Theodōros Angelopoulos (in greco Θεόδωρος Αγγελόπουλος, Atene, 27 aprile 1935 – Pireo, 24 gennaio 2012) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico greco. I suoi film, insieme a quelli di Alexis Damianos, Michael Cacoyannis e i fratelli Manakis sono tra i più rappresentativi della condizione del popolo greco dall’inizio del XX secolo fino ai suoi giorni.

Quelli di Angelopoulos non sono film “facili”, a volte troppo intimi altre troppo “cupi”, possiedono quella sorta di magica immedesimazione che li rende universali, dolorosi, malinconici, tristemente attuali. Una ricerca sofferta, metaforicamente lirica, una discesa nell’animo umano che ha le proprie radici nell’amara, dolente, graffiante quotidianità. Un’analisi precisa e per molti versi espressione di un emotività interiore che traspare già dalle inquadrature così poco ricercate, poco inclini ad un cinema d’effetto. Angelopoulos “racconta” storie, realtà, fatti, parla di sconfitte, piccole vittorie, della caparbia voglia di riappropriazione di se stessi, della fuga incontro alla vita, e lo fa col dono dell’elaborazione meticolosa, senza mistificazioni, con l’incedere di una fotografia in bianco in nero. Tagli netti e poche concessioni dettano sfumature che si vestono dei personaggi e del mondo che li circonda, diventando parte di esso e con esso. Non ci sono voli pindarici né inutili preziosità, tantomeno effetti speciali. Una resa quasi minimalista, necessariamente vera, cruda.


“Lo sguardo di Ulisse” (To vlemma tou Odyssea) – 1995 

Un regista greco in esilio che torna nella sua terra alla ricerca di tre bobine perdute di un film dei fratelli Manakis, pionieri del cinema balcanico. Ispirato all’Odissea omerica, la vicenda mette in scena un viaggio metaforico nei Balcani moderni tra caduta del comunismo e la disgregazione della ex Jugoslavia. Attraverso inserti onirici e metastorici, il viaggio del regista interpretato da Keitel (di cui non si conosce il nome se non l’iniziale A) diventa un’elegia di un tempo che non c’è più, di una disgregazione della memoria, dove lo “sguardo” del titolo è una ricerca di ricordi del passato individuale e collettivo. Il cinema denuncia la sua fragilità e l’impossibilità di uno sguardo reale (se non ricostruito attraverso il sogno). Del resto, A arriva nella Sarajevo sotto assedio durante la guerra Serbo-Bosniaca dove finalmente trova le tre bobine del negativo del film dei Manakis mai sviluppato, custodite da S. curatore del museo del cinema della città. In un cielo plumbeo, in mezzo alle macerie della città distrutta e allo stremo, A riesce a convincere S. a tentare di sviluppare il film. Bellissima l’ultima parte de “Lo sguardo di Ulisse”, dove Sarajevo è immersa nella nebbia e solo così la città riprende una parvenza di normalità poiché i cecchini non possono sparare sulla cittadinanza inerme. Così, in mezzo alla nebbia lattea si ravviva una certa socialità con orchestre che suonano, giovani che ballano, famiglie e coppie che passeggiano. Ma la nebbia nasconde sempre e comunque la morte e S. con la sua famiglia viene ucciso, mentre A impotente, immobile e distante non vede. E l’urlo di Keitel è un suono che spezza le coltri del dolore, ma non il male insito nella Storia degli uomini. E l’ultima inquadratura di A piangente davanti alla proiezione del film dei Manakis di una pellicola bianca e senza immagini, diventa metafora dell’impossibilità del cinema e del suo autore a filmare il dolore ma solo a ricordarlo e trasmetterlo attraverso la testimonianza di A.

