E con questa terza puntata chiudo la lunga parentesi dedicata alle tradizioni e cerimonie del Giappone. Sperando di non avervi annoiato! Buona lettura


L’arte del tatuaggio tradizionale giapponese タトゥ

L’origine dei tatuaggi giapponesi affonda le sue radici nell’antichità, facendo essi la loro prima apparizione già nel Periodo Yayoi (300 AC–300 DC). Alcuni credono addirittura che i ricami visibili sul vasellame tipico del precedente periodo Jomon (circa 10.000 AC) siano raffigurazioni di tatuaggi. Dal Periodo Kofun (300–600 AC) i tatuaggi iniziarono ad avere una connotazione negativa, in quanto venivano riservati ai criminali come punizione, attraverso marchi permanenti sulla fronte e sulle braccia (bokukei). Fu durante il Periodo di Edo (1600 – 1868 DC) che il tatuaggio decorativo entrò a far parte della categoria delle arti giapponesi così come è conosciuto oggi.

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Impeto al fiorire di questa arte fu dato dallo sviluppo  della xilografia, la stampa in serie attraverso matrici in legno e la divulgazione della novella cinese Suikoden: storia di coraggio e ribellione illustrata da ricche stampe raffiguranti uomini intenti in gesta eroiche, con i loro corpi decorati di dragoni, fiori, tigri feroci ed immagini religiose. L’enorme successo della novella fece sì che la richiesta per tattoo simili a quelli degli eroi delle illustrazioni si impennasse. Fu così che gli artisti della xilografia iniziarono a tatuare le persone, usando spesso gli stessi strumenti impiegati per creare le loro stampe sui blocchi di legno! Uno speciale inchiostro veniva usato, chiamato Nara, il quale da nero diventava blu-verde sotto la pelle.

Irezumi è il termine giapponese che definisce l’inserimento di inchiostro sotto la pelle che lascia un segno permanente.

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Fu durante il Periodo Meiji quando il governo giapponese voleva proteggere l’immagine della nazione agli occhi dell’Occidente, che agli irezumi fu nuovamente attribuita una connotazione negativa, legata alla criminalità. Erano invece proprio gli stranieri ad essere affascinati da questa arte e a viaggiare in Giappone per impararla dagli abilissimi tatuatori. Perciò l’arte del tatuaggio tradizionale giapponese continuò a crescere in quella che oggi potrebbe essere chiamata arte underground.

Dopo la II Guerra Mondiale, il tatuaggio tornò ad essere legale. Per molti anni fu però associato con la mafia giapponese, la yakuza, i cui membri sono dotati di tatuaggi che ricoprono ampie parti del corpo.

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L’arte del tatuaggio ha infatti giocato un ruolo principale nella fondazione di questo clan malavitoso. Gli individui marcati sulle braccia ogni volta che commettevano un crimine (in genere con un anello nero) cominciarono infatti ad essere visti dal resto della popolazione come figure da emarginare dalla società. Questo li portò a unirsi e a formare il gruppo di crimine organizzato che esiste ancora oggi. Essendo i tatuaggi punitivi una fonte di vergogna per questi soggetti, stampati a vita per i crimini da loro commessi, decisero quindi di coprirli creando tatuaggi decorativi attorno ai marchi di criminale. Così nasceva la cultura dei tatuaggi yakuza.

Ancora oggi in Giappone alcuni luoghi pubblici come bagni e terme vietano l’ingresso a chiunque abbia tatuaggi sul proprio corpo; chi ha tatuaggi tende perciò a portarli in segreto. A questo scopo, esiste una tradizionale “tuta” tatuata che ricopre braccia, schiena, gambe e petto, ma che lascia una parte pulita al centro del petto, permettendo di indossare camicie senza mostrare il tatuaggio.

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Le principali Arti Marziali giapponesi 武道

Le Arti Marziali giapponesi rappresentavano le tecniche di allenamento al combattimento dei samurai nel Giappone del Medioevo. Il termine “marziale” significa infatti combattere o lottare. Importate originariamente in Giappone dalla Cina, tali pratiche sono state affinate fino a dare vita a nuove scuole. Sebbene sia impossibile in questa sede enumerare tutti i possibili stili, possiamo fare una suddivisione generale che comprende cinque arti di combattimento principali: Kendo, Karate, Aikido, Juijutsu, Judo.

