Dopo aver pubblicato un post sulla chitarra oggi voglio proporre altri due strumenti della famiglia dei cordofoni. Strumenti musicali che producono il suono attraverso le vibrazioni prodotte dalle corde e dal legno che in qualche modo amplifica, esteriorizza e trasfonde l’energia emozionale instillata.

La vibrazione si può ottenere in vari modi, quella che preferisco è a corde pizzicate. Negli strumenti musicali di questo tipo, la generazione del suono è prodotta dalla vibrazione di una corda, innescata pizzicandola con un plettro o con le dita dell’esecutore.

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Come spesso affermo la musica è qualcosa che non ha tempo, luogo o idioma, non esiste metro o emanazione che possa collocarla in qualche contenitore ideologico, geografico, etnico. La musica è la voce della terra, la vibrazione natia di ogni emozione, di ogni scampolo di mistica trasposizione, la musica è il sacro e verginale pulpito del mondo da cui molto nasce e si muove.

Certo ogni genere ha le sue componenti attrattive, la propria genesi temporale, la struttura più consona ad un dato stilema sociale, ma io amo profondamente la musica “dimenticata”, quella lontana, diversamente fruibile, amo la sua radice antica, antropicamente legata al suono primitivo, quello probabilmente più vero.

Esempi che dettano ampiamente il “movimento” e ne esaltano l’incontro -che per certi versi si avvicina ad una mistica percezione o comunque a qualcosa dimensionata oltre- sono il sitar e l’oud.

Il sitar

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Il sitar è lo strumento musicale a corde dell’India settentrionale più conosciuto in Occidente. Si pensa che sia stato importato in India dalla Persia. Il termine sitar deriva probabilmente dal termine persiano seh-tar, che letteralmente significa tre corde ed in effetti esiste uno strumento iraniano chiamato setar che presenta caratteristiche simili; entrambi derivano da una evoluzione della citara a sua volta derivante dalla lira, termine di origine persiana: ” al’ūd (legno) e tar (corda).

E’ una specie di liuto antico che in origine era dotato di tre corde (Si = 3 ) (Tar = Corde), ed è una combinazione della Vina indiana e del Tamburo persiano, è stato inventato dal famoso musicista Amir Khusrau vissuto nel XIII sec. alla corte dell’allora sultano di Delhi. Nella versione più moderna utilizza solitamente venti corde delle quali tredici simpatiche (poste di sotto le sette principali), vibrano per simpatia pizzicando le altre sette, grazie ad un anello metallico chiamato (mizrab) che s’infila nell’indice della mano destra. La risonanza simpatica è un fenomeno fisico dove un suono emesso da qualsiasi fonte sonora, mette in movimento delle corde tese. Nella cultura dell’India queste corde vengono chiamate Corde degli Dei. La cassa armonica del sitar è fatta con una zucca tagliata a metà, a cui viene aggiunto un sottile strato di legno che fa da coperchio. Il suo timbro è vibrante e molto suggestivo.

Il lungo manico è di legno, mentre la cassa acustica è costituita da una zucca tagliata a metà, svuotata e lasciata essiccare a lungo. Un sottile strato di legno è utilizzato come coperchio che diventerà poi la tavola armonica dello strumento. I ponti su cui poggiano le corde sono in osso di corna di cervo o di bufalo. I maestri liutai più esperti e rinomati costruttori di Sitar, vivono prevalentemente nel Nord dell’India: Calcutta, Benares e Delhi.

George Harrison, il “mistico” dei Beatles, diceva che Ravi Shankar, il maestro del sitar morto in California a 92 anni, era stato “il padrino della World Music”. Secondo Yehudi Menuhin, il grande violinista che grazie a lui aveva fatto duettare la musica classica occidentale con quella indiana, “il suo genio e la sua umanità possono essere paragonati soltanto a quelli del grande Mozart”

Il più noto sitarista è il musicista e compositore indiano Ravi Shankar,  famoso per aver partecipato ai festival di Monterey (1967) e Woodstock (1969) nonché al Concerto per il Bangladesh del 1971 e per aver insegnato al Beatle George Harrison lo strumento. Shankar ebbe due figlie divenute famose: con la cantante Sue Jones ebbe Norah Jones, nata nel 1979; da un’altra relazione nacque Anoushka Shankar, cantante e musicista anche lei, e ottima performancer di sitar.

