Margherita e le parole

Le strade erano dita tra gli alberi d’ulivo, raccoglievano il corso del tempo con le stesse forme di sempre tra le pietre e le dicerie di paese.

Anche quel giorno il vento camminava sicuro, scendeva sui prati a valle del piccolo paese di Cinquepalmi avvolgendo le mura della case come un padre che abbraccia le proprie figlie.

Quello era un paese dove la natura aveva trovato il giusto approdo ai suoi sensi, il vento era il signore dell’aria e la pioggia la madre che lavava i panni su pietre d’argilla, c’era anche il sole col suo carro di luce, la luna dalla faccia sorridente e il piccolo fiume steso tra i suoni della campagna.

In una di quelle case, in fondo alla piccola stradina che conduceva al borgo vicino, abitava una ragazzina di nome Margherita : una piccola fata che contava i giorni del tempo sentendosi natura tra la natura.

Giocava con le ombre della sera, la pioggia, gli animali del bosco.

Le altre ragazzine non la interessavano, le riteneva sciocche, si sentiva viva solo in quelle gocce che svegliavano le pietre, nell’aria che danzava con le foglie.

Margherita era bellissima, i capelli corvini e gli occhi vivaci e particolari, aveva un occhio colorato di verde e uno di blu, il verde degli alberi e il blu del cielo (diceva a chi le chiedeva come mai). Alcuni affermavano che nei suoi occhi la luna cercasse la luce da regalare alle stelle più lontane.

Viveva con la nonna, una donna così vecchia che in paese ormai tutti pensavano fosse morta. La campagna era il suo piccolo mondo, un mondo ai confini del mondo, tra galline e conigli, alberi e funghi.

Le piaceva correre incontro al vento per catturarne qualche grammo, correva a perdifiato con le braccia al cielo e le mani ben aperte così da riempirle il più possibile, era convinta che il vento trasportasse le parole. Riuscire a catturarne qualcuna era come stringere le notizie di altre persone, conoscere le avventure del mare -che non aveva mai conosciuto- vedere paesi lontani mille giorni.

Poi cuciva tutte le parole catturate tramutandole in racconti da liberare ogni tanto vicino allo stagno in modo da farlo ballare, con esse organizzava spesso delle favole, era brava a ridare loro la vita, aveva a disposizione molti attori da utilizzare : alberi come persone e foglie come anime, quelle più sincere sempreverdi, e tanti animaletti che si offrivano per i vari avvenimenti che costruiva.

Ma più di tutto amava raccontare quelle storie alla nonna, ormai immobile nel letto da qualche anno, e le raccontava della vita, come se a parlare fosse la nonna e non lei. Della sua giovane vita aveva la forza e l’immaginazione ma anche la cruda realtà di una bambina sola, senza genitori (prematuramente volati via quando lei aveva appena sei anni).

Non ne fece mai un dramma, o almeno non lo fece mai vedere.

Nelle scene che inventava mischiava anche le sue di parole e lo faceva talmente bene che anche gli episodi più tristi diventavano racconti dal finale meraviglioso. Creava e modificava come una sarta, imbastendo e stirando i suoni che le parole le sussurravano, era abilissima a rifinirli in storie che declamava di sera vicino al cuore del suo mondo, era talmente brava che il bosco intero danzava ammaliato.

E quando alcune lacrime cadevano per l’emozione solleticavano l’acqua dello stagno con infiniti cerchi, cerchi così attraenti che ricordavano quelli di giovani gonne in balli d’amore.

Era felice Margherita, una felicità strana, di quelle che se non aggiusti personalmente difficile che risultino vere, una sorta di attaccapanni dove stendere le ore per non farle stropicciare.

Ma arrivò il giorno che di quella felicità rimase solo il ricordo :  la nonna decise di abbandonare quell’umile casa e tornare da dove era partita, quasi cent’anni fa. Fu una partenza mal preparata con poche cose nella borsa, qualche ricordo e un paio di foto, un vecchio orologio, ricordo del marito partito per la guerra e mai più tronato e una spilla d’oro che utilizzava per appuntare al cuore gli attimi più belli.

