Mi riallaccio ad un commento lasciato dalla carissima Sherazade in riferimento al post dieci scene cult in cui sottolineava -giustamente- la mancanza di film italiani nella classifica redatta in quell’articolo. Allora, per farmi perdonare, e per dare il giusto risalto al cinema italiano, ecco pronto un altro post dedicato esclusivamente ai film nostrani!

I cento passi

Se fosse possibile stabilire un “tempo dell’anima” nel cinema di Marco Tullio Giordana, sarebbe senza ombra di dubbio un tempo al passato. I cento passi è dunque storia collettiva di un’Italia contadina e preindustriale ma anche storia di una famiglia. E’ quello familiare, infatti, il contesto prevalente. Quello che a prima vista potrebbe sembrare l’introduzione a un film di mafia, con al centro la famiglia ben identificata come cellula compatta della criminalità organizzata, è in realtà una lunga regressione temporale che anticipa temi molto più universali di un Peppino Impastato adulto (magistralmente interpretato da Luigi Lo Cascio, migliore attore protagonista) che si sviluppano a partire dall’incontro determinante con il pittore comunista Stefano Venuti, temi quali lo scontro generazionale, i conflitti familiari, la vergogna di appartenere a uno stesso sangue. “I cento passi” è un film sulla mafia ma anche e soprattutto un film sulla voglia di futuro e sulla vitalità di un gruppo di ragazzi che sulla scia del ’68, ballando il Rock and Roll, percorrono la strada della disillusione, del coraggio di voler cambiare le cose in nome di un’esigenza vitale di riscatto e di libertà. Vitalità che Giordana sa inscenare con riprese scattanti, nervose e a tratti aggressive come spesso è la disobbedienza. Una pellicola dagli intenti alti e di grande impegno civile. Un trattato universale sul dolore, sulla paura e sulla solitudine ma anche sull’amore, sulla speranza, sulla memoria.

Mediterraneo

Capolavoro del cinema italiano, il lavoro di Gabriele Salvatores ha tutto il sapore della nostra penisola, dei suoi stereotipi e delle sue contraddizioni. Otto sono gli uomini, campionario del Bel Paese, che nel loro tentativo di fuggire dalla storia, dalla vita, trovano una loro identità. Il film è riassunto dal pensiero del filosofo francese Henri Laborit: «In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare» e dalla didascalia finale «Dedicato a tutti quelli che stanno scappando». Commedia dolceamara, diventata lo specchio dei rimpianti, delle fragilità e delle insicurezze della generazione a cui appartengono anche il regista e l’affiatato gruppo di attori (fra cui spiccano Diego Abatantuono, Claudio Bisio e Giuseppe Cederna). Persa la forte identità politica degli anni Settanta, lo Stato dimentica i suoi combattenti in un limbo sì felice, ma al contempo isolato e priva di collegamenti con l’esterno: il parallelismo tra realtà storica e finzione è fin troppo evidente. D’altro canto è vero anche il discorso inverso: i soldati si dimenticano di combattere per il proprio Paese, presi dal vivere in uno stato di leggerezza e malinconia. Salvatores ci fa naufragare in un ritratto realistico dell’umanità dove però non mancano le sfaccettature di una poesia pacata e le situazioni paradossali di una guerra folle. I protagonisti si concedono completamente davanti alla macchina da presa, sempre misurata e profonda, plasmandosi perfettamente su una sceneggiatura notevole. Ci si dimentica e ci si perde per ritrovare se stessi. Che sia la fuga la vera strada del ritorno?

La grande bellezza

La Grande Bellezza nasce dalla necessità di raccontare quell’universo romano, vizioso, superficiale, circoscritto e che non riesce ad andare al di là delle proprie intenzioni , un’opera ibrida inginocchiata alla maestosa meraviglia di una città smarrita, i cui abitanti hanno scelto la paralisi emotiva per non scegliere l’arido fossato del nulla. La Grande Bellezza è ciò che rimane ad uno scrittore depredato del suo verbo, Jep Gambardella è occluso in un soliloquio lungo trenta anni in cui lima e considera ciò che lo ha sempre differenziato dagli altri, senza che questo sia mai stato messo in risalto da nessuno oltre che da sé stesso. Jep è un’entità unitaria, semplice, indivisibile annidata tra le urla dissonanti dei suoi demoni e le ottuse blaterazioni dei suoi vizi. I suoi conflitti, la trama sono soggetti a sé stanti. La passività e il fallimento di una vita derivano dalle disillusioni, dalla costruzione di un mondo separato dai sentimenti in cui sguazzare senza timore di essere feriti. La Grande Bellezza è un film labirintico, un parto naturale della mente di Paolo Sorrentino che ha fatto di una pellicola una reale visione del mondo e non solo perpetui aforismi in rotazione.