Kendo:(剣道) stile di scherma che si ispira alle tecniche di combattimento con la spada degli antichi samurai. Il nome in giapponese significa infatti ”via della spada”. Nel XVIII secolo la shinai, una spada di bambù, venne sostituita alla spada per consentire un combattimento realistico, senza rischio di ferite. Tale shinai varia oggi dai 110 ai 118 cm di lunghezza ed è in bambù stagionato. Deve essere tenuta solitamente con entrambe le mani. I combattimenti di Kendo si svolgono in uno spazio quadrato tra i 9 e gli 11 metri. I combattenti indossano l’Uwagi tradizionale (la giacca), la hakama (gonna lunga), il do (corpetto), la Tara (protettore della vita), la maschera e i kote (guanti imbottiti). Le uniche zone che è consentito di colpire per avere dei punti sono i lati o la parte superiore della testa, i lati del polso, del tronco e alla gola.

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Aikido: (合気道) tradotto in ”armonia spirituale”, lo scopo finale è il raggiungimento della completa tranquillità mentale che porta al controllo del corpo per sconfiggere l’avversario. Oltre ad utilizzare la pressione sui centri nervosi vitali, il combattente deve essere in grado di trasformare la forza dell’avversario in un attacco contro sé stesso. Alcune mosse possono essere fatali, anche se questa pratica nasce originariamente con lo scopo di soggiogare più che uccidere.

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Karate-Do: (空手道) dal giapponese ”via della mano vuota”, cioè una pratica di combattimento a corpo libero che prevede l’uso di pugni, calci con relativa difesa con braccia e gambe. Mani, piedi, avambracci, ginocchia e gomiti vengono allenati e  induriti attraverso allenamenti su tavole di legno di pino dato e saranno poi le armi con cui sferrare i colpi durante il combattimento. Come altre discipline marziali giapponesi, il Karate si basa sulla concentrazione, sui rituali di cortesia e su svariati metodi di combattimento, che variano a seconda del colore della cintura. Per questo non solo la tattica e la sincronizzazione e la prestanza fisica del corpo sono importanti, ma lo è anche lo spirito del combattente.

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Jiu-Jitsu: (柔術) nonostante sia basato sull’annientamento del nemico, il termine può comunque essere tradotto in ”arte gentile”. Si basa su tecniche di immobilizzazione dell’avversario, utilizzando proprio la sua stessa forza riversata su sé stesso, incanalandola in movimenti circolari. Il combattente deve essere in grado di valutare la forza di attacco, facendo un uso minimo della sua forza per conquistare il nemico.

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Judo: (柔道) in cinese significa ”in modo gentile” ed è un combattimento a mani nude. Oggi è uno sport (fu incluso tra i Giochi Olimpici di Tokyo 1964), era in origine uno stile del Jiu-Jitsu giapponese. L’obiettivo finale é quello di annientare l’avversario attraverso prese alle braccia o al collo, sfruttando la forza dell’avversario a proprio vantaggio, piuttosto che opporsi. Gli allievi indossano cinture che indicano il livello di apprendimento, da bianche per i novizi alle nere per i maestri, mentre l’uniforme (judogi) è formata da giacca e pantaloni di tela bianca.

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Sumo: (相撲) lett. “strattonarsi”, è una forma di lotta corpo a corpo nella quale due sfidanti si affrontano con lo scopo di atterrare o estromettere l’avversario dalla zona di combattimento detta dohyo. Il sumo è lo sport nazionale del Giappone. Le origini del sumo risalgono agli inizi del VI secolo, sviluppatosi dalle radici degli antichi riti religiosi scintoisti e dalle preghiere in richiesta di raccolti abbondanti. Due lottatori esclusivamente maschi e con un fisico imponente, detti rikishi, si affrontano in una zona di combattimento detta dohyo. I lottatori sono organizzati in una graduatoria generale detta banzuke secondo principi di capacità e forza e non in categorie di peso. Caratteristica distintiva dei lottatori di sumo è l’indossare quale capo di abbigliamento un particolare perizoma detto mawashi e acconciare i loro capelli con una particolare crocchia detta oi-cho mage. Lo scopo dell’incontro è atterrare l’avversario o spingerlo fuori dal dohyo.

