flavio-almerighi-fotoMi pare corresse l’anno 2013 o 2014 – non ricordo esattamente, ma in fondo l’anno non ha molta importanza – quando ho avuto l’onore e il piacere d’incontrare in rete, Flavio Almerighi. Fu su un bellissimo sito letterario, (ormai chiuso, purtroppo) dove le mie prime sbirciatine di scrittura si facevano speranza e delusione. Flavio fu uno dei pochi che in qualche maniera vide qualcosa, che a me sfuggiva e che a tratti mi sfugge ancora, vide una piccola luce tra i miei bui letterari, convincendomi che la poesia – e in genere la scrittura – non ha padrone, nemmeno chi scrive è degno di ritenersi tale, la poesia va per la sua strada senza bisogno d’impaludarsi in cerchie o salotti autoreferenziali, men che meno ha bisogno di do ut des acrilici, privi di calore e di senso estetico prima e fisico dopo. La poesia è segno, marchiatura a fuoco, incisione quando è vera poesia e non necessita di ulteriori orpelli. Lo capii più avanti, prendendo a spunto le tante chiacchierate con Flavio, un amico e per tanti versi un maestro.

La sua scrittura persegue esattamente queste indicazioni, è una scrittura chiara, forte, che arriva sempre, nuda come la parola, diritta e diretta.  Una poesia che sa essere solco, quieta e roboante, intimista e civile, uno sguardo oltre la semplice partitura dei versi, un’impressione vivida in questo tempo così cupo e inutilmente appariscente. Una poesia che è memoria collettiva, ricordo interiore e splendida coscienza.

Conoscerlo è stato come segnare un calcio di rigore per la fortissima carica adrenalinica che ne è derivata. Dapprima una conoscenza fugace successivamente un rapporto quasi epistolare, che negli anni posso affermare è andato consolidandosi, una conoscenza improntata sulla reciproca stima e sul netto rispetto delle proprie idee e posizioni. Da parte sua, debbo riconoscerglielo, la continua iniezione di stimoli è stata per me fonte d’ispirazione e di questo non posso che ringraziarlo. Lo faccio ora pubblicamente, avendo avuto modo di farlo già in privato.

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble 2018), Ignoti (e-book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli 2018).

A seguire alcune sue poesie ma tante altre le potrete leggere sul suo blog personale https://almerighi.wordpress.com/

Fortuna

Fortuna
non è la donna delle pulizie,
nemmeno qualcuna
che le fa eco.
Osserva l’ombra
felice di averne una
e di ritrovarsi a casa
con lo zio e la zia.
sorpresa a rivisitare immagini
di felicità remota:
ti dico qui c’è il sole
non si vede altro, sorridi
e la notte passa col vento
a rovistare cardini,
fatture inevase
la possibilità di quattro auguri
gettati a caso,
solo per gradire
senza impegno.

Se ne è andata
alle sette del mattino,
solitamente a quell’ora
preparava la cartella.

Le mie scelte musicali

Dopo aver smesso di andare a pesca,
scuoiare animali vivi, fare teatro amatoriale,
ho trasmesso per 15 anni
rigorosamente di notte

in una emittente commerciale.

Le mie scelte musicali
facevano una per una infuriare gli ascoltatori.

Poi mi detti alla scrittura,
quando avrei potuto invece
scegliere attività piú redditizie
come il traffico d’armi o d’indulgenze.

Generalmente ci si imbatte nei propri simili
soltanto quando ce n’è voglia o disperazione
sufficienti a riconoscerli.

Ho visto tanta pioggia

Oggi mi sono buttato fuori,
ho fatto un segno di croce
e mi sono sentito solo
si dice d’uomini e cani,
ho detto e scritto parole
non ne ho inventata una.

Ho visto tanta pioggia,
caduta nottetempo di nascosto,
dormire nelle buche
dimenticate in strada.
Mia figlia
mi ha mandato a quel paese.

Il mondo non ha luce interiore,
solo finestre accese
viste da fuori, senza vetro
dove la nebbia entra
e non chiede permesso.
La stazione deserta

mentre leggevo il giornale
mano a mano si è riempita.
Basterà un trapianto di cuore
da amante ad amante
a tutti gli scomparsi
dalle finestre senza vetro.

Mentre sediamo di fronte
siamo sorpresi, dispersi,
la pioggia dorme ancora
nelle buche in strada.

Uomo di passaggio

nato in inverno,
so scrivere al buio
non ho paura del freddo,
ho mangiato acqua di mare
senza fare una piega,

mi sono dissetato
di tutto quanto è male,
vivo dove sono caduto
cercando monete d’oro
senza troppa fortuna

letti e moltissime crepe
non sono mancati,
la spettacolare veranda
dove leggere e baciare
sul far del tramonto
quella sì, mai avuta

ho smesso quasi subito
le domande inutili,
ho trovato molti cuori
senza pensare al mio
quando echeggiava,
e qualche volta ha pianto

Caleranno i Vandali

Niente fuga in ferrovia,
nessun distanziarsi in autobus
schiacciati senza intimità
dentro tripudi d’indifferenza,
dove cortili più che brevi
scordano poche soffitte rosse.

Caleranno i Vandali
pochi e male armati
spaventati cederanno
al ritardo che li acceca,
scagliati già supini
dai mari alla Penisola.

Noi dietro il vetro in utopie,
ogni cosa non va bene
qualche idea da collezione
nasce morta, già rubata
paia di ciabatte all’ombra
di vecchie colonie estive,

caleranno i Vandali,
gli Unni sono qui.