In fondo, nascosto tra un pettine e l’anello da sposa, c’era un grande sorriso, un sorriso della piccola Margherita che la nonna aveva appuntato qualche giorno prima.

Tutto successe in fretta, troppo in fretta, Margherita non ebbe il tempo di chiedere dove andasse così di corsa e come mai avesse deciso di lasciarla sola a custodire la casa in riva al bosco. Ma in cuor suo sapeva che la nonna sarebbe andata a trovare i suoi genitori, anche se non capiva la scelta di andarci da sola: perché non portare anche lei!

Da quel giorno le parole si fecero tristi nessuna di loro era più in grado di produrre suoni, cercavano in ogni modo di attirare l’attenzione di Margherita, alcune avevano provato vociando di un posto lontano un libro, un luogo dove tutte le sere le distanze chiamate pagine venivano ripercorse e riscritte da un bambino che, utilizzando i sogni dei propri compagni, disegnava i passi del giorno successivo.

Infatti ogni volta che il giorno s’incamminava per ricevere i compiti dal mattino, nella fretta, dimenticava sempre qualche ora ed era giusto il tempo che serviva per creare un sogno.

Affascinata da quel posto e ormai sola Margherita si decise a partire, una notte chiuse la porta con un bacio e si diresse verso lo stagno, non sarebbe partita senza salutare i suoi amici, strinse i rami della quercia, accarezzò le pietre del sentiero e si lasciò abbracciare dai cerchi dello stagno che le regalarono una gonna nuova nuova per il viaggio. Con un segno della mano disegnò gli occhi grandi del gufo e regalò il colore dei suoi alla luna.

Lungo la strada vicino all’alba trovò uno di quei sogni, forse anche quello dimenticato, un sogno che parlava del mare, dell’acqua che nutriva i pesci e delle correnti che segnavano il tempo delle navi, l’ascoltò in silenzio mentre camminava, affascinata dalle immagini che si svelavano ad ogni passo.

Non si rese conto di quanto avesse camminato perché il tempo – venendole incontro – aveva accorciato le sue lancette. Si accorse di essere giunta in riva proprio a quel sogno quando i piedi cominciarono a ridere dei granelli di sabbia tra le dita, di fronte un’immensa lacrima era pronta a scendere per portarla dall’altra parte degli occhi, aspettava solo un battito di ciglia per accendere il suono delle onde.

Margherita si lascio commuovere da quell’attesa, prese l’ultima goccia d’amore dalla tasca del cuore e la lascio cadere.

Commosse a loro volta da quel gesto, tutte le gocce -fino ad allora soltanto pioggia- riconobbero in quella goccia la loro sorella. Così, finalmente riunite, presero per mano la bambina e la trasportarono con uno sbuffo di nuvola verso il paese che stava cercando.

Margherita riconobbe nell’arcobaleno i colori tanto cari : il blu della mamma (si ricordava che la mamma indossava spesso un vestito color cielo) e il verde del papà (la giacca mimetica che usava per giocare a nascondino con gli alberi).

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23 pensieri su “Margherita e le parole

  1. Sono rimasta incantata. Nel tempo che ho impiegato a leggerlo io sono entrata in una dimensione così simile al sogno…quasi una visione, perché ad ogni frase io vedevo cose e queste cose mi entravano nel cuore. Grazie ❤

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  2. Vera e seducente…
    come la vita…
    storie e incroci
    d’altre storie…
    destini negli eventi…
    e stelle da mutare…
    Grazie Sarino, iago.

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  3. Leggere storie come questa è ritrovare la sensazione di quando si era bambini e niente era più bello del momento dell’ascolto, soprattutto se era la nonna a raccontare, nonostante la sua fantasia e la sua formazione non raggiungessero il tuo livello.
    Cosa difficile per molti.
    Leggerò con emozione questo racconto a dei cuginetti e cercherò nei loro volti quell’espressione di puro incanto che certamente mi trasmetteranno.
    Ciao, mitico amico.

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  4. veramente toccante questo racconto fatto di parole dolci e profonde. Un specie di favola dove la vita si trasforma in un lungo sogno per stemperare la malinconia del presente.
    Bravo e complimenti.

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