Si taglia in due la morte delle onde
nell’attraversare la strada che patisce ad ogni passo.
Disegni di occhi, dissolti ai sospiri di campanile
senza sensi per un pomeriggio raccattato,
dove sarebbe facile smorzare i fili di marionetta.

Quante once calde di giardino fremono
senza più attracchi nelle porte secche,
all’albeggiare,
negli androni di un crepa che passeggia,
al vespro del santuario/candelabro.
In un bagno di cera.

Il silenzio è pelle che ghermisce scintille,
fremente nel dolore che sale,
urla come roccia di mare infranta
che non bagna ma lacera,
ruga di fuoco che sbraita vento.

Speranza, sopravvivenza o morte,
ragione scaraventata alle lame di un dormitorio
annullata, vinta
– quasi estinta- al grido di luce,
della vecchia candela di spago
nell’otre dei mugolii di un luogo ai confini,
il verde-mare annichilito dell’anima.

-dedicata (a mia mamma)

 

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