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Kyudo: (弓道), letteralmente la via dell’arco, è un’arte marziale giapponese. Una delle caratteristiche peculiari dell’arcieria giapponese è la tipologia dell’arco utilizzato, lo Yumi, che presenta una forma asimmetrica in cui la parte superiore rispetto all’impugnatura è più lunga della parte inferiore. Conosciuta prima come kyujutsu e solo più tardi come kyudo, l’arte era pienamente sviluppata con un complesso sistema di pratiche e di tecniche, una varietà inizialmente ampia di stili, che in seguito si ridusse a pochi stili principali che differivano fra loro prevalentemente in base alla provenienza regionale, al collegamento con uno specifico orientamento filosofico-religioso e ad una maggiore enfasi posta su alcuni aspetti del tiro.

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Nel Giappone feudale, i campi per il tiro con l’arco, all’aperto od al chiuso per l’esercitazione al bersaglio, si trovavano nella casa centrale di tutti i più importanti clan militari. Oggi si pratica in specifici dojo, per il tiro a 28 metri, perlopiù inseriti in club o strutture scolastiche. L’abilità dimostrata dai guerrieri nell’uso di un certo arco indusse gli storici cinesi a chiamare i giapponesi “il popolo del lungo arco”. Si trattava dell’arco da guerra per eccellenza, il daikyu, usato dai guerrieri a cavallo o a piedi. Aveva una lunghezza che andava dai due metri e venti ai due e quaranta, ma ve n’erano anche di lunghi due metri e settanta. Come in ogni arte tradizionale, la praticità funzionale del tiro con l’arco giapponese, così come storicamente espressa nel suo uso militare, è perfettamente integrato con le sue valenze estetiche, rituali, simboliche e sapienziali.

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I samurai サムライ

I Samurai giapponesi furono senza dubbio tra i più grandi combattenti della storia moderna. La loro casta, quella dei guerrieri, era una delle due classi dell’aristocrazia giapponese. Il loro nome è considerato come derivante dal verbo “saburau” che significa letteralmente “colui che serve. Un altro termine con cui i samurai erano definiti era bushi, da “bu” che significa marziale e “shi”, l’unione tra il tratto basso orizzontale che indica il numero 1 e la croce il 10: l’unione di questi due segni rappresenta la conoscenza. Il samurai è perciò considerato come colui che discerne tutto, l’illuminato. I samurai vivevano la loro intera vita secondo il Codice Bushidō, il codice d’onore del samurai. Ispirato ai principi del buddhismo e del confucianesimo adattati alla casta dei guerrieri, il Bushidō esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, gustizia, pietà, dovere e onore che dovevano essere perseguiti fino alla morte.

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Nel Giappone feudale, il Paese era interamente comandato dai Daimyō, che servivano a loro volta l’Imperatore. Il Daimyō, capofamiglia di un clan, era la carica feudale più importante tra il XII secolo e il XIX secolo. Dopo la Restaurazione Meiji nel 1869 i Daimyō si unirono alla nobilta’ (ôkuge) per formare un unico gruppo aristocratico: il ôkazoku. Il termine Daimyō letteralmente si traduce dal ôgiapponese: “grande nome”. Ogni  Daimyō aveva un codice di comportamento scritto per i samurai che servivano sotto il suo potere. Tali scritti sono tutt’oggi utili per approfondire la conoscenza delle priorità individuali di alcuni Daimyō circa il comportamento all’interno dei loro clan. Ogni samurai era educato fin dalla nascita a divenire un’unità altamente qualificata per la battaglia: doveva diventare un abile cultore delle arti marziali, saper maneggiare con destrezza l’arco, le frecce e la spada e saper cavalcare con dimestichezza.

