Le canzoni anni 60 italiane sono parte fondamentale della nostra cultura musicale con molti titoli che hanno saputo conquistare un posto nell’immaginario canterino di tutti. È letteralmente impossibile resistere ad alcuni ritornelli, frasi di canzoni, interpretazioni che sono entrate indissolubilmente nelle nostre teste nel corso di cinquant’anni di musica italiana. La musica italiana che emerse nei primi anni ’60 nacque anche come un movimento che intendeva mutuare la musica popolare in qualcosa di più vicino ai fermenti tipici di quegli anni. In molte città invece nascono riviste e fanzine a carattere locale, che servono a dare spazio ai vari complessi.

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Al Piper, locale romano, fece le sue prime apparizioni Patty Pravo, che sul finire del decennio divenne una vera e propria icona di bellezza e di modernità.

Nei primi anni 60 nacque anche il genere yéyé, molto più grintoso della classica canzone d’amore: ci pensarono Caterina Caselli, Rita Pavone e i primi complessi che vedono la luce. Anche il twist vide la luce in quel decennio e vi si dedicarono Peppino di Capri ed Edoardo Vianello, mentre visse il suo grande momento anche un ritmo come il chacha, allegro e vivace.

Anche nel campo della musica cosiddetta melodica troviamo alcun interpreti come Don Backy, Sergio Endrigo, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, ecc. che seppero conquistare i giovani, cavalcando un genere, più vicino alla tradizione nazionale e in alcuni casi anche collaborando con poeti e scrittori, che poi avrebbe dato vita alla stagione definita dei cantautori.

Ma anche personaggi del calibro di Battisti, Mina, Celentano trovano in quegli anni la via della musica che li renderà immortali. Veri mostri sacri della canzone italiana con brani che hanno lasciato un segno nel panorama musicale nostrano e non solo. Mina soprattutto, con quella voce, almeno secondo me, ancora ineguagliata nel panorama musicale italiano.

Piccola nota sentimentale, questo brano di Adriano Celentano mi fa venire in mente situazioni che mi riempiono di nostalgia, ricordo mio zio Gregorio, emigrato in Svizzera, che in quegli anni, quando si tornava per le ferie al paese, col suo giradischi portatile (novità assoluta per il mio paesello) ci faceva ascoltare i brani di Celentano. Questo in particolare lo portava a ballare e a muoversi come il molleggiato, e noi piccoli ragazzini stavamo lì a gustarci quell’esplosione di vita che ancora adesso ricordo con tanto piacere e nostalgia, anche perchè lo zio ci ha lasciati da più di un anno.

Si fecero strada band che proponevano il pop, inteso come brani orecchiabili, ma che tagliarono decisamente i ponti con il passato. Ci si riferisce alla musica popular italiana che emerse nei primi anni ’60 (la beat italiana) per mezzo delle controculture dei paesi anglosassoni ed in particolare della British invasion con band che mescolavano il rock and roll con influenze swing, rhythm and blues, skiffle e doo-wop. Il legame principale del beat italiano, dal punto di vista culturale, è ovviamente quello con la Beat Generation, grazie soprattutto ai cantautori: uno di essi in particolare, Gian Pieretti, ha inoltre modo di conoscere personalmente Donovan, ed è proprio il cantautore scozzese a fare il suo nome a Jack Kerouac che, dopo aver ascoltato la canzone Il vento dell’est, lo vuole accanto a sé per un breve ciclo di conferenze-happening tenute a Milano, Roma e Napoli nell’ottobre dello stesso anno.

Si scatenò un fiorire di complessi, i Camaleonti, I Corvi, I Delfini, i Dik Dik, I Giganti, i Nomadi, i Pooh, i Ribelli con Demetrio Stratos come cantante prima che formasse gli Area. Molti dei quali ripresero brani di band più famose per adattarne i testi in italiano e riscuotendo anche un buon successo. Per esempio cover come Nights in White Satin dei Moody Blues col titolo Ho difeso il mio amore dei Nomadi, forse la versione più bella, col mitico Augusto Daolio (brano ripreso anche dai Profeti) o Bang Bang di Cher cantata dall’Equipe 84.

Discorso a parte va fatto per Le Orme, i Quelli (successivamente Premiata Forneria Marconi), il Banco del Mutuo Soccorso,  convenzionalmente rappresentati come la punta di diamante del progressive italiano che insieme al fenomeno cantautorale ha dato vita a uno degli episodi più importanti della musica leggera italiana, riscuotendo successo e considerazione anche oltre i confini nazionali. Soprattutto negli anni ’70 insieme ai New Trolls, gli Area, i Goblin, i Delirium di Ivano Fossati.

«Questo gruppo ha quattro anni di vita, e anche la sua musica, chiaramente. Vuole coagulare diversi tipi di esperienze: fonde jazz, come il pop, la musica mediterranea e la musica contemporanea elettronica. La problematica qual è? Abolire le differenze che ci sono fra musica e vita. Gli stimoli che trae questo gruppo vengono direttamente dalla realtà, trae spunto dalla realtà; e dalla strada, chiaramente.» Demetrio Stratos – Area

«All’epoca lo strumento nuovo che ha lanciato la musica progressive è stata la tastiera che da normale pianoforte è diventata qualche cosa in più. Il mellotron ha fatto nascere la possibilità di creare in un gruppo il suono di una orchestra. Con i nastri registrati creava un effetto avvolgente che dal vivo aveva un effetto indescrivibile. Il moog è uno strumento che ha regalato un suono nuovo, un suono non-suono che evoca sensazioni ancestrali, che produce una vibrazione che ti scuote dentro. Via via che gli strumenti si modificavano noi eravamo sempre aggiornati» Franz Di Cioccio -PFM


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