L’opera misteriosa di tre fratelli greci, è il filo d’arianna attraverso il quale il protagonista, rielabora la propria vita, il proprio passato. I rulli nel corso del secolo passano di mano in mano, senza che nessuno riesca mai a svilupparli. I personaggi si muovono attraverso la guerra, la fame, l’impossibilità di amarsi. Le pellicole che non riescono ad essere sviluppate sono gli uomini che non riescono nemmeno a immaginare un futuro diverso. Uno sbocco, uno sviluppo, un progresso. Un’ umanità dolente che spesso riesce solo a ripiegarsi su se stessa ripetendo come un mantra il ciclo del produci-consuma-crepa. La poesia che pervade le immagini,la tristezza dei volti, le inquadrature molto larghe, gli spazi che si aprono intorno ai protagonisti, fanno di questo film un capolavoro, uno struggente lamento di disperazione per le occasioni perdute.

Il film è dedicato al grande Gian Maria Volontè, che inizialmente doveva interpretare il ruolo del videotecario a Sarajevo, ultimo custode dei rulli che muore senza riuscire a vederle.


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“La sorgente del fiume” (To Livadi pou dakryzi) – 2004 

Ambientato nel 1921, quando l’invasione dell’Armata Rossa provocò l’esodo di tutti gli stranieri, La sorgente del fiume è la storia infelice di Heleni ed Alexis, due ragazzi greci, alle prese con le avversità di quegli anni. Questo film è il primo atto di una trilogia che ripercorrerà la storia greca del 1900. Theo Angelopoulos colpisce nei punti più nascosti dell’ inconscio, creando una sorta di drenaggio spirituale, devoto al più seducente cocktail di percezioni leggere quali la malinconia, l’allegria, il fastidio, il ritmo. La precisione formale di scene stupende come quella del ballo è esemplare. I colori, la simmetria, la casualità e la musica rendono scene di quel tipo prigioniere del nostro cuore; rimangono sospese fuori dal film e si conservano nel tempo. L’eccezionale musica di Eleni Karaindrou, ormai icona dei film di Angelopoulos, si salda incredibilmente bene a tutto il racconto. L’affascinante ritmo che risiede in queste ballate sembra non finire mai e finire subito alla stessa maniera. Il tempo di scena, palesemente relativo, è come la durata di una manciata di note della Karaindrou: un secondo, un minuto, un’ora, un giorno.

Il sentimento che lega Heleni al marito e ai suoi due figli è l’archetipo dell’amore, quello più radicale, quello senza se e senza ma. Parallelamente all’intreccio, è proprio questo sentimento della protagonista che viene innaffiato; germoglia e cresce, mutando in lei miriadi di reazioni, sempre tristi e anguste. Sono i suoi lamenti, i suoi respiri e le sue esasperate grida che ci torturano e graffiano i nostri organi più sensibili facendoli sanguinare, pian piano, un po’ alla volta. La sorgente del fiume, quella che Heleni e Alexis si erano ripromessi, fin da piccoli di visitare. Quella che ormai non è più tempo di visitare, perché troppo tardi, perché la vita va vissuta subito, al momento, senza esitare. La sua purezza, quella bianca come le lenzuola stese sulla collina, viene sporcata come le stesse lenzuola dal rosso di sangue umano.

Il film di Angelopoulos riesce magnificamente nell’intento di amalgamare alla perfezione sogno e realtà, musica e immagini, sentimento ed espressione. La maturità formale, la leggerezza paradossale e la sua esemplare sincerità denotano una buona capacità di fare del buon cinema.


La locandina del film "L'eternità e un giorno"“L’eternità e un giorno” (Mia eoniotita kai mia mera)  1998 