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All’affinamento delle doti fisiche dovevano inoltre aggiungersi l’insegnamento della cultura, delle arti e del comportamento sociale. Essere un samurai significava dedicare la propria vita al servizio dell’imperatore e del proprio leader, il Daimyō, in vista del conseguimento degli obiettivi di quest’ultimo nel corso della sua vita. Il samurai era onesto ed estremamente affidabile, viveva una vita frugale, senza interesse per le ricchezze ed i beni materiali, ma piuttosto per l’onore e l’orgoglio. Egli non temeva la morte e si buttava nella battaglia a prescindere dalle possibilità di uscirne vincente. Morire in battaglia avrebbe infatti portato onore alla famiglia e al suo signore.

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Normalmente la battaglia avveniva come uno scontro uno-contro-uno, al termine del quale il vincente avrebbe tagliato la testa all’altro e l’avrebbe portata con sé come prova della sua vittoria. Le teste di generali e di persone dall’alto rango venivano messe in mostra nelle città.

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L’unico altro modo di uscire perdenti da una battaglia era per morte auto-inflitta nella cerimonia rituale chiamata Seppuku (o Hara-kiri): il samurai doveva squarciare il suo stesso ventre con il suo wakizashi, il coltello con la lama più corta tra i due che posseduti e tagliare le sue interiora. A ciò sarebbe seguito un lento dissanguamento prima della morte. Arrivato all’ultimo stadio, seguiva la decapitazione con la katana ad opera di un amico samurai. Questa forma di suicidio era messa in atto in varie circostanze: per evitare la cattura da parte del nemico (e possibile tortura), per rimediare a un misfatto del samurai stesso o del suo signore. Un samurai avrebbe preferito uccidersi piuttosto che portare vergogna e disgrazia alla sua famiglia ed al suo signore. Il Seppuku era perciò considerato un atto di altissimo onore.