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto

Tra avventura, sentimento e satira politica, Lina Wertmüller dirige e sceneggia una commedia caustica e grottesca, perseguendo con coerenza la sua idea di cinema sociale. La lotta di classe trova compimento nell’azzurro mare sardo: l’isola deserta dove i due protagonisti riparano si fa metafora geografica di un mondo primordiale, libero e scevro dalle sovrastrutture sociali, dove l’unica realizzazione possibile diventa l’ostinato istinto di sopravvivenza. «Ve la siete inventati voi borghesi, la volgarità!» grida Carunchio, scagliandosi contro la ricca industriale: la società moderna, vista come ingranaggio deformante che crea squilibri tra l’onnipotenza borghese e la disperazione proletaria, diventa quindi il mezzo primario per denunciare le imprescindibili contraddizioni nazionali (esemplificate nell’amaro finale). Qualche lungaggine di troppo, soprattutto nella parte centrale, e alcuni dialoghi eccessivamente caricaturali, ma la tesi fondante colpisce nel segno e gli interpreti si rivelano in stato di grazia, regalando sequenze da antologia (il primo scatto d’ira di Gennarino, che schiaffeggia violentemente l’odiata padrona per vendicarsi dei torti subiti).

Suburra

La Suburra dell’antica Roma era il quartiere dei miserabili, dei reietti abbandonati dai ceti più abbienti alle pendici del Quirinale e del Viminale. Nella vulgata comune, il termine è stato genericamente utilizzato per descrivere ambienti malavitosi, zone malfamate. Sollima rispolvera il significato arcaico, lo aggiorna al 2011: la Suburra non è più alla periferia dell’impero, ne ha conquistato il centro. Dal Vaticano al Parlamento, dalle propaggini più popolane della Capitale al lungomare di Ostia in autunno, tutto è Suburra in questa Roma livida e inospitale. “Suburra” è un noir corale, disperato, furioso, messo in scena con rabbia e ispirazione sfrenate. Come recitano le note di regia, è un dramma sulla fine di un’epoca, su un terrificante colpo di coda dato da una classe politica, da un mondo criminale e imprenditoriale diventati tutti, improvvisamente, datati e destinati ad essere spazzati via. Ma proprio nel periodo di massima incertezza, in attesa che un nuovo equilibrio si ricrei, soprattutto a Roma, ecco che allora esplode la più irrazionale delle violenze. La sceneggiatura è a maglie larghe, dove i dialoghi e gli snodi episodici lasciano il posto ad elementi più impalpabili e corporei: sguardi, spari, sangue, baci, urla, pioggia, tuoni, scorci inquietanti della Capitale. È Sollima, in cabina di regia, a giostrarsi nei meandri di tutto questo materiale umano: è lui a trasformare il semplice noir in una specie di tragedia totale, anzi, in un’apocalisse, come recita anche il conto alla rovescia che compare nelle didascalie su sfondo nero che dividono in giornate l’incedere degli eventi. Per quanto mi riguarda è in assoluto uno dei film più belli degli ultimi anni. E poi una colonna sonora sublime, da brivido!

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è interessante per differenti motivi: come esempio di cinema politico, dichiaratamente di denuncia; per l’accurata analisi e narrazione psicologica dei personaggi; per l’utilizzo conscio delle potenzialità ludiche della  macchina-cinema. E’ un opera in cui viene messo in scena, in modo esplicito e coraggioso, l’esercizio del potere attraverso l’azione del Commissario. Gian Maria Volonté regala una delle sue prove interpretative più convincenti ed eclatanti. Lo spettatore assiste a un’immedesimazione che rasenta la fusione fisica e psicologica con il testo filmico, dove il corpo e la mente dell’attore sono strumento nelle mani del regista per la nascita di un personaggio complesso, pieno di sfaccettature psicologiche, arricchito da tic verbali (l’utilizzo grottesco dell’intonazione dialettale) e fisici (le smorfie facciali e il movimento delle mani e delle braccia, a sottolineare le interazioni con gli altri attori/personaggi all’interno della scena).

Il buono, il brutto, il cattivo

Il Buono, il Brutto, il Cattivo” è sì un western, ma soprattutto un film comico e perciò profondamente triste. Non ci sono più eroi, ma solo uomini che vivono dei loro vizi e hanno il pregio di non sentirsi in colpa. Ad occuparsi di loro non ci sono donne (le uniche donne sono la prostituta e la “neovedova” per mano di Sentenza) e anche Dio è sparito: al suo posto opera il Caso, con la C maiuscola, che prende la forma del Destino. Il Caso è il burattinaio invisibile che governa le vicende umane. Non bastano l’astuzia, la velocità e una mira perfetta, a salvarsi. Serve una cannonata al momento giusto per tirar via la testa dal cappio. Più volte il Caso interviene a rimettere in gioco o togliere di mezzo, a modificare le traiettorie. Trattandosi di un mondo immaginato, di finzione, al posto di Dio siede Leone. Il film è una vera miniera di battute memorabili, molte delle quali dividono il mondo in due categorie a seconda degli elementi presi come differenziale: la pistola carica (e la pala), gli speroni, la corda al collo. Eastwood e Wallach sono una coppia comica a tutti gli effetti: a Tuco spettano sia la parte più “fisica” (le movenze, gli sguardi, la congenita diffidenza) che le battute più colorite e sguaiate, un paio di volte è doppiato persino dal vocalist in una specie di ululato da coyote; il Biondo invece è una fucina di risposte pronte, provocazioni risolte con la lingua prima ancora che con la pistola. E sulle musiche che dire, solo un nome Ennio Morricone!