Una versione diversa da quello indiano è il sitar legato alla musica afgana, area Pashto, o più propriamente a quell’area del mondo che conosciamo, ahimè, esclusivamente per la guerra o per reportage sul terrorismo. Questo è un tipo di sitar più piccolo e con un suono leggermente diverso da quello indiano ma altrettanto mistico e con note diciamo più coinvolgenti. Mentre quello indiano è più “dedito” alla meditazione questo ci “racconta” un suono più legato alla tradizione tribale, e forse più commerciale, ma indubbiamente con la medesima intensità e melodiosa emozione.


Oud

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L’Oud (“legno”) è uno strumento musicale arabo che vanta origini antichissime. La sua nascita risale probabilmente attorno il 1 secolo AC in antica Persia, dove veniva chiamato con il nome Barbat (oud). Inoltre, in vari manoscritti e dipinti del antico Egitto, spesso si sono visti gruppi di musicisti suonare uno strumento simile davanti alla presenza del Faraone. Ma le origini del Oud potrebbero risalire a molti secoli prima di quelli della antica Persia.

Varie leggende lo associano addirittura alle diretta discendenza da Adamo, dove si narra che Lamak (discendente diretto di Caino) ne fu il suo inventore. La leggenda narra di Lamak che, alla vista del corpo esanime di suo figlio appeso ad un albero privo di vita, ebbe l’ispirazione della forma del oud. Tuttavia tracce antiche di questo strumento a corde si sono viste in tutto il bacino mediterraneo e per questo possiamo affermare che è uno strumento di vasta appartenenza: dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria alla Palestina, oltre che in Iraq ed in Iran. Gli arabi lo definiscono, non senza ragione, il “sultano degli strumenti musicali”.

Definizione e accordatura:

Il significato letterario della parola oud (o ud), in arabo, è legno o legno appositamente sottile. Questo strumento a corde simile al liuto, è caratterizzato da un manico stretto e corto privo di tasti, la cui cassa acustica richiama la forma di una mezza pera; inoltre la dimensione della cassa acustica può differire da un paese all’altro del mondo arabo. Le corde di un oud sono 11, sistemate tutte in coppie, lasciandone soltanto singola. Le corde possono essere create sia in nylon sia in budello, ma ai giorni d’oggi le si possono trovare anche prodotte in acciaio e ricoperte di nylon e vengono suonate con l’utilizzo di un plettro.

Tipi di oud nel mondo arabo:

Esiste la forma classica del oud, con le caratteristiche standard, ed è l’inizio del percorso musicale mirato allo studio ed alla scoperta di questo strumento. Una volta entrati in questa dimensione musicale ci si può scontrare con realtà diverse: veniamo a scoprire che oltre allo strumento standard, l’oud ha varie derivate nella forma, struttura o anche acustica. Ogni regione o paese del mondo arabo si caratterizza o differenzia con una forma, un’accordatura, decorazione o suono. Alcuni esempi posso essere tipo:

  • Oud Siriano: si caratterizza dalla forma leggermente più grande, il manico leggermente più lungo e dai toni più bassi.
  • Oud Iracheno: La sua forma è simile al oud siriano, però si differenzia nei toni/suoni; infatti grazie alla tecnica “floating bridge”, creata dal musicista iracheno Munir Bashir, da alle frequenze medie un suono molto simile a quelle di una chitarra.
  • Oud egiziano: simile al oud siriano ed iracheno, ma con un cassa acustica molto più sferica e dai toni leggermente diversi. Gli oud egiziani tendono ad essere molto intarsiati e decorati a mano.

Musicalità e composizione:

Quando si studia questo strumento o si parla di musica araba, non ci si può slegare dal concetto dei “maqam”. Il maqam è il cuore della musica del Oud ed è la scala musicale utilizzata nella musica classica araba. In poche parole, i maqam sono più o meno analoghi alle “chiavi” di uno spartito musicale occidentale, ma un po’ più complessi ed unici, probabilmente a causa dei tradizionali e particolari strumenti che si sono via via sviluppati nella regione.

Tra i nomi che possiamo citare e che sicuramente incontrano i miei gusti troviamo Munir Bashir e Le Trio Joubran.


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