La storia dei 47 Ronin 浪人 

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Parlando di samurai giapponesi, non si può certo fare a meno di menzionare la storia dei 47 Ronin, una delle più celebrate storie di questi guerrieri. Tale popolarità e valore sono da attribuirsi al fatto che la vicenda accadde quando la classe dei samurai attraversava un periodo difficile, in cui non trovava dei punti fermi, delle guide adatte e non trovava più quella funzione sociale un tempo a essa attribuita. Si può dire che tutto ebbe inizio con gli insegnamenti di Yamaga Soko, influente teorico che scrisse numerosi lavori sullo spirito del guerriero e sul suo significato per i samurai. SUZUKI_Swift_ShortArticles_2012_july_ronin_03.jpgI suoi scritti ispirarono Ôishi Kuranosuke Yoshio, un samurai al servizio di Asano Takumi no kami Naganori (1667-1701), che guidava un ramo della potentissima famiglia Asano. Lord Asano fu scelto dallo shogun, Tokugawa Tsunayoshi, per essere uno dei daimyo incaricati di intrattenere gli inviati della famiglia imperiale. Per assisterlo nel suo compito, il più alto maestro del protocollo di comportamento del Bakufu (governo dello shogun), Kira Kozukenosuke Yoshinaka (1641-1702), fu ingaggiato per insegnargli tutte le questioni di etichetta. Kira intendeva però essere pagato per i suoi servizi, che invece Asano pensava essergli dovuti. Tra i due quindi iniziarono a crescere le amarezze e Kira faceva di tutto per imbarazzare il suo studente, finché un giorno un loro litigio in seguito a degli insulti di Kira al palazzo dello shogun sfociò in una vera e propria rissa, in cui Asano sfoderò la sua spada e la puntò contro Kira, ferendolo solo lievemente. Asano fu subito confinato ad una cella. Colpire un altro uomo in un momento di rabbia era altamente proibito dalla legge; farlo proprio nel palazzo dello shogun era oltremodo impensabile! Asano non si sforzò molto nello spiegare i motivi delle sue azioni all’o-metsuke, colui che portò avanti le investigazioni sul caso, ma ammise invece la sua insoddisfazione per non aver ucciso Kira. Chiusa l’investigazione, lo shogunato decretò una sentenza di morte per Asano, il quale avrebbe dovuto squarciare la sua stessa pancia, col il rito suicidale del seppuku. Inoltre i suoi beni sarebbero stati confiscati e il fratello messo sotto arresto. Quando la notizia giunse al castello di Asano, i suoi sostenitori iniziarono a discutere animatamente sul da farsi. Qualcuno era d’accordo sul lasciare il castello, diventare ronin (samurai senza padrone) e accettare la sentenza senza opporre resistenza, altri volevano intraprendere una battaglia col governo per difendere il podere. L’opinione di Ôishi Kuranosuke fu quella che prevalse: lasciare il castello in maniera pacifica e aiutare la famiglia Asano a ristabilirsi ma, allo stesso tempo, preparare la vendetta verso Kira. Kira si aspettava una vendetta e aveva intanto aumentato la sua guardia personale e misure di sicurezza.Il piano di Oishi fu in primo luogo di placare ogni sospetto prendendo tutto il tempo necessario in attesa del momento giusto. Per questo scopo finale i 59 ronin che aderirono al piano di Oishi nascosero le loro armi e le armature prima di disperdersi ostentatamente, alcuni cercando lavoro mentre altri, tra i quali lo stesso Oishi, abbandonandosi a vita randagia come se avessero perso ogni speranza per il loro futuro. SUZUKI_Swift_ShortArticles_2012_july_ronin_07.jpgOishi abbandonò la moglie e la famiglia e cominciò a frequentare le case malfamate di Edo, gozzovigliando in compagnia di prostitute e facendosi coinvolgere in risse tra ubriachi. In un’occasione, un samurai di Satsuma incrociò Oishi ubriaco in strada e gli sputò addosso dicendogli che non era più un vero samurai. Valutate tutte queste cose, Kira cominciò a pensare di non essere in pericolo e nel corso di un anno rilassò la guardia. Fu a questo punto che i ronin colpirono. 47 di loro si riunirono il 14 dicembre del 1702 (12 avevano ceduto ed erano tornati alle loro famiglie) e, dopo aver recuperato dal nascondiglio armi ed armature, si prepararono a cogliere la loro vendetta in quella stessa notte nevosa. Giunti al palazzo di Kira, in Edo, si divisero in due gruppi ed attaccarono senza alcun indugio. Il primo gruppo scavalcando la recinzione sul lato posteriore del palazzo mentre il secondo forzava l’ingresso principale abbattendone il cancello con un maglio. I 61 samurai di Kira furono presi completamente di sorpresa, risposero con spirito e tentarono di resistere, ma furono letteralmente travolti, molti perirono o furono seriamente feriti, mentre solo uno dei ronin perse la vita nell’attacco. Kira fu scovato nascosto in un ripostiglio e portato al cospetto di Oishi il quale gli offrì la possibilità di suicidarsi. Kira non rispose e Oishi gli tagliò la testa con la stessa spada che Asano aveva usato per darsi la morte. La testa di Kira, pulita e lavata, fu riposta in una cesta e portata al Sengakuji, dove Asano era stato cremato. La testa di Kira e la spada di Asano furono quindi poste ai piedi della tomba del signore di Ako per onorarne lo spirito.


Il Giappone e i suoi vulcani 火山

Dal sacro Monte Fuji al vulcano subacqueo che ha dato vita a una nuova isola, i 109 vulcani attivi del Giappone formano insieme il 10% di tutti i vulcani attivi del mondo.  Con oltre il 70% del territorio giapponese ricoperto di terreno montagnoso, non c’è da stupirsi se i monti erutta-lava svolgono un ruolo importante nella cultura e mitologia giapponese. Sicuramente rappresentano anche delle esperienze di viaggio profondamente ispiranti. Vediamo quindi i cinque tra i vulcano più famosi della terra nipponica: luoghi temibili, ma anche mete dei sogni di molti viaggiatori. 

«Fra le terre di Kai/e quelle di Suruga lambita dalle onde/sta la vetta del Fuji. Gli alti cirri/osano appena avvicinarsi e mai/volano fin lassù gli uccelli. Il ghiaccio/raggela irosi incendi e il fuoco/distrugge la caduta neve. Vano è cercar parole, non v’è un nome/degno di lui. Che sia/un misterioso kami? » (Mushimaro, VII secolo d.C.)