Bruno Ganz. L’angelo e il bambino. Sono passati 11 anni, ma come non pensare a Damiel mentre viviamo l’ultimo giorno di Alexandros, scrittore greco malato di cancro che dopo aver speso una vita nell’arte, sembra capirne il senso (sembra trovare le parole) solo in questo suo ultimo giorno, grazie ad una lettera della moglie morta da anni e al volto splendido di un bambino albanese come lui solo al mondo?
Angelopoulos pensava a Mastroianni, per questa parte. Ironia della sorte, è stata proprio la morte ad impedirglielo. Sarebbe stato tagliato per il nostro Marcello, questo ruolo, ma la scelta dell’attore tedesco non poteva essere più indovinata. Bruno Ganz è bravissimo, intenso, capace come pochi di comunicare con delicatezza e quasi con pudore il suo lacerante dramma interiore. Alexandros è un uomo in viaggio, tema caro al regista greco. Sta camminando verso l’eternità, e ripensa ad un giorno particolare della sua vita, al mare con la moglie e i parenti, la figlia appena nata. Le parole toccanti della moglie lo guidano nei ricordi (“Sono solo una donna innamorata”), lo aiutano a capire. Intanto incontra un bambino albanese, cerca di riportarlo nella sua terra, e gli racconta di quel poeta greco che studiò in Italia e che poi quando tornò nella sua terra dovette comprare le parole che non conosceva per poter continuare la sua arte (è il grande autore dei “Sepolcri” il poeta di cui si parla Alexandros, nativo di Zacinto, interpretato in modo essenziale da Fabrizio Bentivoglio). Restano insieme fino al sopragiungere della notte, poi si devono separare. “Molti tardi” dice il bambino. “Molto tardi”, ripete Alexandros. “Quanto dura il domani?” chiede Alexandros alla moglie. “L’eternità”, gli risponde lei, bisbigliando. “L’eternità e un giorno…”.

Angelopoulos gira nello stile cui ci ha abituati, attraverso lunghi e suggestivi piani sequenza, dove predominano i colori del grigio e del bianco e le luci del tramonto, luci che si accendono improvvise nei ricordi di Alexandros di quella giornata al mare di cui parla la moglie nella sua lettera.

Se è possibile raccontare una poesia con film, ecco, Angelopoulos ci riesce perfettamente.


''Il volo'', locandina“Il Volo” (O melissokomos) – 1986

Spyros (Marcello Mastroianni), uomo di mezza età di origine contadina è maestro elementare in un paesino della Grecia, in cui vive con la famiglia.
Dopo il matrimonio della figlia, sente l’acuirsi di un forte disorientamento e senza una plausibile spiegazione decide di abbandonare l’insegnamento, casa e moglie e di tornare alla professione di apicoltore ereditata dal nonno e dal padre. Solo dopo metà film ricomparirà la moglie, quando Spyros la andrà a trovarla a casa del figlio ad Atene. ‘Caricate le api su un furgone, incomincerà così il lungo viaggio di Spyros, dall’Epiro al sud, in cerca di un prato fiorito dove poter far stare a proprio agio le sue api, per la produzione del miele.

In una Grecia che non è quella che noi conosciamo come turistica, ma fatta di misere locande, vagando da città in città, Spyros incontrerà amici di vecchia data e ormai arrivati alla fine dei loro giorni, ma soprattutto incontrerà una ragazza da cui scaturirà un amore impossibile, ma sarà tanta la desolazione e la tristezza che lo porterà a lasciarsi uccidere facendosi pungere dalle sue stesse api come si vedrà nell’ultima scena del film. La Grecia è ormai cambiata, e passando dalla storia collettiva (quella dei film che lo hanno reso famoso) a quella individuale, Anghelopoulos firma il suo film più intimista e lirico, grazie anche a un’intensa e commovente interpretazione di Marcello Mastroianni.

Non è un film comico ma drammatico. Il film è accompagnato da una voce narrante (over voice), che avrà la funzione di diario di bordo nel viaggio che Spyros che ci farà percorrere. “Dal viaggio di Spyros a: 27 Marzo, nevica primaverile…”.


