forma, di coltivare, il praticare le tecniche più svariate sempre nel rispetto della pianta. I bonsai sono dunque natura viva, piccoli alberi che malgrado le dimensioni contenute esprimono tutta l’energia che è racchiusa in una pianta grande.

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Si parla di arte bonsai, in quanto fare bonsai è un’arte che comporta svariate conoscenze, sia nel campo generale della botanica, che in quello più particolare delle tecniche bonsaistiche. Tutte queste conoscenze vengono applicate per coltivare una pianta che rispetti determinati canoni estetici. Questi alberi in vaso possono essere paragonati a normali piante che sono state “semplicemente” coltivate in maniera migliore ovvero con cure e attenzioni delle quali generalmente altre piante non necessitano. Per rendere la pianta nel suo complesso più forte e adatta a sopravvivere in spazi ristretti, si procede alla potatura delle radici fittonanti (quelle che penetrano in profondità nel terreno), al rinvaso periodico e ad adeguate potature dei rami.

I bonsai, sia come senso estetico naturale sia come la filosofia orientale suggerisce, devono seguire degli stili ben precisi accomunati dalla conicità del tronco, dalla dimensione ridotta delle foglie e soprattutto dalla naturalezza della pianta stessa, che nel suo insieme (vaso compreso) ha lo scopo di riprodurre la natura in piccole dimensioni.

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È importante che un bonsai evochi in chi lo guarda una sensazione di forza, maturità e, soprattutto, di profonda pace e serenità. Un altro aspetto interessante è che si tratta di un’opera d’arte mai finita: la pianta continua a crescere e modificarsi, bisogna quindi accudirla sempre.

Gli orientali definiscono il bonsai come l’unione della natura con l’arte, così come il teatro Nō e la danza classica sono per i giapponesi la sintesi di musica e storia. A differenza dell’Ikebana, l’arte di comporre i fiori, il bonsai non si può insegnare con formule esatte o regole matematiche, ma con i comuni principi di botanica, senso estetico e una buona dose di pazienza. Per esigenze didattiche i maestri giapponesi hanno stabilito regole e principi di bellezza che hanno permesso ai neofiti di seguire un percorso preciso e facilitato per creare un bonsai. Come in ogni arte esistono veri e propri capolavori, anche plurisecolari e dal valore inestimabile; a differenza di altre attività artistiche, nell’arte Bonsai il soggetto è in continua (e lenta) evoluzione. Oltretutto nel caso di Bonsai famosi, sulla stessa pianta, nel corso del tempo, intervengono diversi maestri e collezionisti, rendendo l’opera indipendente dall’artista che l’ha creata (o raccolta).

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Per valutare un bonsai si devono prendere in considerazione i cinque punti fondamentali attraverso i quali si esprime tutta la sua bellezza e la sua armonia.

Apparato radicale di un bonsai 盆栽のラジカル装置
Le radici devono disporsi possibilmente a raggiera, deve essere visibile la parte di radici che penetra nel terreno, in modo da dare il più possibile la sensazione di forza e stabilità della pianta.

Tronco トランク
Il tronco deve avere, a seconda degli stili, andamento eretto o sinuoso. La base (piede) deve essere di buon diametro per poi assottigliarsi gradualmente nella zona apicale. Molto importante è la presenza di una corteccia “vecchia” che conferisce al bonsai un aspetto vetusto. In genere il tronco, in un bonsai apprezzabile, resta visibile per circa due terzi della sua lunghezza totale. Fondamentale, in alcune piante come le conifere, è la presenza di shari, sabamiki e jin, cioè ferite della corteccia e dei rami che mettono a nudo il legno, dando alla pianta un aspetto ancora più vissuto.

Rami 支店
Per la formazione della chioma la miglior disposizione da dare ai rami è quella in cui i più grossi, ramificazione primaria, si espandono verso i lati e il retro per dare profondità e tridimensionalità e i più piccoli, ramificazione secondaria e terziaria verso la parte frontale, posteriore e superiore per creare i “palchi”. Fatti salvi casi particolari non sono ammessi rami che partono frontalmente verso l’osservatore. La forma della chioma e dei singoli palchi deve essere riconducibile a un triangolo.

Foglie 葉
Le foglie vengono mantenute piccole somministrando correttamente l’acqua e i fertilizzanti e praticando al momento giusto, solo su piante sane e vigorose, sia la pinzatura degli apici che la defogliazione, che consiste nell’eliminazione parziale o totale delle foglie, in modo da permettere alla pianta di emetterne di nuove più piccole.

Apice アーピチェ
L’apice, ovvero la porzione terminale del bonsai, deve mostrare vitalità, in quanto simbolo di vita. I bonsai che presentano l’apice spezzato o inesistente, non hanno pregio. Diversamente, se nella zona apicale sono presenti jin (legna secca) segni di lunga vita, il bonsai è apprezzato in quanto è ritenuto un triste tocco di natura austera.

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*bibliografia : note e immagini tratte dalla rete e raccordate da alcune considerazioni personali, in particolare da

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10 pensieri su “Giappone 日本国 – cerimonie e tradizioni /2

  1. la cosa che colpisce di questo post, oltre alle mille tradizioni della loro cultura, sono le spettacolari immagini. La fioritura dei ciliegi in primavera e i colori accesi dell’autunno penso siano le immagini che più riconduciamo alla meraviglia del loro territorio. Anche le case, così particolari, così ricche dentro e fuori, sono altri elementi di grande fascino che non passano inosservati.
    Sempre interessanti le tue pagine culturali.

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