IL MONTE FUJI 富士山

Il Monte Fuji è un vulcano alto 3.776 m ed è la montagna più alta del Giappone. Situato a meno di due ore da Tokyo, il Monte Fuji è il tratto del territorio più riconoscibile del Giappone, un po’ il suo marchio di fabbrica. Viene visitato da milioni di persone ogni anno e scalato da circa 300.000. Sulla vetta c’è un ufficio postale, in modo che chi riesca ad arrivare sulla vetta possa mandare una cartolina a testimoniarlo. La leggenda dice che sia stato creato in un solo giorno; geologicamente si pensa che l’odierno vulcano sia stato formato sopra ad un altro più antico circa 1000 anni fa. Con la sua cima innevata per dieci mesi all’anno è uno dei simboli del Giappone, tanto che è considerato uno delle “tre montagne sacre” del Paese insieme al Monte Tate e al Monte Haku. Il Monte Fuji è un luogo speciale di bellezza paesaggistica e uno dei siti storici del Giappone, nonché patrimonio mondiale come sito culturale. Gli shintoisti lo considerano sacro al punto da ritenere doveroso almeno un pellegrinaggio sulle sue pendici nella vita.

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IL MONTE ASAMA 浅間山

Situato nel centro dell’isola principale del Giappone, Honshu, il Monte Asama si erge a 2.568 metri sul livello del mare, torreggiando sopra alla città di Karuizawa. Questo monte è ben conosciuto per l’eruzione che, nel 1783, uccise 1.500 persone; rappresenta il vulcano più attivo di Honsu, eruttando spesso anche molto recentemente, l’ultima volta nel 2009 e mandando ceneri lontanissime, tanto da arrivare fino a Tokyo. Nonostante il costante pericolo da esso rappresentato, il Monte Asama è una nota e frequentata meta turistica: i visitatori vi giungono per sciare sulle vette adiacenti e rilassarsi nelle oasi termali naturali.

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SAKURAJIMA 桜島

Affacciati sulla storica città di Kagoshima, sull’Isola di Kyushu, si ergono i tre vulcani che insieme vanno a formare lo strato-vulcano Sakurajima. Di questi, il Minami-dake è il più recentemente attivo, in quanto lancia costantemente materiali vulcanici e polveri sulla città sottostante. Avventurosi esploratori che vogliano provare l’ebbrezza di un’esperienza ravvicinata con un vulcano in attività, ne saranno sicuramente soddisfatti. Anche se ai visitatori non è permesso di scalare fino al bordo del pericoloso cratere, dall’Osservatorio Yunohira si può godere di alcune splendide vedute.

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IL MONTE UNZEN 雲仙岳

Vicino alla città di Shimabara, sull’Isola di Kyushu, si staglia un gruppo di vulcani che formano la catena vulcanica del Monte Unzen. Le eruzioni di questi vulcani iniziarono sei milioni di anni fa, ma fino ad oggi si era pensato che fossero dormienti. Un parco nazionale fu così qui stabilito nel 1934 e un piccolo villaggio fu fondato allo scopo di accogliere i visitatori.  Nel 1990, però, uno dei vulcani, il Monte Fugen, iniziò una serie di eruzioni. Da allora, il vulcano sembra essere dormiente ed è possibile scalarne i 1.359 metri per godere di fantastiche vedute dalla sua vetta.

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IL MONTE ASO 阿蘇

Il Monte Aso è il più grande vulcano attivo del Giappone, ed è tra i maggiori al mondo, è formato da cinque picchi vulcanici separati. Situato nell’isola meridionale del Giappone, Kyushu, vicino la città di Kumamoto, l’area vulcanica da esso occupata è così vasta che interi villaggi vivono in balia dell’attività del vulcano. Uno dei cinque, il Monte Nakadake, è ancora attivo e rappresenta l’attrazione principale della zona, anche se una sua eruzione di gas fa sì che l’intera area circostante venga chiuda e evacuata.  Gli altri picchi sono popolari destinazioni turistiche per il trekking e inoltre per visite in elicottero, per vedute mozzafiato.

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*bibliografia : note e immagini tratte dalla rete e raccordate da alcune considerazioni personali, in particolare da

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