Oltre alla grande capacità “poetica” e a quella interiorità che per alcuni versi travalica lo schermo, quasi fosse un graffio, una pennellata mistica -che solo i grandi artisti possiedono- Theo Angelopoulos si è avvalso per le sue rappresentazioni cinematografiche di una grande compositrice musicale, Eleni Karaindrou. Risultati immagini per Eleni KaraindrouLe sue colonne sonore hanno impreziosito i film più celebri del regista. Eleni Karaindrou, è considerata la più importante compositrice greca e ha conquistato un ruolo di punta nel panorama mondiale della musica d’avanguardia. Nata a Teichio, piccolo villaggio nelle montagne della Grecia centrale, Eleni racconta di essere cresciuta ascoltando i suoni della natura: “Custodisco ancora gelosamente nella memoria i ricordi musicali della mia infanzia, i suoni del vento, della pioggia, del silenzio, della neve e della musica popolare ascoltata durante le sagre di paese, ma soprattutto i canti polifonici delle contadine e certe melodie bizantine che ascoltavo in chiesa“.

Nel 1982, in occasione del Film Festival di Tessalonikko, l’incontro con Anghelopoulos, che le propone di scrivere le musiche per il suo film “Viaggio a Citera”. È l’inizio di un sodalizio vincente: “Non so spiegare bene perché nel mondo dell’arte le relazioni sono spesso fondate su processi istintivi e intuitivi. Così è successo tra me e Theo. Dal primo momento la nostra collaborazione è stata all’insegna dell’affinità intellettuale“. Un’intesa naturale, insomma. “Non abbiamo mai discusso insieme le sceneggiature – racconta -. In genere, quando Anghelopoulos inizia una produzione, gli chiedo di raccontarmi il suo mito. Il suo modo di parlare di quello che fa è più efficace di qualsiasi lettura. È la sua “visione” che mi ispira“.

E le visioni del regista greco sono entrate ormai in sintonia con il piano di Eleni: “È come se abbandonassi me stessa alle immagini della mia mente e della mia anima ancora prima di iniziare. Questo mi permette di trovare la chiave del suono del film. In “Il passo sospeso”, le mie composizioni hanno persino influenzato il finale…“. Sono nati così i temi che hanno accompagnato i più celebri film di Anghelopoulos: “Il volo”, “Paesaggio nella nebbia”, “Lo sguardo di Ulisse” e “Un’eternità e un giorno”, vincitore della Palma d’oro a Cannes.

In bilico tra tradizione classica, jazz e cultura balcanica, Eleni Karaindrou propone composizioni in apparenza semplici, che partono da un unico punto tematico e si dilatano, fino a costruire un delicato mosaico sonoro. Un caleidoscopio di suoni che affondano le radici nelle litanie dei salmi bizantini e nel folk balcanico (greco, serbo e bulgaro, in particolare), ma che sfiorano a tratti anche la new age. Le tessiture strumentali fluiscono lente, attraverso un reticolo di linee melodiche, a volte scarne, a volte rigogliose, pervase sempre da un’intensità poetica dolente. Una suggestione emotiva che corre sul filo di un lirismo esasperato e ossessivo, sull’orlo del dramma.

L’effetto, dal vivo, è esaltato dalle esecuzioni di solisti virtuosi, come la violinista Kim Kashkashian, e di orchestre celebrate, come la Stuttgarter Kammerorchester. Ma Eleni, nonostante tutto, si sente ancora una compositrice popolare: “Mi fa piacere quando per la strada ad Atene sento ancora qualcuno che fischia il valzer di “L’apicoltore”. Era la musica preferita di Marcello Mastroianni. Una sera, ha voluto che la suonassi per tutta la notte. A ogni nota finale, si voltava verso di me e diceva: “Eleni, per favore, ancora una volta“.

Nel 2002 la compositrice greca ha realizzato il commento sonoro di una delle può struggenti tragedie del teatro classico: “Le troiane” di Euripide, allestimento del 2001 impreziosito dalla messa in scena presso l’antico teatro greco dell’Epidauro.


*materiale video tratto liberamente dalla rete e recensioni estrapolate da i seguenti siti,   il tutto raccordato con alcune mie riflessioni personali.

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