Il sorpasso

Il Sorpasso, il viaggio cinematografico, a tratti antropologico, di Dino Risi attraverso l’Italia del boom economico e del miraggio del benessere, l’Italia delle vacanze e delle soste agli autogrill, delle canzonette, dei clacson e delle auto come status symbol, dei risparmi per la macchina e per le ferie, l’Italia dei Bruno Cortona e dei Roberto Mariani. “Il Sorpasso” è uno dei film più affascinanti all’interno del panorama cinematografico italiano degli anni sessanta, ma non solo italiano, se pensiamo che, per stessa ammissione di Dennis Hopper, ispirò “Easy Rider” (il titolo americano del film di Risi è “The easy life”); e non solamente per quanto riguarda gli anni Sessanta se consideriamo le implicazioni profonde dei personaggi costruiti a trecentosessanta gradi, così come la pregevole struttura narrativa a episodi emblematici, di pezzi messi l’uno accanto all’altro, additiva. Si fa presto a raccontare la storia: Bruno Cortona (un magnifico Vittorio Gassman), quarantenne inaffidabile e mefistofelico, incontra Roberto Mariani (un perfetto Jean-Louis Trintignant), timido e introverso studente di giurisprudenza, in un giorno di ferragosto a Roma e lo trascina con sé in un viaggio (interiore) attraverso il quale Roberto risulterà profondamente mutato, fino alle estreme conseguenze.

La vita è bella

E’ il capolavoro assoluto di Roberto Benigni, ambizioso, drammatico, straordinario. Ricalcando in parte il film di Spielberg Schindler’s list, ma con una sceneggiatura differente, che mira a focalizzare una tragedia familiare anzichè descrivere l’intero orizzonte drammatico dell’antisemitismo, La vita è bella si propone come una storia pregna di valori morali e tesa a sensibilizzare lo spettatore. Quella di Guido è una vicenda descritta in toni comici, ma che riserva alcuni momenti incredibilmente intensi e commoventi, scossi dall’esuberanza di Roberto Benigni, interprete eclettico di un film in cui ha creduto fortemente fin dalla prima stesura della sceneggiatura. Nicoletta Braschi è un prodigio di bravura, attrice spesso sottovalutata ma sempre vincente. L’idea di salvaguardare l’innocenza del piccolo Giosuè con la creazione fantastica di un gioco a premi rimarrà una pietra miliare nel modo di fare e scrivere cinema. Lo spettatore deve prepararsi a un film che muta forma, la prima parte è commedia, la seconda diviene dramma, affrontato con un approccio che denota libertà di spirito e coraggio interpretativo: un gioco di lacrime e sorrisi pervaso da una comicità mai fine a se stessa, intelligente e capace di ironizzare con la forza di una speranza irriducibile. Splendido ritratto dell’Olocausto sconfitto dall’amore di un padre.

Divorzio all’italiana

Strepitoso e graffiante atto d’accusa contro una società italiana ipocrita e arcaica, ancorata a modelli culturali e sociali ormai vetusti e anacronistici come l’assenza di una legge sul divorzio e il mantenimento dell’articolo 587 del codice penale che regolava il delitto d’onore. Con una carica sarcastica arguta e un’inventiva comica sempre sorprendente, Germi descrive una società siciliana grottesca e drammaticamente arretrata, ma il suo umorismo guarda al particolare rivolgendosi sempre all’universale. Il microcosmo di Argamonte non è un mondo a parte, ma l’emblema di una nazione conformista e cinica in cui il tornaconto personale e l’idea di rispettabilità vanno salvaguardate a ogni costo, anche attraverso l’omicidio. Il regista, inoltre, prende di mira l’immobilismo di un mondo che non sa e non vuole cambiare, incapace di evolversi, sospeso tra un perbenismo di facciata e pulsioni sfrenate (esemplare in tal senso la spassosa sequenza in cui viene preso d’assalto un cinema dove è proiettata La dolce vita di Federico Fellini, pellicola “scomunicata” dal parroco del paese). Straordinaria la prova di Marcello Mastroianni, impomatato e apparentemente imperturbabile ma nel profondo dell’animo diabolico e spietato calcolatore.


*materiale video tratto liberamente dalla rete e recensioni estrapolate da i seguenti siti,   il tutto raccordato con alcune mie riflessioni personali.

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